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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
TELESCOPIO SPAZIALE HUBBLE
Proprietario
Marco Candida, autore del romanzo "La mania per l'alfabeto" (Sironi, 2007) e "Il diario dei sogni" (Las Vegas, 2008)


Prezzo

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A proposito di questo oggetto...
"Il colore dello spazio"
di Marco Candida

La prima cosa certa che generò ciò che i media battezzarono come “Il colore dello spazio” (un soprannome che si limita soltanto a riecheggiare il titolo del racconto di H.P. Lovercraft “Il colore venuto dallo spazio” perché, in verità, come presto ci si accorse, la faccenda era tutta un’altra dal capolavoro dello scrittore di Providence) bene, la prima e forse unica cosa sicura fu lo scatenarsi di una corsa ai centosessanta all’ora per ottenere i finanziamenti che le superpotenze di tutto il mondo erano pronte a erogare al fine di realizzare progetti di telescopi ultra sofisticati in cantiere da anni. Se non altro “Il colore dello spazio” ottenne questo, di risultato positivo. Stando al chiacchiericcio degli organi d’informazione i primi a farsi avanti furono gli scienziati di un laboratorio dell’Oxfordshire. Secondo questi signori il telescopio Hubble andava rimpiazzato al più presto con il James Webb. D’altronde, quale momento migliore per farlo? Il James Webb era un progetto della Nasa in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Europea. Avrebbe dovuto essere lanciato in orbita nel 2013 per un costo pari a 20 milioni di sterline. Anticipando i tempi i costi sarebbero perlomeno raddoppiati. Ma che importava? Il telescopio James Webb avrebbe potuto captare la luce proveniente da 14 miliardi di anni fa. Per osservare “Il colore dello spazio” e capire, accidenti, che cosa diavolo fosse, sarebbe stato il più adatto. Non appena l’opinione pubblica familiarizzò con l’urgenza di costruire un telescopio ultra sofisticato e con i soggetti coinvolti in questa operazione, tuttavia, sui giornali cominciò a comparire un altro nome ossia quello dell'European Southern Observatory che da anni lavorava al progetto del cosiddetto Overwhelmingly Large Telescope. Per la precisione Roberto Gilmozzi, un astrofisico ormai ultracinquantenne, portava avanti la sua battaglia dal 1997. In particolare utilizzava come grimaldello per scardinare l’indifferenza dei finanziatori la seguente argomentazione: le ottiche adattive. Questi marchingegni erano in grado a quanto pareva di rispondere al più grande dei dubbi mossi contro questo tipo di telescopio ossia che un telescopio terrestre al contrario di un telescopio lanciato in orbita nello spazio avrebbe sempre trovato come ostacolo l’atmosfera. Con le ottiche adattive, però, il costo del telescopio si posizionava a circa un miliardo di euro. Molto di più, se dal 2015, si sarebbero accelerati i tempi per fabbricarlo entro il 2010. Accanto a questo supertelescopio erano in via di elaborazione due “Keck” installati sul Mauna Kea da Canada, Francia e Hawai e un Celt proposto dall’Università della California. Finlandia, Irlanda, Spagna, Svezia e Gran Bretagna, inoltre, si fecero avanti con il progetto “Euro 50”. Poi sui media si cominciò a parlare anche di otto telescopi aventi specchi costituiti da tazze di mercurio chiamati LAMA. La verità, però, è che tutti questi costosi giocattoli non servivano davvero di fronte a un corpo celeste che si poteva osservare anche a occhio nudo. “Il colore dello spazio” appariva infatti quattro o cinque volte più grande del Sole. Appariva come una macchia grigiastro-marroncina. La macchia aveva contorni frastagliati. I contorni erano in movimento. Però non si poteva dire che la macchia ruotasse. Non creava un vortice. Piuttosto era come eruttasse sostanze filamentose. Ecco qualcuno disse che era come vedere un ragno con un corpo circolare molto grosso e un numero variabile di zampette sottili tra le otto e le quindici. Quando quel coso comparve nel cielo – il 14 maggio 2010 – scoppiarono incidenti d’automobile un poco in tutto il globo. Per dare un’idea sommaria di quel che accadde ci è possibile ingrandire la lente su quello che successe davanti agli occhi di un ragazzo di dodici anni di nome Tommy Lee a Grand Forks nello Stato del North Dakota, Stati Uniti d'America. Semplicemente quel giorno epocale del 14 maggio 2010 Tommy vide il cofano arancione di una Mustang Giugiaro Concept schiacciarsi contro il pick-up del signor Edward Mullighan. Le lamiere si contrassero contro la carrozzeria del pick up e per un istante Tommy Lee che ogni tanto si concedeva la lettura di qualche libro di science fiction ma soprattutto passava la sua perlopiù masturbatoria pubertà ad alimentarsi l’immaginazione giocando a ogni forma di gioco elettronico presente sulla faccia di questo Pianeta (o per definire meglio il campo a ogni forma di gioco presente al Gamestop all’interno del Grand Forks Mrktplc) si immaginò che la Mustang sarebbe schizzata all’indietro come spinta da una molla e che il cofano sarebbe tornato perfettamente a posto, cromato e lucidato. Poi seguirono nella sua mente alcuni pensieri sconnessi. Prima di tutto Tommy pensò che fosse davvero incredibile trovarsi davanti quel bolide specchiato nel parcheggio del centro commerciale Hugo’s nella 32 Avenue di Grand Forks. Certo, non si poteva dire che a Grand Forks non girassero pick-up di tutto rispetto. Generalmente i concessionari combinavano buoni affari almeno a giudicare dalle autovetture parcheggiate nei quartieri alti della zona di Cottonwood Street, Cherry Street, Demers Avenue e dintorni. Però quella era una maledetta Mustang Giugiaro Concept. Arancione. Portiere a forbice. Cupola in vetro. Muso aggressivo. Pulitissima. Tommy ci scommetteva che il proprietario la portava giù da Ernie del Valley Dairy almeno tre volte a settimana. L’autolavaggio di Ernie era il migliore in città. A questo Tommy Lee fece subito seguire un altro pensiero e cioé che fosse ancora più incredibile vedere la Mustang schiantare il muso con uno scoppio di scintille contro il pick up verde acido del signor Mullighan. Il pick up stava uscendo in retromarcia da un posteggio. La Mustang gli era finita addosso come se il guidatore – che a Tommy rimaneva ignoto – non lo avesse visto. Sbom!, e le assicurazioni avevano brindato o cominciato a tirare fuori i fazzoletti, a seconda delle targhe. Seguirono pensieri velocissimi. Una specie di sensazione carnosa era rimasta a Tommy Lee osservando il muso della Mustang piegarsi e accartocciarsi, appallottolarsi completamente contro la portiera del pick up del signor Mullighan – che una volta, molto tempo fa, lo aveva salutato dalla veranda di casa sua agitando una scatola di fiocchi d’avena. Il pick up invece ondeggiò appena. Rimase fermo puntellato curiosamente dalle altre automobili – in una scena che dalle poche cognizioni ricavate dai libri di science fiction che gli prendevano tempo, a Tommy risultava abbastanza improbabile. Del resto ciò che sembrava improbabile a Tommy Lee sembrò molto meno improbabile quando levò gli occhi al cielo e si rese conto che cosa aveva attirato l’attenzione del guidatore della Mustang facendogli cadere il piede sul pedale dell’acceleratore e facendogli dimenticare il semplice concetto di guardare davanti a sé quando si sta dalla parte del volante e il non trascurabile dettaglio che stava portando a spasso una Mustang Giugiaro Concept e non un qualsiasi altro rottame di quattro ruote. Sul cielo azzurro di Grand Forks era apparsa un’enorme macchia grigiastro marronicina. Non si poteva dire che la macchia ruotasse. Piuttosto era come se fosse circondata da colaticci di fango. Come, pensò Tommy, e dichiarò più tardi a un giornalista del Grand Forks Herald, un disgustoso bubble gum color escremento. Quando Tommy Lee vide la macchia ogni pensiero riguardo l’incidente spettacolare al quale aveva appena assistito, compreso ogni volontà di prestare qualche disperato primo soccorso a entrambi i guidatori, scivolò via. Cominciò soltanto a pensare di trovarsi nei dintorni da più di mezz’ora. Di essere entrato da Hugo’s a far scorrere lo sguardo sugli scaffali del Gamestop e di aver acquistato per un dollaro e cinquanta un lecca lecca. Non aveva visto la macchia prima di entrare né l’aveva vista quando era uscito e si era piazzato nel parcheggio. Perciò quella macchia doveva essere comparsa all’improvviso. Dopo aver fatto tutte queste considerazioni, Tommy si allontanò dal cofano della Subaru sul quale si era momentaneamente piazzato per concedersi il lecca lecca che alla cassa Samantha gli aveva fatto pagare non dimenticandosi di mostrargli maliziosamente la scollatura in uno di quei rapidi istanti che valevano una giornata e si avvicinò agli altri per cercare di capirci qualcosa. Anche nel parcheggio del Centro Commerciale Oasi a Tortona, in Italia, dall'altra parte dell'Oceano, accadde qualcosa di simile. La signora Bonatti era appena uscita dal Centro Commerciale spingendo un carrello pieno di acquisti per i prossimi sei o sette giorni – magari quindici, se il figlio grande non si fosse fatto vedere in casa visto che era via per motivi di lavoro. Un extracomunitario le finì improvvisamente addosso con un motorino. Subito dopo l’impatto successero tre cose. Il carrello della spesa roteò a trecentosessanta gradi per tre metri. Alla signora Bonatti sembrò di distinguere chiaramente un pacco di biscotti Pavesi Gocciole Extra Dark librarsi per aria e esplodere – anche se ripensandoci con calma più tardi davanti a una tazza di latte bianco dove intingeva un paio di banali Oro Saiwa che aveva grattato dal fondo della biscottiera di ceramica sulla seconda mensola della cucina quello che aveva visto doveva essere stato solo una allucinazione o uno scherzo della memoria. I cartoni del latte a lunga conservazione finirono attraverso le gretole piegate dell’intelaiatura del carrello. Il carrello però non si capovolse. Non colpì altri passanti. Il motorino non rovinò sull’asfalto e tantomeno l’ecuadoregno che lo guidava – Francisco, come le avrebbe rivelato più tardi – finì a terra mezzo rotto. Come questo fosse stato possibile, però, passò decisamente in secondo piano nella mente della signora Bonatti quando seguì lo sguardo di Francisco incorniciato dal caschetto spagnolo che portava in testa. Francisco non sembrava minimamente interessato a quello che era appena successo e che dopotutto era stato completamente provocato da lui. Invece teneva gli occhi al cielo. Esattamente come sul cielo azzurro di Grand Forks sul cielo nuvoloso di Tortona si distingueva una macchia grigiastro marroncina. Ora, pero', abbandoniamo le nostre due testimonianze dirette e riportiamoci al brusio incessante dei giornali. Venne fuori che la macchia grigiastro marroncina che era stata avvistata tra gli altri sei miliardi di abitanti sulla Terra anche da Tommy Lee e dalla signora Bonatti non era più vicina del Sole. Invece era più lontana. Per la precisione – se di precisione si poteva parlare visto che gli scienziati di tutto il mondo brancolavano nel buio – si calcolava che la macchia si trovasse a una distanza di 600 trilioni di chilometri dalla Terra. Il pianeta conosciuto più lontano dalla Terra è Ogle-Tr-56b. Ogle-Tr-56b dista 10 trilioni di chilometri. I 600 trilioni di chilometri diventarono presto 300 trilioni di chilometri. Poi diventarono addirittura 1350 trilioni di chilometri. Evidentemente telegiornali, giornali, internet erano indecisi se facesse più sensazione affermare che un corpo di quelle dimensioni si trovasse più vicino alla Terra aumentandone la pericolosità oppure più lontano aumentandone le incredibili dimensioni. Quello che era certo era che “Il colore dello spazio” era comparso dal nulla e ringraziando il cielo almeno per adesso non era in movimento e non puntava verso la galassia terrestre. Poi cominciarono a trapelare le prime dichiarazioni degli scienziati che avevano osservato l’oggetto non identificato. Prima di questo, però, si verificò il fatto sconcertante della catena di suicidi tra gli scienziati di tutto il mondo. I suicidi si verificarono nel giro di pochissimi giorni a distanza l'uno dall'altro e ne furono accertati dodici. Uno scienziato nordcoreano che lavorava a Dubai si impiccò. Uno scienziato americano che lavorava alla Nasa si tagliò le vene. Uno scienziato russo che lavorava nel Cosmodromo di Bajkonur si annegò nel lago d’Aral. E così via. Forse tra le morti di questi undici uomini e una donna non c’era nessuna correlazione. In ogni caso dopo circa quindici giorni dalla comparsa della macchia sui cieli terrestri – e per la verità anche sui cieli lunari, marziani e di migliaia di altri pianeti, stelle e galassie – in buona sostanza i giornali cominciarono a scrivere che sulla macchia si era notata la presenza di proboscidi. C’era questa notizia che era rimbalzata dappertutto circa un groviglio di proboscidi di cui la macchia grigiastro marroncina in realtà consisteva. Naturalmente non dovevano trattarsi realmente delle spirotrombe degli invertebrati, dei formichieri e dei tapiri. Però ci assomigliavano maledettamente alle proboscidi – o almeno così si lesse nelle dichiarazioni degli scienziati che avevano osservato la macchia col telescopio Hubble e, per così dire, ne erano usciti vivi, anche se magari con qualche capello bianco in più e gli occhi un po’ più spiritati di prima – degli elefanti. Poi si cominciò a dire che per la verità sembrava ci fossero delle ventose sulle proboscidi e così presto le proboscidi diventarono tentacoli. Dopodiché si cominciò a parlare di una massa di milioni e milioni di chilometri quadrati fatta di tentacoli e di proboscidi. Ad ogni modo l’idea che a seicento trilioni di chilometri dal geoide terrestre ci fosse un corpo celeste visibile a occhio nudo che si presentava come un groviglio di tentacoli e di proboscidi in pratica ebbe l’effetto di ammutolire tutto quanto il Pianeta. Sei miliardi di individui rimasero senza fiato. A quel che sembrava – e a dire il vero si trovò il coraggio anche di ammettere ciò che non si era ammesso fin da principio ovvero che lo sembrava anche a occhio nudo – quella cosa distante milioni di anni luce dalla Terra era un organismo vivente. Ecco perché era comparso dal nulla. Evidentemente quella cosa si doveva essere spostata. “Il colore dello spazio” rimase presente sui cieli terrestri dal 14 maggio al 16 giugno 2010. Dopodiché, pochi giorni prima che i governi americano, russo e cinese con il contributo di Francia e Gran Bretagna stanziassero la cifra necessaria per realizzare il telescopio spaziale James Webb, con buona pace per gli altri concorrenti, quello che ormai si temeva essere un terrificante e abominevole mostro alieno scomparve nel nulla. Come ci fosse riuscito a scomparire in quel modo non aveva più importanza. Forse l'immane mostro spaziale poteva bucare lo spazio-tempo. Forse poteva spostarsi a velocità ritenute dalla scienza umana impossibile. A questo punto non aveva più importanza cosa fosse possibile e che cosa no per la scienza umana. Ciò che fu chiaro era che quella roba fatta di proboscidi e tentacoli e che a occhio nudo sembrava un ragno circondato da una corona di zampe si era dissolto come il prodotto di una allucinazione collettiva mondiale. Il genere umano ebbe la prova che per l’universo infinito c’erano altre creature e queste creature vagavano e vagavano in modo tutto sommato pazzo e casuale. Erano là fuori. C’erano. Potevano avere sembianze e proporzioni insopportabili alla mente dell’uomo. Dopo un mese dalla scomparsa del mostro cominciarono a crearsi movimenti di protesta contro le agenzie spaziali di tutto il mondo. L'accusa era che fosse stata tutta una montatura data in pasto all'opinione pubblica per ricevere finanziamenti e per portare avanti nuovi aberranti progetti. Contemporaneamente furono mostrate immagini sconvolgenti della macchia scattate dai satelliti. L'opinione pubblica oscillava tra un atteggiamento inferocito nei confronti delle autorità e un senso di mesta impotenza e di terrore. E forse fu quest'ultimo sentimento a prevalere quando dopo soltanto qualche mese le polemiche si spensero e quelli che si facevano chiamare Gli Uomini Del Quinto Libro occuparono ogni angolo di piazza del mondo per gridare i loro avvertimenti apocalittici.


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