Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
PICASSO
Proprietario
Angelo Marenzana, autore di "Legami di morte (Dario Flaccovio, 2008).


Prezzo

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1000000000 €
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A proposito di questo oggetto...
Il mio amico Picasso
di Angelo Marenzana


…quel tipo appoggiato alla cassa aveva l’aria del turista un po’ demodé, cappello di paglia in testa, fazzoletto a fiori gialli legato al collo, e addosso un profumo che ricordava l’odore dolce del carbone natalizio, quello che si mette nelle calze dei bimbi appese sotto il camino il giorno della Befana. Ha pagato il biglietto e mi è scivolato davanti lanciandomi un mezzo saluto silenzioso, di quelli che si fanno con un movimento della testa e un cenno delle labbra. Ero sicuro di aver notato una strana luce negli occhi. Un po’ maliziosa. La cosa non mi è piaciuta per niente. In più camminava con un passo ambiguo, a gambe strette, quasi senza sollevare i piedi da terra. Sarà mica finocchio questo qui, mi ricordo di aver pensato. E ho lanciato a mia volta uno sguardo ironico a Carmen, la cassiera, ma lei ha girato la testa dall’altra parte perché non le piace commentare il modo di fare dei visitatori. Mi dice sempre che lei non è una donna pettegola, e poi non è professionale, e lo dice con quella voce da gallinella con la puzza al naso, da mezza zitellona, che da quando l’ha lasciata suo marito non ha più trovato un maschio neanche a pagarlo oro… certo è meglio non farsi beccare a spettegolare sui visitatori che poi ci fai una gran figura di merda, e si rischia una lavata di capo dal direttore. Questo sì. Ma io la conosco bene, Carmen, non può fare la furba con me, e sono convinto che lei sia rimasta affascinata da un tipo del genere, per via di quell’aria un po’ trasognata, da artista di campagna. Comunque, visto che a quell’ora non c’erano molti altri visitatori, ho pensato di dargli un’occhiata un po’ più da vicino, giusto per evitare il rischio di qualche stupidaggine. Non si sa mai. In fondo è il mio mestiere… d’accordo che non succede mai niente… d’accordo che qui dentro non girano né ubriachi né teppisti… d’accordo che vengo a lavorare con la pistola scarica che non sarebbe neanche regolare… ma un vigilante è sempre un vigilante e deve vigilare, mica sgridare solo qualche studentello che si crede più spiritoso degli altri, e tocca tutto quello che non deve toccare. E poi faceva caldo. La chiazza di sudore sotto le ascelle si allargava a macchia d’olio sulla camicia azzurra, e mi suggeriva di fare due passi in sala dove l’aria condizionata tira di più. Meglio rinfrescarsi un po’ le idee. Così ho chiuso il modulario da consegnare la sera, l’ho infilato nel cassetto della scrivania, mi sono sistemato il berretto in testa, e facendo finta di niente, ho fatto scorrere la seggiola all’indietro e vai… sulle sue tracce… come un segugio. Quell’altro si è messo a girare in lungo e in largo per le varie sale, e io sempre dietro. Non dimostrava troppo interesse davanti alle bacheche di vetro con le collezioni che io ormai conosco a memoria. Tutte quelle monete greche, romane, le farfalle, gli insetti sotto vetro, le vipere, i cocci vecchi di un milione di anni fa, sembravano fargli un baffo. Ma se questa roba non ti interessa cosa ci sei venuto a fare in un museo? Mi domandavo. Se avevi dei soldi da spendere per il biglietto meglio se andavi a sederti in un bar del corso a bere una birretta gelata che in questa stagione c’è pure un passeggio interessante con una sfilza di turiste tedesche che ti fanno svitare il collo per guardare il loro didietro. Lui invece curiosava, tirava avanti senza mai cambiare ritmo, le solite gambe un po’ rigide incollate una contro l’altra, e via un passo dopo l’altro… alla fine si è fermato… sapete dove?... davanti al Gallo. Devo essere sincero. Piace anche a me quel quadro. Io non ne capisco niente di arte, e non ho mai visto una fattoria dipinta in quel modo, e così all’inizio mi sembrava una roba un po’ strana, spigolosa, con tutte quelle linee, e pennellate diritte, quasi da geometra. Poi, di tanto in tanto me lo andavo a guardare, mi incuriosiva, e così, piano piano, ho incominciato a fissarmi sui colori, e devo dire la verità… certe volte mi sentivo come inghiottito lì dentro. Quasi mi sembrava di sentire l’acqua fresca in fondo al pozzo, e il sole che scalda la campagna. E il gallo… massiccio, carnale, con quei rosso fuoco… forse la stessa cosa stava capitando anche all’altro. Prima ha fissato il quadro per qualche minuto, poi si è messo a fare dei gesti con le mani davanti alla faccia come se lo stesse inquadrando nell’obiettivo di una macchina fotografica. Alla fine si è voltato, mi è venuto incontro, e mi ha chiesto di parlare con il direttore. E me lo ha chiesto con un tono così deciso che non ho potuto fare altro che accompagnarlo negli uffici al primo piano. E da lì è incominciato il tutto. Il giorno dopo si è presentato con il cavalletto, ci ha armeggiato per un’ora, ha fissato dei segni a terra, credo per posizionarlo sempre allo stesso modo, ha tirato fuori tela e colori e ha incominciato a ricostruire il Gallo pezzo per pezzo. All’ora di chiusura si è presentato da me insieme al direttore, e mi ha avvisato che poteva lasciare tutta la sua mercanzia chiusa nel ripostiglio delle pulizie, giusto per non andare su e giù con la sua roba fin quando non aveva finito il lavoro. “Riproduce opere famose – mi ha detto il direttore appena quell’altro si è allontanato – e pare che sia pure quotato, mi ha fatto vedere un sacco di articoli di giornale che parlano di lui…” Ma perché interessava tanto il gallo a questo strano pittore che intanto qualcuno qui al museo aveva soprannominato Picasso? Me lo domandavo tutte le volte che lo vedevo arrivare con la sua tela sotto il braccio coperta da un panno bianco. D’accordo che non sono fatti miei, d’accordo che gli artisti sono artisti e non sai cosa gli gira per la testa, d’accordo che i gusti sono gusti, però un giorno mi sono tolto lo sfizio, e visto che non avevo nient’altro da fare, sono andato a chiederglielo. Anche perché il suo lavoro mi piaceva, e lui incominciava a diventarmi simpatico… Perché il gallo annuncia l’alba e scaccia i demoni della notte, mi ha risposto, e sai come ci riesce? Grazie alla cresta… ci protegge dagli incubi, perché è un animale magico, un animale di fuoco… - e io ascoltavo, perché Picasso sapeva raccontarla pure bene, e la volta dopo tornavo, e lui aggiungeva qualche notizia in più – il gallo è coraggioso, aggressivo, e poi è il simbolo della virilità… questo dovresti saperlo anche tu caro il mio bel giovanotto, quante galline riesce a soddisfare un gallo? in questo campo fa sicuramente più bella figura di te…, e rideva con un risolino effeminato, sottile, e faceva ridere anche me. E il giorno dopo ancora nuove informazioni … gli antichi dicevano che mangiare i suoi testicoli ha un effetto afrodisiaco… e se a mangiarli erano le donne incinte nascevano pure dei bei maschietti… invece nel cervello del gallo i maghi d’Inghilterra leggevano il futuro… cazzo… queste cose mi affascinavano… ma proprio un sacco, ed ero contento che un bravo artista le raccontasse proprio a me, e così tutte le volte passavo da lui quei dieci minuti un quarto d’ora giusto per distrarmi un po’, gli facevo un po’ di complimenti per come andava avanti il lavoro e mi facevo spiegare qualcosa di nuovo, che nella vita non si sa mai, e sapere qualcosa di originale può essere utile per far bella figura …
…poi è arrivata quella mattina maledetta. Martedì, il giorno più inutile della settimana. Che deriva da Marte, il dio della guerra, e pure dal pianeta che in astrologia è associato alle disgrazie. Lo so perché l’ho letto su un libricino dedicato ai simboli che mi ha regalato proprio Picasso. Prendilo, mi ha detto un giorno, l’ho portato per te, e magari riesci a ingannare il tempo quando sei qui. Ci sono delle curiosità interessanti. E non sono mica balle. Cazzo, aveva ragione. E qualcuno ha ammazzato il mio amico Picasso proprio nel giorno simbolo della disgrazia. Lo ha trovato di mattina presto Irina, una ragazza moldava che fa le pulizie, e ha tirato fuori un urlo lungo, acuto… Non finiva mai. Sono arrivato di corsa e ho visto Picasso buttato per terra nel ripostiglio, con i piedi mezzi fuori dalla porta. Immaginatevi voi cosa può essere successo quando ce lo siamo trovato di fronte bello e stecchito dentro il ripostiglio degli attrezzi. Qualcuno gli aveva tirato il collo, trac, un colpo secco e via. Sistemato per l’eternità. Proprio come si fa con un gallinaccio. Mi sono piegato su di lui, aveva un livido enorme sulla gola spesso come una crosta, e il pomo d’adamo che schizzava fuori dalla pelle. Gli occhi erano sbarrati e il braccio destro rigido, steso di lato. Non so perché mi sono fissato sul suo braccio, forse per non guardarlo in faccia che faceva un’impressione boia, forse perché la mano sembrava indicare qualcosa… una specie di angolo retto che Picasso aveva disegnato passando la punta dell’indice in un nido di polvere…. poi è arrivata la polizia e da quel momento in poi non si è capito più niente, quasi non riuscivo nemmeno a ricordare il mio nome. Si sono messi tutti a fare una confusione spaventosa, gente che andava su e giù… e poi è arrivato il magistrato, e ci hanno dato dentro pure i giornalisti, una montagna di domande, tutti avevano da parlare, da chiedere qualcosa, flash sparati dappertutto, telecamere, un casino… morale, c’era di tutto, e c’erano tutti, meno il colpevole… Mi sono ricordato del segno ad angolo retto solo quando hanno riaperto il museo. Questo particolare mi gironzolava in testa ma non veniva fuori. E così quando mi è tornato in mente sono andato prima a consultare il mio libricino dei simboli, poi ho chiamato il direttore e gli ho dato appuntamento davanti al ripostiglio. Devo parlarle, gli ho detto. Con urgenza. Il segno per terra non c’era più, ma al direttore ho spiegato che l’angolo retto è il simbolo dell’autorità, e che forse Picasso lo aveva lasciato come indizio per aiutarmi a trovare il colpevole. E in quel museo qual era l’autorità? Semplice, era proprio lui: il direttore. Lui mi guardava, e mi diceva che non capiva, ma io non lo stavo ad ascoltare, e sono andato avanti a dirgli che non mi interessava sapere quale fosse il motivo che l’aveva spinto a uccidere Picasso, con me non l’avrebbe mai confessato, ma se qualche giudice come si deve lo avesse messo sotto torchio per bene, allora la verità sarebbe venuta fuori, magari con fatica, ma la giustizia alla fine avrebbe vinto… chissà forse il quadro di Picasso era fatto così bene che il direttore lo voleva per sostituirlo all’originale, e forse Picasso non ci stava al giochetto sporco… oppure il motivo poteva essere anche un altro, a me non interessava, l’importante era che il colpevole pagasse per quello che aveva fatto al mio amico pittore. Il direttore aveva incominciato a sudare e a guardarmi con occhi imbambolati, balbettava, e cercava di chiedermi se ero diventato matto, e se volevo che mi facesse licenziare, ma io gli ho detto no… non sono matto, e voglio continuare a fare il vigilante, mi piace, e poi non so fare altro… ma io ho ragione, gli dicevo. E così, preso dall’impeto delle mie parole, mi sono abbassato verso l’angolo dove c’era il nido di polvere, e gli ho spiegato che con i sistemi che usa oggi la scientifica si può ricostruire quel piccolo gesto fatto da Picasso con un dito, grazie alla leggera pressione e al calore emanato dal dito stesso e far di nuovo venir fuori il simbolo dell’angolo retto. Nonostante sia passato un sacco di tempo. Lo avevo letto da qualche parte. Ed ero così preso dalla mia spiegazione che non mi sono accorto della reazione del direttore. Stavo per rialzarmi quando ho sentito una botta in testa che mi ha dato una scossa fino ai piedi. Poi mi sono trasformato in un sacco vuoto, e mentre scivolavo verso il basso tra secchi, stracci e scope, ne è arrivata una seconda… ricordo anche un gran caldo sulla faccia con tutto il sangue che colava giù…

…il direttore pensava di avermi ucciso, ma io non sono ancora morto, anche se qualcosa dentro di me diventa sempre più leggero. Mi sembra di essere una bolla d’aria che galleggia nel vuoto. Non sento più dolore, né caldo, né freddo. Niente. Una specie di quiete generale. Riesco solo a muovere la mano e a stringere il manico di una scopa. E sapete perché lo faccio? …i cinesi sono convinti che, se vicino a un morto si lascia una scopa, lui può ritornare sotto forma di spettro dai capelli lunghi. Anche questo l’ho letto sul libricino. Ci credo anch’io, e sono sicuro che la scopa mi aiuterà a tornare dopo la morte, se non altro per prendermi la soddisfazione di tormentare i sonni del direttore, per quello che ha combinato a me e al mio amico Picasso.


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