Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
LETTERA 32
Proprietario
Fabio Centamore, lettore.


Prezzo

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832 €
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A proposito di questo oggetto...
LETTERA TRENTADUE
di Fabio Centamore

Tikitikitikitikitak... tikitikitak... tikitikitikitikitatak. Si svegliò con quell'assurdo ticchettare ancora impigliato nel cervello. Ansimava, si drizzò a sedere in un bagno di sudore. Le ombre si rincorrevano fra le pareti e il soffitto, echi perduti tessevano complicate trame dall'esterno. Scattò in piedi e spalancò la finestra. Fu investito dalla placida, assoluta, totale calma piatta. Non un refolo, non un alito di vento. La città intorno rimaneva sospesa in un banale grumo di luci soffuse e chiazze abbaglianti, tutto impastato di auto fantasma, moto erranti e treni quasi gettati alle soglie del nulla. Monotono ghiri gori di toni acuto-gravi che, stiracchiando ogni suono, volteggiava pallido e ombroso fra i confini della coscienza. Osservò un lontano struscio di elicottero, due o tre luci rosse in asfittico movimento. Rimise dentro la testa. Maledizione, la camera era rovente. “04:30”, disse la sveglia spiattellandogli aride cifre azzurro fluorescente. Decise di raggiungere la cucina o il salotto (tanto era uguale). Inciampò sul tappetino, dovette aggrapparsi alla porta. Finalmente girò la maniglia, spalancò e si immerse nella penombra del salotto (che era anche cucina). Ancora ombre, forme vaghe, oggetti, facce appese ai muri, forse fantasie serpeggianti. Tutto indistinto nell'inconsistenza della notte. Urtò una specie di gobba pelosa buttata in terra. “Meow!”, fece quella scappando via di corsa.
“Vaffanculo, Agenore”, lo apostrofò con la voce ancora impastata. “Te l'avrò detto mille volte che devi dormire nella tua cuccia”.

Riprese il cammino ma non fece molta strada. Il pavimento divenne morbido e setoso, schiere di puntini giallo verdi lo attraversarono occhieggianti dall'esterno attraverso i buchi della persiana. Una sottile linea fredda, vetrosa, dura di ghiaccio, lo colpì dritto allo stinco sinistro. Costretto a danzare su un piede la tarantella del dolore acuto, si accompagnò con un assolo di bestemmie e improperi in una lingua che ancora non sapeva di conoscere e di cui, tuttavia, non si sapeva il nome. Quando finì tale litania, qualche minuto più tardi, e la voce gli tornò impastata, decise che l'avrebbe chiamata “lingua del be.im.”. Si ritrovò appoggiato ad un parallelepipedo. Era di molto più alto di lui. Freddo e levigato come la superficie di un cubetto di ghiaccio. Sorrise. Aveva finalmente trovato il frigo. La cucina, o salotto che dir si voglia, apparve a sprazzi rettangolari. Trovò il brik e tracannò il succo d'ACE tutto d'un fiato. Che frescura! Si chiese come mai non poteva togliere tutte le cibarie e i ripiani per dormirci lui nel paradisiaco frigo. Che era quella roba? Pareva che la lucina livida del frigorifero drappeggiasse l'oscurità con sagome nuove e aliene. Vide il divano appostato sotto la finestra con la persiana serrata, sembrava acciambellato come un grosso orso verde acqua. In verità avrebbe dovuto essere a strisce gialle, marroni e bordeaux. La cosa che lo colpiva, però, era sul tavolino, lo stesso che prima aveva cercato di rompergli una tibia. C'era una specie di oscura gobba. Si avvicinò stando ben attento a non coprire il fantastico drappo livido emanato dal frigo aperto. Una lettera trentadue. Naaa! La macchina da scrivere dello zio Annibale, ecco cos'era. Si lasciò andare ad un altro sorriso e tracannò l'ennesima sorsata di ACE. Quasi non ricordava di averla trovata giusto il giorno prima placidamente impolverata dentro un ripostiglio della vecchia casa dei suoi. Trasalì. Posò il cartone di succo e ricontrollò. Quanti fogli! Una simpatica pila di fogli appena scritti, proprio accanto alla sua lettera trentadue. Tikitikitikitikitak... tikitikitak... tikitikitikitikitatak. Silenzio. Per un lungo istante aveva creduto che l'eco del ticchettio fantasma gli ronzasse ancora fra un orecchio e l'altro. Ma qualcuno aveva usato la macchina, perfino il divano era ancora caldo di fantomatici corpi. Si voltò verso l'ingresso. Incespicò sul portaombrelli. Ma quante cose aveva sparse per il pavimento? Troppe, concluse fra una classica battuta in be.im. e l'altra. La porta d'ingresso, ben robusta nella sua blindatura, era chiusa a chiave. Cioè, esattamente come l'aveva lasciata prima di andare a letto. E dunque? Ormai ne era convinto, qualcuno aveva ticchettato nel silenzio della notte. E chi li sentiva i vicini? Quello di sopra poi, il signor Migliorini, aveva un orecchio da pipistrello. Una volta che aveva avuto la notte travagliata dalle coliche, si era peritato di rimproverargli di far rumori molesti camminando a piedi nudi fra la camera da letto e il bagno. Un fantasma di sirena evaporò lentamente nella notte fuori di lì. Seguì forse il cupo brontolio di una moto che tentava di annodare misteriosi nuovi fili senza mai aver pace. Si girò per tornare in camera da letto ma l'attaccapanni lo aggredì di soppiatto, si rovesciarono in terra lottando per riconquistare la quiete. Alla fine, rialzandosi vittorioso, riprese a parlare fitto fitto in be.im.
“Zampa!”, gli urlò Giusto Tosti dritto dentro l'orecchio destro. “Che fa? Dorme? Siamo troppo noiosi per lei?”.

Facce, facce e ancora facce. Pallidi, anonimi, occhi vuoti puntati verso di lui come una batteria pronta a tirare. Giusto Alderigo Tosti, direttore editoriale, aveva i denti scoperti. Notò una leggera macchia di caffè accanto al canino destro. Si adattava magnificamente al colorito marrone dell'uomo, tipico di uno appena rincasato dalle Maldive. Gli parve di scuotere la testa con rassegnazione ma non poté esserne del tutto certo. Il Tosti si risistemò la giacca e riprese a parlare. L'aria sapeva di sale e cloro, le tende erano candide e celavano ogni genere di panorama reale solo per lasciar disegnare ben più esotici panorami alla fantasia. Parole, verbi, aggettivi, dissociati discorsi quotidiani. Tikitikitikitikitak... tak... tikitikitikitak. Il ticchettare indiavolato si protrasse per un paio di infiniti, poi sbarrò gli occhi. Pomeriggio. Sole basso sulla cima del tozzo palazzo di fronte, ombre così lunghe da sembrare impalpabili lancieri. Camera da letto. Libri, CD, vestiti, foto, oggetti che parevano solo canzonarlo. Casa sua, dunque. Dov'era l'ufficio? Ricordò la riunione editoriale, bisognava chiudere il numero di settembre. Tante facce, molte più parole. Dov'erano finite ora? Come ci era tornato a casa? E quando perché? Balzò in piedi a cercare il telefonino. Non era sul comodino, nemmeno nella giacca. Spalancò la porta, la cucina (anzi il soggiorno) gli parve il Vietnam, il tappeto tutto setoloso e caldo era una foresta stracolma di nemici vietcong dall'eterno, identico, nome: Charlie. E finalmente scovò il disperso. Giaceva placido accanto alla lettera trentadue dello zio, spento e inanimato. Tikitikitikitak... tikitikitak. Com'era cresciuta la pila di fogli scritti! Qualcuno, lo stesso della notte prima, aveva continuato a scrivere a macchina durante la sua assenza.
“Elena”, proruppe dentro il microfono del telefonino, “che ore sono?”.
“Luca, sei davvero tu? Ma che fine hai fatto? Il Tosti è su tutte le furie, mi sa che questa non te la perdona”.
“Dici che l'ho fatta grossa?”.
“E dimmi tu! Hai preso e te ne sei andato nel mezzo della riunione editoriale, Luca sei sparito da stamattina”.

Chiuse la chiamata. Mise a fuoco l'orologio a muro sopra la cucina, chiuse gli occhi e ci provò una seconda volta. Dovette rifarlo ancora. Stavolta, dopo averli chiusi, li stropicciò energicamente. Stesso risultato: le quattro e trenta del pomeriggio. Balzò in piedi iniziando a consumare il pavimento avanti e indietro fra la cucina e il soggiorno. La luce obliqua del pomeriggio rendeva giallastra e sciapita ogni cosa su cui posava lo sguardo. Inutile. Non avrebbe mai potuto spiegarsi un simile comportamento, anzi un simile fenomeno (i comportamenti di solito hanno una spiegazione). Sonnambulismo. Certo, che altro? Sembrava, doveva essere, sonnambulismo. Riprese in mano il telefonino. Se non ci poneva rimedio, si disse, rischiava di fare la fine del povero zio Annibale. Ebbe un flash. Le pareti del soggiorno divennero il cielo grigio di ottobre, le piastrelle scure dal pavimento si tramutarono nel selciato basaltico della strada. Non smetteva di vibrare quel maledetto selciato, la metropolitana passava giusto in quell'esatto momento sotto i loro piedi. I suoi, piccoli da bambino e immobili dalla paura. Quelli dello zio, grandi e in perenne movimento divincolatorio. I piedoni grossi e ben piantati degli infermieri che avevano afferrato lo zio. Urlava, cercava di colpirli con la testa perché mani e braccia erano saldamente bloccate, proferiva parole mai sentite e discorsi mai conclusi. Li vide sdraiarlo in terra, sul marciapiedi vibrante, nella pubblica piazza, sotto tutti quegli occhi anonimi e sperduti. La sirena prese a urlare di spavento, la gente prese a mormorare di sospetto, la lettiga scese giù sfrigolando di gioia. Lo caricarono, lo chiusero dentro. Fischiarono le ruote liberando un tanfo che sapeva di fine del mondo e di abbandono.
“Pronto, c'è qualcuno all'apparecchio?”.
“Dottore”, sbottò abbarbicandosi a quella voce incorporea. Era sgorgata dal ricevitore come acqua per assetati o zavorra per teste fra le nuvole. “Sono Zampa, Luca Zampa”.
“Lei è il nipote di...”.
“Sì, esatto. Sono io”. Silenzio.
“Mi dica, Zampa”, riprese il dottore dopo infiniti attimi.
“Ho avuto un episodio di sonnambulismo al lavoro”. Ancora silenzio.
“Ne è sicuro, Zampa?”.
“Sì... no, cioè così penso... dovremmo prendere un appuntamento dottore”. Passarono infiniti atomi di idrogeno in sospensione per la Via Lattea. Un aereo straziò il muro del suono mentre l'autobus inchiodava in strada la più tortuosa delle frenate e un passante proferiva la bestemmia più prolungata che mai avesse sentito.
“Mercoledì prossimo, alle otto in punto del mattino”. Tikitikitak...
“Sì, perfetto. Ci sarò”. Tikitikitak... tikitak...
“A mercoledì allora”.
“Certo, a mercoledì. Arrivederci”.

Tikitikitikitak... tikitaktikitaktiki. Chiuse la chiamata e rimase di ghiaccio. Tikitikitikitikitak... takitakitakitik... tikitikitak. Pedoni, auto, elicotteri ammutolirono nel fracasso ticchettante che stava esplodendogli in testa. Lo guardava e sorrideva. Dritto, immobile accanto alla sua lettera trentadue. Takitakitakitik... taki takitakitaki... tikitak. Troppo. Assordante. Lancinante. Lo fissava dritto negli occhi e sorrideva chiedendogli qualcosa di inespresso. Si senti implodere. Il pavimento venne incontro al sedere e si ritrovò in terra, burattino senza fili. Era davvero lui, uguale a quando l'avevano portato via. Ticchettava di assurda contentezza. Scattò in piedi. Si appese alla maniglia della porta. Saettò all'esterno come una molla carica. Giù a perdifiato per gli scalini, la luce fredda delle lampade attorno, il gelo dell'ombra dei ricordi dentro. Incespicò. Volò oltre un intero pianerottolo per ricadere miracolosamente in piedi. “Lasciami in pace, zio”, si ripeteva sbucando nel marciapiedi. “Non sono stato io, non ti ho fatto nulla io”. Qualcuno gli trapanò il cranio con un urlaccio, qualcun altro inchiodò la mano sul clacson. Vi fu un crescendo di frenate, colori smorti, voci gutturali. Sbatté contro un muro di pelle nera, fece partire l'allarme di qualcosa parcheggiato lì vicino. “Non sono stato io”, continuava a salmodiare la sua mente per tacitare il ticchettio. “Zio, non sono stato io”. E calò il grigiore e venne il freddo di quella giornata impressa nella sua bambinesca memoria. Lì davanti alla fermata della metropolitana, quando lo zio aveva la sua stessa età. Tanti anni fa.
“Zio, non è possibile”, aveva esclamato sorpreso.
“Eppure è così, Luca. Tuo zio può essere Dio, tutte le volte che vuole. Io creo mondi, cose e persone”.
“Ma dai! E come fai?”.
“Facile. Ce li ho qui, sulla punta delle dita. Tutti qui”.
“Mi prendi in giro”.
“O no, nipote, per niente! Ho proprio tutto qui”, ribadì mettendogli quei suoi grandi polpastrelli schiacciati e arrotondati sotto il naso. “Quando voglio, mi basta sedermi accanto alla mia macchina da scrivere e... tikitikitak. Il tuo mondo personalizzato è servito”.
“Dai! Quello non vale. Lo mamma, invece, dice che per colpa di quella macchina da scrivere ti sei esaurito”.
“Dice così? Ma non è vero”, protestò lo zio impallidendo.
“Sì, lo dice. Io li sento dalla mia cameretta quando parlano la notte a letto, con papà. Dice anche che la lettera trentadue ha fatto di te un fallito. Non è il contrario di Dio un fallito?”.
“No, ti sbagli”, urlò lo zio. Gli occhi gli erano diventati scuri scuri, come la notte. “Ti sbagli nipote, ti sbagli donna. Io posso essere Dio. Guardate, ora divento Dio senza macchina da scrivere. Guardate”. Balzò sulla ringhiera brunita dallo smog con improvvisa agilità. “Si gode ottima vista da quassù, figliolo”, sbottò allargando un braccio verso la folla di passanti, la coda di macchine ferme al semaforo, la sequela di vetrine tutte illuminate. “Guarda, figliolo, quante facce indifferenti. Quanti siete, signori e signore indifferenti? E quanto inutile chiasso fanno le vostre sciocche automobili e tutti quei vostri piccoli cervellini affollati di pensieri anonimi?”. Urlava a squarciagola, la gente iniziava a voltarsi con insistenza, qualcuno già si raccoglieva ad osservarlo accanto alla ringhiera del marciapiedi. “Guarda, Luca. Osserva come tuo zio adesso cancella tutte queste inutili persone e zittisce tutto questo assurdo chiasso. Basta la parola magica e divento Dio. Tikitikitikitak! Tikitak... tikitak... tikitak!”.

“Tikitak... tikitak... tikitikitak”, fece un manichino da dietro la vetrina. Si buttò ancora in strada nel disperato tentativo di allontanarsi da tutto quel ticchettare, da tutto quel vociare che lo zio morto gli stava pompando nella testa. Un grosso SUV sbucò dalla curva, lo vide, ticchettò un prolungato colpo di clacson. Sbandò ticchettando sulle ruote, leggero e voluttuoso come un ballerino di flamenco. Ticchettò contro il marciapiedi, dritto addosso a un ticchettio di idrante che, ticchettante, prese a spruzzare gelide gocce titiktitak. E venne un passante, poi un altro e quindi un vigile che chiamò la polizia, che fece venire la solita ambulanza. Luca ormai correva altrove lungo l'isolato. Svoltò a destra o a sinistra, urtava ticchettanti passanti che ticchettavano tasti sbagliati. Scavalcò preziosi ticchettanti bambini che in realtà erano solo demoni travestiti. Ancora strade, ancora traffico di ticchettii. Portoni, scale, facce, porte, stanze, divani. Tikitak... tikitak... tikitak. Anche lui, finalmente, poteva essere Dio. Per tikitikitak, sarebbe stato un dio migliore di quel fallito di suo zio. Tikitak, se lo sarebbe stato! Come primissima cosa, si disse, avrebbe abolito tutto quello scrosciante mondo di gente attorno. In seguito avrebbe abolito il mondo stesso e, infine, avrebbe definitivamente cancellato il ricordo di uno zio talmente sciocco da morire dentro un manicomio. Che bel mestiere quello di Dio! Tikitiki... taktikitak... takitakitakitak.
Sfondarono con molta fatica la porta. L'aveva bloccata dall'interno ed era troppo robusta per usare l'ariete, così dovettero chiamare un meccanico che ne smontasse il telaio. Uniformi blu, uniformi rosse, uniformi bianche, tute da lavoro e curiosi ancora in pantofole. Il pianerottolo non aveva mai sostenuto tanta gente. Fra quest'ultimi, anche lui in pantofole e dietro le transenne di plastica, il signor Migliorini si sbracciava come un direttore d'orchestra.
“Un inferno, vi dico”, sbottava incalzando l'amministratore del condominio. “Non ha smesso di ticchettare con quell'assurda macchina da scrivere per cinque giorni filati. Ad un certo punto ci si è messo anche il gatto a miagolare come un disperato, un fracasso indicibile. E non rispondeva. Bussavo ma non rispondeva, solo batteva a macchina con delle dita indiavolate. Miagolii sempre più assordanti e ticchettio incessante, non era più vita”.
“E poi più nulla?”, chiese la signorina Flora, l'inquilina più anziana del pianerottolo (lei in vestaglia, però).
“Saranno ormai quasi tre giorni che non sento nulla”, ribatté Migliorini mostrando la dentiera. “Ho dovuto chiamare le forze dell'ordine, che altro? Questo condominio sta perdendo ogni decoro vi dico”.

Finalmente la sega circolare del meccanico smise di rogare. L'uomo dai radi capelli grigi scambiò un'occhiata con l'aiutante, quindi tutt'e due diressero gli sguardi verso l'ispettore Sbardella. Questi, lisciandosi la giacca di renna e togliendosi gli occhiali da sole, scambiò un cenno d'intesa con il gruppo di celerini in tenuta anti sommossa. Costoro si capirono con un significativo sguardo, abbassarono la visiera. Uno di loro batté una mano sulla spalla del meccanico: via. L'aiutante del meccanico tirò insieme al suo stesso capo, all'unisono. Telaio e porta si scostarono dal muro. Spinsero tutti insieme rovesciando l'intero apparato sul lato sinistro e spostandosi fuori dalla portata dei celerini, i quali entrarono dentro tutti insieme con la rapidità di fulmini. Tutti gli altri rimasero come di pietra, inchiodati nel firmamento di un anonimo pianerottolo. Togliendo via la porta, la nuvola di insopportabile lezzo svaporava dall'appartamento spandendosi sinuosamente per le scale e i nasi di tutti gli attoniti presenti.

FINE


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