Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
DECODER SKY
Proprietario
Marco Candida, autore del romanzo "La mania per l'alfabeto" (Sironi, 2007) e "Il diario dei sogni" (Las Vegas, 2008)


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A proposito di questo oggetto...
Decoder Sky
di Marco Candida

Ormai non faceva altro che inghiottirsi notizie su notizie dai canali satellitari. Si teneva appiccicato ai canali satellitari ventiquattrore su ventiquattro. Per un periodo di tempo dopo l’incidente e subito prima che scoprisse di poter percorrere soltanto dieci metri fuori dalla porta di casa (e se è per questo non soltanto quella dell’entrata principale o quella che dà sul retro con la zanzariera che Gertrude non aveva fatto mettere a posto e che peraltro adesso, ciao ciao bambolina, ci vediamo a Pasadina!, non avrebbe potuto proprio più farla nemmeno distruggere del tutto visto come ormai la bella di padella fosse più stecchita di una stecca di bistecca, ma anche delle finestre in soggiorno o in cucina cosa che significava semplice e cotto che fosse più in trappola di un topo in una toppa) Stefo si era tenuto sintonizzato solo sui canali che mandavano video musicali dal 700 in su. Musica musica e ancora musica. Tanto quella boccuccia d’oro sboccata e scollacciata di Gertrude non lo avrebbe proprio più potuto rompere. Eh, no! Ciao ciao bambolina, ci vediamo a Pasadina! Adesso però da un tempo che non riusciva a definire si era a messo a stazionare sui canali Sky dal 500 in su. Si guardava anche i notiziari trasmessi in inglese, in francese e in tedesco anche se a metterla in chiaro non capiva nemmeno uno sputo di sillaba sibillina. Oh fosse stato per lui non ci avrebbe certo perso i capelli davanti ai notiziari: avrebbe invece preferito perderli magari ingollandosi qualche cartone animato sui canali dal 600 in su al posto dei video musicali oppure tirando giù dalla soffitta quell’aggeggio per i videogiochi che un giorno la sua consortina pesciolina aveva fatto sparire lasciandolo fritto e lesso senza un briciolo di perché e come mai e che per la verità avevano acquistato più che altro per i marmocchi ranocchi nipotini e non lo avevano praticamente toccato mai. Però Stefo, come aveva cominciato a pensarsi ultimamente (molto meglio Stefo, si era detto un giorno semplice e cotto, che Ingegner Stefano Stefanini), bene, Stefo doveva vederci chiaro, per questo era passato dai canali dal 700 in su ai 500 in su. Sì, perché proprio non capiva che cosa fosse questa cosa che non gli riusciva più di uscire di casa e già che stiamo centrando il buco col getto nemmeno come mai fosse ancora vivo dopo essere ruzzolato per le scale di casa ed essersi ridotto più o meno come uno sformato di ciliegie di quelli che Gertrude preparava con farina di tipo 10 e lode, come la metteva lei. Dieci gradini di marmo strofinato e levigato sono tanti e sono duri. Quando Stefo era cascato si doveva essere fratturato ogni osso del corpo. Se era cascato come un sacco di patate la colpa era stata di Gertrude. Gertrude che era sempre stata particolarmente orgogliosa di quella scala che collegava il piano inferiore a quello superiore e anzi si può dire che fosse stata proprio quella scala marmorea a convincerla una quindicina d’anni prima a scegliere la casa a parte le condizioni relativamente vantaggiose per il mutuo – e anche il giardinetto con il delizioso ippocastano. Eh sì, li strofinava che era un piacere, quei gradini. Una volta alla settimana, sosteneva lei, anche se Stefo era pronto a scommettere una volta al giorno. Già. Gertrude e la sua cera. Gertrude e la sua mania delle pulizie. «Finiscila di sporcare tutto col sapone!» la rimproverava certe volte lui quando lei prendeva secchio e straccio e piegava la schiena – un movimento, come notava malinconicamente Stefo nella sue sempre più alcolizzate sessioni davanti al plasma da un centinaio di pollici in soggiorno, che ormai Gertrude compiva più che altro lontana dalle molle del materasso. Gertrude aveva la mania delle pulizie: questo è quanto, semplice e cotto come l’elementare concetto che cadere dalla cima delle scale può far male, oh sì, molto male, Stef-Oh! L’Ingegnerone Stefano Stefanini autoproclamatosi Stefo ultimamente era cascato, ba-dom!, e secco ci era restato, ba-dam! Che cosa fosse successo dopo, questo Stefo non è proprio in grado di ricordarlo. Ricorda solo bianco bianco bianco. Però una cosa la ricorda semplice e cotto: prima di scivolare sullo Prin Sprak o Sprak Prin o chi si ricorda della sua pesciolina rossa fuori di boccia (un contenitore quello del lustra pavimenti con una forma che lo aveva sempre chiamato all’esercizio del dubbio e che peraltro mentre sputacchiava la sua bavetta bianca emetteva un suono scorreggiante non proprio degno di un applauso finale) aveva provato una incazzatura tremenda, ma proprio dura dura, pensando una cosa confusa come “QUANTE CAZZE VOLTE LE HO DETTO DI SMETTERLA DI SCOREGGIARE CERA DAPPERTUTTO! DIO, COME LA VORREI STRANGOLARE! DIO, COME LA VORREI STRANGOLARE! DIO, COME LA VORREI STRANGOLARE”. Intanto c’erano i ruzzoloni, e che ruzzoloni!, e le ossa che cric e croc facevano la loro musica, e ciao ciao, bel bambino, ci vediamo a Portofino! Eh già, avesse potuto rialzarsi da cadavere, l’avrebbe strangolata per davvero la sua pesciolina cervello di lumachina e detto fatto semplice e cotto si era ritrovato dopo la luce bianca bianca bianca nel suo bel salotto. Inizialmente non ci aveva capito un bai. Aveva cominciato a urlarle addosso («STRONZACCIA! STRONZACCIA! GUARDA CHE BOTTO! SON TUTTO ROTTO!») ma lei aveva cominciato a comportarsi proprio come se non ci fosse come se fosse un fantasma. Poi aveva capito la situazione e piano piano aveva cominciato anche a smetterla di fare calcoli e trigonometrie da quel bravo ingenerino cinquemila euro al mese che era stato in vita e semplice e cotto aveva preso un’ascia dalla cantina dabbasso e l’aveva fatta a polpette. L’ingegner Stefano Stefanini non avrebbe mai fatto un lavoro tanto sporco con tutto quel sugo di polpettine di pesciolina che svolazzava sulle pareti, ma adesso lui era un fantasma, passava attraverso i muri, spostava gli oggetti col pensiero, entrava nei corpi vivi facendo prudere il cervello e le budella dei suoi ospiti (dal di dentro, sì) e poi si era messo a parlare non più preciso e freddo come la lama dell’ascia che aveva fatto saltare gli arti della sua mogliettina (che è un modo come un altro per dire preciso e freddo come un Ingegnere), ma al contrario (eh sì, proprio tutto il contrario) come un fan infuocato di MGZ e del figlio cantante dei Pooh. Del resto quando sei puro spirito il cervello ti si alleggerisce di un bel po’ di grammi, questo è poco ma è sicuro come il fatto che se ruzzoli giù da dieci gradini di marmo, se la scampi, dopo non puoi non diventare fan di MGZ e del figlio cantante dei Pooh. Insomma dopo essere capitombolato giù dalle scale Stefo era tornato dopo qualche tempo sottoforma di presenza ectoplasmatica (impossibile stabilire esattamente per quale ragione, ma era tornato quattro giorni dopo la celebrazione lacrimosa dei suoi funerali) e si era preso la rivincita su quell’oca sguatterina della sua mogliettina e dopo aver fatto questo – diciamo cinque-minuti-cinque dopo – non aveva fatto altro che uscire di casa con l’intenzione semplice e cotta di attraversare l’oceano fluttuando e finalmente di viaggiare viaggiare viaggiare come aveva sognato di fare per tutta la vita e, guarda un po’, poteva fare invece solo adesso che era morto – come a dire che tutto sommato la morte è la pensione della vita e che il pensionamento è la morte durante la vita. Invece dopo dieci metri giusto dopo il giardinetto della villetta a schiera dove abitava mezzo metro dopo aver varcato il cancello una specie di muro d’aria compattissimo respingeva ogni volta Stefo lontano. Stefo aveva provato e riprovato, dacci e ridacci, Stef-Oh, Stef-Oh-Issa!, ma niente, non era riuscito a sfondare o a scavalcare o a aggirare il compattissimo muro d’aria. Aveva allora provato a passare dal retro e anche da due finestre. Niente. Niente di niente di niente. Merdaccia. Cosicché non potendosi attaccare alla bottiglia per ignorare quello che era successo (era un fantasma, niente più sformati alle ciliege e niente più Tavernelli a go’ go’; e anche niente più gabinetto né dal davanti né dal dietro, a guardare la metà piena) si era attaccato al televisore per capirlo. (Oh, la la la, Stef-Oh, l’hai piazzata profonda, questa! Profonda nel sette!). A parte per non perdersi X Factor per il resto era tutto un notiziario. Magari, sì, magari mezzo mondaccio marcio era popolato di lenzuoli buh-buh-buh! Oppure un meteorite s’era sfracellato sul nostro pianeta alzando i venti ai tre o quattrocento all’ora. Oppure i marziani o i venusiani. Invece no, niente. Solo lui, in tutto l’universo. Ingabbiato in casa. Accidenti. Ma se aveva seccato la pesciolina (facendone proprio un sushi, lo puoi dire forte o piano, come ti pare, Stef-Oh) che cosa ci faceva ancora nella casa che aveva acquistato quindici anni prima con un mutuo e metà dei soldi dei genitori della sguatterina? Avrebbe dovuto starsene a spaventare gli inquilini? Magari gli amici e poi le autorità una volta che si fossero accorti che la consortina era stata trattata come una salama e affettata zan zan zan. No no no! Doveva esserci una spiegazione! La televisione! La televisione! I giorni però erano passati e lui non aveva trovato proprio niente. Sembrava che questa cosa riguardasse solo lui e lui soltanto. Lui tappato nella sua merdaccia casa. Tre giorni dopo aver usato l’ascia sulla moglie Stefo ha preso la decisione di levare i pezzi di corpo sparpagliati per il salotto e di seppellirla nel giardinetto di casa. Non voleva, accidenti, vedere la donna che il secondo giorno del viaggio di nozze gli aveva lanciato un confetto in un occhio quasi mezzo accecandolo mentre le mosche se la lavoravano, e gnam gnam gnam, bye bye, bambolina, ci vediamo a Pasadina. Così, via, nel giardinetto, vicino all’ippocastano. Aveva seppellito la pesciolina a polpette quando era calato lo scuro. Altrimenti vedendo una pala e un piccone che si piantavano da soli nel terreno del pratino dei loro dirimpettai e sollevavano terra e vedendo Polpette di Signora Pesciolina buttate dentro al buco nel terreno a diventare concime per le piante e sandwich per i vermi i vicini avrebbero potuto pensare di aver avuto le traveggole. Davvero una sepoltura indegna per una donnina tutto cuore che gli aveva fatto da infermiera per diciannove anni, ma tutto sommato lui stava soltanto seppellendo il suo corpo, mentre il suo spirito chissà dove se ne vagolava adesso. Dopo aver sepolto la sua carnefice mogliettina ed aver scoperto che i notiziari non davano nessuna notizia riguardo la sua attuale condizione, nemmeno il servizio meteorologico parlava di un filo di cirri e stratonembi, e men che meno di venti, o di muri d’aria, Stefo cominciò a sentirsi solo e tappato come un vinello di Tavernello nel suo cartone che peraltro non poteva più nemmeno buttarsi in corpo. Un paio di volte era venuta la madre della pesciolina, e lui si era almeno divertito a spaventarla, sbattendo le porte, tirandole addosso piatti, argenteria. Poi mentre quella stava dandosela a sottane levate le si era infilata dentro, invadendole ogni vaso sanguigno, ogni fibra muscolare, ogni cisti e neo, e quella aveva cominciato a piangere e a vomitare e gli occhi le si erano girati all’insù, e Stefo si era reso conto che stando dentro al corpo corpacciuto della donna partorisci pescioline era riuscito a perforare il muro d’aria e a fare due, tre, quattro cento metri. Solo che era troppo difficile governare quel corpo corpacciuto di bella di padella, sbandava e cappottava come un pazzo manichino animato e così aveva dovuto saltare via venendo peraltro subito risucchiato ferocemente dal muro d’aria e sbattuto un’altra volta nella sua cella. Erano seguite giornate di disperazione pura. Se Stefo non fosse stato impalpabile come le tette della sua prima morosa al quinto ginnasio Sez. C avrebbe senz’altro cominciato a prendere a testate porte, finestre e muri. Aveva passato tre lunghissimi giorni a darsi dello scemo scemo scemo fan di MGZ e figlio cantante dei Pooh del tutto incapace ormai di fare calcoli e trigonometrie ed essendo invece diventato un fantasma ammazza mogli stupido stupido stupido. Come aveva potuto farlo? Come era riuscito ad ammazzare la sua pesciolina lumachina figlia di paperina? Solo perché lei aveva scorreggiato un po’ di cera sul pavimento? Come aveva potuto? Come ci era riuscito? Si erano sposati nel 1986. Nel 1991 avevano acceso il mutuo per assicurarsi quella magnifica villetta a schiera che attualmente lo imprigionava. Nel 1993 Stefo o ciò che era stato prima di diventare Stefo l’Affetta Mogliettine Buone aveva cominciato a guadagnare soldi soldi soldi. Giù in città si era anche messo in politica. Aveva fatto l’assessore. Saliva saliva saliva. Leccava? Forse. Senz’altro, però, saliva. (Ne hai piazzata un'altra all’incrocio dei pali, Stef-Oh, Stef-Oh-Oh-Oh!). E chi c’era dietro tutto questo? Chi c’era, eh? C’era Pesciolina. Lei che gli aveva dato metà soldi per comprarsi la villetta. Lei che gli metteva i piedi a mollo quando tornava a casa la sera. Lei che gli spalmava la pomata H quando tra le chiappe gli sembrava che di H ci avesse solo una bomba. (Ah, ma allora sei un professionista!). Non aveva avuto piselli di pischelli da pulire, purtroppo, anche se ci avevano provato e riprovato. Però aveva imparato a conoscere i punti deboli delle sue chiappe a mena dito e probabilmente al punto di sapergliele anche tormentare con pranzetti e massaggini alla schiena ad hoc. Aveva ammazzato la sua infermierina! Lei che gli aveva confessato una volta che faceva tutto questo perché lo amava tanto da sentirlo come se lui fosse il corpo e lei l’anima. Oh, pesciolina! Chi lo avrebbe assistito adesso? Dopotutto lui le era sempre stato fedele. Le aveva sempre voluto bene – e a cavallo tra gli Anni 80 e 90, prima di essere eletto assessore, e prima che la ditta dove lavorava dimezzasse drasticamente il fatturato, era arrivato anche a provare per lei un amore puro e totale come quando la pinna del flipper fa schizzare la pallina nel fungo più grosso e il totalizzatore si scassa a forza di girare e aggiungere punteggio. Non poteva crederci d’averla ammazzata. No no no e no! Se fosse stato ancora vivo si sarebbe ammazzato. Avevano trascorso tutto il tempo assieme. Avevano diviso ogni battito del cuore e ogni respiro e… Oh, merdaccia in canna, come ce l’aveva fatta ad essere stato tanto stronzo? «PESCIOLINA! PESCIOLINA! PESCIOLINA! PESCIOLINA! PESCIOLINA!» Le gita in barca! Le passeggiate nelle colline circostanti! Gli acquari, la passione della pesciolina! Gli acquari! Oh, ma cosa aveva fatto?! «HO BISOGNO DI TE! HO BISOGNO DI TE! HO BISOGNO DI TE!» Stefo gridava e sbatteva porte e distruggeva oggetti e in frigorifero aveva spruzzato via la bomboletta di panna spray e il tubetto di maionese e aveva spiaccicato un avanzo di parmigiana trovata dentro una pirofila di vetro coperta di stagnola (perché pesciolina lumachina figlia di paperina era sempre stata super-pulitina!) e quando stava per accendere il forno in cucina e far esplodere tutta la casa che avevano finito di pagare solo due anni fa, perché magari il muro d’aria non sarebbe riuscito a contenere l’esplosione della casa e si sarebbe dissolto o crepato e lui sarebbe riuscito a fuggire via via via lontano lontano lontano, proprio in quel topico, apicale momento, glin!, glon!, il campanello di casa suonò e poi seguirono i colpi, lenti, regolari.
Stefo si portò in soggiorno. Pensò che fosse qualche testimone di Geova, venditore di bibbie, di enciclopedie, magari qualche parente sprovvisto della chiave, non come la madre della pesciolina che sei o sette anni fa ma forse anche prima contro ogni desiderio di Stefo era riuscita a ottenere dalla figlia le chiavi, e qualche volta era piombata in casa all’improvviso alla domenica, con stufati e stufatini, mentre loro stavano di sopra a cercare di distruggere il letto, quando ancora tra loro succedeva. No. Qui era qualcuno senza chiave e bussava bussava bussava. Lento. Implacabile. Stefo aprì la porta di casa. Sulla soglia comparve il cadavere della pesciolina. Pesciolina aveva un'orbita vuota. L’altro occhio aveva il bulbo oculare giallo e l’iride rosso sangue. I capelli erano insanguinati e sporchi di terra. Il labbro inferiore non c’era più e mostrava l’arcata inferiore dei denti e le gengive dove stazionavano un paio di vermi lunghi e sottili. Teneva nella mano destra il braccio sinistro che otto o nove giorni prima Stefo le aveva tranciato di netto con l’ascia con un colpo da meritarsi un trofeo a un torneo di boscaioli. «Sono… tornata… perché… ti… amo…» le sentì dire con una voce che sembrava arrivare da un pozzo profondo quattrocento piedi. Il cadavere putrefatto di pesciolina aveva impiegato due o tre minuti per pronunciare quelle parole. Poi ciò che era rimasto della sua pesciolina lumachina figlia di paperina avanzò in casa. Molto lentamente si diresse verso il bagno. Si mise un paio di occhiali da sole che trovò su un cassettone in soggiorno e dove dovevano essere rimasti da chissà quanto come a volte succede a certi oggetti dei quali ci si dimentica completamente e non si mettono mai al loro posto. Poi entrò in bagno e chiuse la porta. Non disse una parola. Probabilmente per l’evidente difficoltà che aveva nel proferirne. Stefo che l’aveva seguita passo passo nella sua traversata di una straziante lentezza verso la stanza da bagno esattamente con lo stesso sguardo di chi sta osservando un fenomeno paranormale (come un sordo che dà del cieco a un non vedente, se ci rifletti, Stef-Oh!) non osò passare attraverso la porta che lei aveva chiuso e le lasciò la sua privacy. Due giorni più tardi – almeno stando alle date che Stefo controllava dalla tele – la porta della stanza da bagno si riaprì e ricomparve Pesciolina. Stefo ogni tanto era passato a dare un’occhiata, ma senza usare i raggi x o affacciandosi per qualche breve istante attraverso la porta, no, soltanto tendendo l’orecchio e assicurandosi di sentirla armeggiare con le cose che c’erano in bagno, sentendo il getto della doccia, sentendo l’asciugacapelli in funzione, ad un certo punto, e piuttosto enigmaticamente, anche il suo rasoio elettrico – di solito Pesciolina per depilarsi aveva sempre usato schiuma da barba e rasoio normale – e poi chiedendole anche, una volta o due, come stava se andava tutto bene ma senza aspettare la risposta ché si sarebbe fatta una certa, ed era una pizza stare ad aspettare che mettesse assieme quattro o cinque parole in dieci minuti o un quarto d’ora. Comunque adesso la porta della stanza da bagno si riaprì. Pesciolina ne uscì fuori. Indossava un cappotto bianco che le scendeva fino ai piedi e che doveva avere recuperato dall’armadio della stanza da letto senza che Stefo se ne accorgesse. Dalla manica sinistra pendeva inerte una mano. Stefo non volle informasi subito a proposito di quella mano ma immaginò che Pesciolina si fosse ricucita il braccio tranciato con ago e filo – che probabilmente doveva aver preso dalla scatola da scarpe dove teneva gli arnesi da cucito nel ripostiglio in cucina mentre Stefo si schiacciava un sonno sul divano. I capelli erano puliti. Anche se prestando attenzione si poteva sentire ancora l’odore della carne in via di decomposizione, il corpo di Pesciolina emanava ottimo profumo. La carne del volto era bianchissima e per il labbro inferiore per adesso Pesciolina non aveva trovato di meglio che formare una sorta di imbracatura con garze e cotone. Nel complesso però adesso Pesciolina non sembrava più zombie di tante persone vive e vegete che si incontrano per le strade del mondo. Quando l’occhio itterico e affogato in una pellicola di sangue di Pesciolina inquadrò Stefo le parole che mise assieme in circa una decina di minuti – su questo Pesciolina avrebbe dovuto lavorarci di più in futuro per aggiustarsi – furono: «Entra… in… me…» Stefo scattò di brutto. «Ma sei scema? Non pensavo di averti fatto in poltiglia anche il cervello! Sul serio vuoi trombare adesso? Scopacchiare? Far saltare le molle come ai vecchi tempi andati? Non se ne parla proprio, guarda, ah, no, guarda! Mai e poi mai! E poi ti pare che un fantasma possa penetrare un corpo solido?» «Entra… dentro… il… mio… corpo…» «Ma no! No! Ti dico di no! Bella di padella, e no! Non puoi chiedere una prestazione sessuale a un essere che non ha niente di duro per definizione! Poi magari oltre a un occhio ti è caduta anche una tetta o una chiappa. Che cosa credi? Ci ho fatto i miei pensieri anche io di sotto davanti al plasma mentre tu stavi lì dentro a metterti in ghingheri…» Pesciolina sembrò adirarsi. Sollevò le mani proprio come una zombie e cercò di acchiappare Stefo. Naturalmente si ritrovò ad afferrare solo aria. «Visto? Visto? Visto?» le disse Stefo, mettendosi a girarle in tondo. «Visto? Non puoi farmi niente! Visto? Non mi puoi acchiappare! Visto! Non mi puoi afferrare!» Pesciolina allora provò di nuovo a parlare. Questa volta ci mise mezz’ora e fu straziante – una noia peggio di uno di quei filmacci che passavano sul canale satellitare CULT. Per di più intervallava il tutto tirandosi fuori dalla gola dei rumoracci catarrosi impressionanti. «Sono… tornata… per… aiutarti… È… stato… l’amore… a… farmi… tornare… ORBEEEEEHHH! BLUEEEHHH! BLUEH! BLUEH! Se… vogliamo… uscire… da… qui… devi… entrare… nel… mio… corpo… io… sarò… il… corpo… tu… ORBEEEEEHHH! BLUEEEHHH! BLUEH! BLUEH!… tu… ORBEEEEEHHH! BLUEEEHHH! BLUEH! BLUEH!… tu… l’anima…» Nonostante il suo quoziente d’intelligenza da canale 700 in su di Sky Stefo riuscì a capire il significato delle parole di Pesciolina e pertanto disse: «Oh, Pesciolina, sono stato così ingiusto con te! Cattivo! Cattivo! Cattivo! Oh, scusa scusa scusa…» E allora così come aveva fatto con la mamma Stefo fece altrettanto con la figlia e si iniettò dentro di lei occupandole fegato, pancreas, reni, cuore, bicipiti, cervello, e ogni parte. Solo che fu diverso possedere la figlia dalla madre, moooolto ma moooolto più agevole. Uno zombie e un fantasma potevano completarsi proprio alla grande, eh sì sì, eh già già. Pesciolina sarebbe stata il corpo e lui sarebbe stata l’anima. Lei il guscio e lui il tartarughino, lei gli aculei e lui il porco spino. Oh, Pesciolina… Pesciolina romantichina… E così Stefo e Pesciolina uniti come mai erano stati fino a quel momento, aprirono assieme la porta di casa, penetrarono il muro d’aria e cominciarono assieme la loro nuova avventura per il mondo. «Pesciolina, ti faccio prudere?» «No… ORBEEEEEHHH! BLUEEEHHH! BLUEH! BLUEH!… Sono diventata… più… insensibile… di… un… tegame… di… merda… di… dinosauro… ORBEEEEEHHH! BLUEEEHHH! BLUEH! BLUEH!» «Pesciolina, dov’è che siamo diretti, Pesciolina?» «Perché… non… proviamo… con… Barcellona…?» «EVVAI, Sì, BELLA DI PADELLA!!!!»


Nota dell'autore: In realtà a me MGZ che qualche giorno prima della tradizionale Notte Bianca ho avuto il piacere di incontrare nell'ufficio dell'agenzia di booking Big Ramona a Genova mi piace proprio un mondo. Dj Francesco mi è simpatico. CULT è il mio canale Sky prediletto. I canali dal "500 in su" mi aiutano a tenermi informato. I canali dal "700 in su" li ascolto di continuo, specialmente Mtv Gold. E già che ci siamo mi piace anche X-Factor.


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