Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
ASTRONAVE
Proprietario
Marco Candida, autore del romanzo "La mania per l'alfabeto" (Sironi, 2007) e "Il diario dei sogni" (Las Vegas, 2008)


Prezzo

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1400000 €
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A proposito di questo oggetto...
Disco volante Michael Jackson
di Marco Candida


Quindici giorni fa ho visto Michael Jackson scendere da un’astronave. Ci ho messo quindici giorni per mettermi davanti al portatile per scrivere queste parole. Non me la sento ancora, non dopo soltanto cinque righe di un foglio word a margini larghi, di chiamare queste parole “storia”, “racconto”, “confessione” e a dirla intera non sono sicuro lo farei nemmeno dopo quaranta cartelle a margini stretti. Ho trovato le mani per farlo soltanto dopo aver smesso con lo Xanax, lo Zoloft e le altre benzodiazepine che stando all’inchiostro che ho trovato sui giornali avrebbero ammazzato il Re Del Pop. Se sto parlando come qualcuno che si attiene allo strombazzare della carta che di solito uso più che altro per avvolgere le uova è per il semplice fatto che considero quello che mi è successo solamente come il risultato di un goccio di troppo di Jeam Beam o di qualche cellula bruciata da un tiro di troppo di quell’erba che non meno di tre settimane fa mi è stata procurata da quel somaro di Billy Rossell. Ho ancora un po’ di quel fieno in una scatola da sigari nel terzo cassetto della mia scrivania (o meglio della scrivania che la vipera sturalavandini mi ha messo a disposizione, già che qui intorno è tutto di proprietà delle sue tasche e della sua linguaccia), ma non credo proprio che ne farò più uso. Ho chiuso per sempre con quella robaccia. Ho cominciato con lo Xanax, lo Zoloft e il resto perché ho pensato fosse meglio imbottirsi di questo loto legalizzato piuttosto che finire ogni tot di giorni nell’astronave di Michael Jackson a causa di una goccia di troppo di Jeam Beam o di un filo di troppo d’erba-di-somaro. Anzi mi chiedo cosa potrà capitarmi di vivere adesso che ho smesso con quei farmaci. Magari uno di questi giorni potrei vedere Madre Teresa volare su una scopa di paglia… Quindici giorni fa era il 28 giugno 2009. Mi trovavo a Sioux Falls, in North Dakota. Che cavolo ci facessi lì è tutta una storia (questa sì, una storia, con un inizio, una fine, e un triste filo d’acciaio che la percorre e la tiene insieme) che adesso però non voglio perdermi a mettere nero su bianco. Dico solo che a Grand Forks (prima di piazzare tre o quattro ore di automobile tra me e la vipera sturalavandini) mi ero fermato da Happy Harry’s per svuotare un po’ il portafogli già che dentro c’era troppa carta verde ed ero uscito da lì con tre di quei sacchetti di carta marrone con i manici che quasi mi si strappavano. Ho buttato tutto quanto sul sedile posteriore e per un momento è sembrato che un bisonte fosse andato a farsi prendere un colpo vicino alla vetrina di un negozio di ceramica. Per fortuna nei paraggi non c’erano Patrick Niente e Sono Felice o Bubba Sono Grasso Perciò Non Rompetemi. Da Happy Harry’s individui come questi sembravano come una delle automobili nel parcheggio o uno dei pali della luce o dei cassoni della raccolta delle bottiglie. Bazzicavano quel negozio di liquori sempre e anzi senz’altro dovevano esserci anche stavolta, ma sono stato io che non ho fatto in tempo ad accorgermi di loro. Sono montato in auto e ho piantato il piede sul pedale a destra in pratica senza più muoverlo da lì per quattro ore o cosa. Prima di arrivare a Sioux Falls mi sono fatto scendere due lattine di birra nello stomaco, ma non ho cominciato con il Bushmill o il Jim Beam o il Moltepulciano d’Asti. No. Quelle bottiglie sono finite nel mio stomaco soltanto quattro ore più tardi davanti a una radura coltivata a granturco nei pressi di Sioux Falls. Ho girato il volante verso la radura più o meno non appena le ruote della Buick della vipera sturalavandini hanno sorpassato il cartello di benvenuto a Sioux Falls. Ho alzato la manopolina dell’autoradio della Buick e ho ingollato al ritmo di quel che ascoltavo. Ascoltavo i catarri black di Bobbi Womack e Al Green. Il cielo era azzurrissimo. Il sole era una moneta incandescente tra qualche sbaffo di nuvola. Le spighe di granturco ondeggiavano sotto la brezza di un venticello leggero. Del resto, il servizio meteoreologico che avevo ascoltato quella mattina mentre mi radevo dava bel tempo per tutta la settimana. Arrivato a metà del Jim Beam – dopo essermi già fatto una metà di Bushmill e dopo essermi rollato una canna – si è posato un disco volante sul granturco. Deve averci messo un secondo ad atterrare e in pratica davanti ai miei stanchi occhi annebbiati dall’alcol è stato come se fosse comparso dal nulla. Dopo essere atterrato non era cambiato niente intorno. Il cielo aveva seguitato a rimanere dello stesso colore e il vento non aveva cambiato velocità o direzione. Il disco volante in realtà era un quadrato volante. Infatti aveva una forma quadrata. Fate conto, il lato del quadrato era almeno di trecento metri. Era un coacervo di metallo nero e strane pinne e alette arancioni e blu che correvano sulla parte superiore del quadrato volante e nel bassoventre della carlinga e incorniciavano aperture che assomigliavano a finestre soltanto con al posto dei vetri blocchi di metallo argentato. Dal quadrato volante si è alzata una porta arrotolandosi verso l’alto in poco più di un secondo facendo il rumore Spaak. Poi dal quadrato è spuntata una scaletta di cinque o sei gradini con il rumore come d’una interferenza radio. Contemporaneamente il profilo di un uomo magrissimo e con il naso perfetto si è materializzato sullo sfondo di una luce rosa chiarissimo. Poi la figura ha cominciato a scendere la scaletta ed era Michael Jackson. Dio, subito ho pensato che gli esseri verdi che avevano messo assieme l’astronave avessero anche inventato una qualche specie di marchingegno elettronico che proiettava ologrammi. Insomma all’inizio ho pensato di avere davanti l’ologramma di Michael Jackson e non Michael Jackson in carne e ossa. Eh no. Avevo visto i funerali via cavo. Avevo visto la tomba esposta davanti a milioni di persone. Avevo visto le lacrime della protagonista di Laguna Blu. Mi ero anche oziosamente domandato stiracchiandomi sul divano dove stavo buttato con una ciotola di Cap'n Crunch ben imburrati – una ricetta di mia invenzione che magari racconterò un’altra volta – se per caso non avrebbero finito con lo scoperchiare la bara e mostrare lì intorno il cadavere dell’uomo da ottocento milioni di copie d’album vendute in tutto il mondo. Eppure adesso davanti a me pareva proprio esserci Michael Jackson in carne, plastica e ossa e non un ologramma proiettato dagli omini verdi. Quando Michael è uscito dall’astronave indossava giacca, camicia e pantaloni bianchi. Teneva sulla testa un panama bianco. C’era una striscia di seta bianca attorno al cocuzzolo. Quando sono sceso dall'auto, mi si è avvicinato. Il Re Del Pop ha lasciato che gli toccassi il viso. Ho potuto percepire la consistenza della carne bianca. Invece non mi pare di aver sentito nessuna protesi di plastica. Poi Michael Jackson ha parlato. Ha esordito con due brevi concetti in apparente contraddizione. «Non sono morto. Siete stati voi ad ammazzarmi.» «Michael…» ho farfugliato io. Non ero mai stato esattamente un fan di Michael Jackson. Dopo la sua dipartita, però, avevo cominciato a provare uno strano dolore ogni volta che sentivo per televisione o per radio qualche notizia che lo riguardava. Mi si manifestava agli angoli della bocca e più o meno al centro del costato. Sì, ogni volta che sentivo della sua morte mi si piegavano gli angoli della bocca e sentivo una lametta al centro del costato. Mi venivano anche le guance rosse a pensare quello che quel piccolo uomo saltando, gridando e comportandosi più o meno ogni volta come un bimbo sulle montagne russe fosse riuscito a procurarmi senza che io nemmeno lo volessi. Tutto si può dire ma non che non fosse un maledetto maestro d’artista. Ora, comunque, quel dolore sembrava tornato, ma non mi aveva preso solo agli angoli della bocca, ma anche agli occhi, pungendoli, e la lametta al centro del costato adesso sembrava un pugnale. Michael Jackson ha proseguito: «Sono stato travolto da troppi scandali. Io ho ballato. Io ho cantato. Io vi ho fatto divertire. Vi ho intrattenuto. Voi mi avete ripagato sporcando il mio nome con la peggiore, mio Dio, peggiore peggiore peggiore delle infamie. Così ho tolto le tende. This is it.» «Non noi… non noi… I giornali… La carta stampata …» ho farfugliato di nuovo io. «Ah sì! I paparazzi! Ma anche le fan che si sarebbero fidanzate anche solo con un pezzetto del mio corpo! Chessò, magari una mano o un ginocchio o perché no un piede. “Sono fidanzata con il gluteo destro di Michael Jackson! Eccolo! Eccolo! Ce lo qui, nella borsetta-frigo!” Eh sì, mi volevano proprio mangiare vivo. Mi avrebbero fatto a fette e venduto all’asta, se avessero potuto! Altro che successo! Altro che popolarità! Il nome giusto è galera! Galera galera galera!» «Io non posso crederci, Michael… Tu sei vivo… È stata… una montatura…» «Ma certo che la è stata! Ti pare che se suo padre fosse morto davvero mia figlia sarebbe salita su un palco? Sono stato un padre amorevole. Ero un brav’uomo! Lo sono ancora, se è per questo! Non puoi non esserlo quando la tua Bibbia è la Bibbia e non un politico o le tette di una donna o un doppio cheeseburger con patatine fritte. E quando Brooke ha fatto il suo intervento è stata così schematica, tanto poco spontanea… Lì ho temuto che qualcuno s’intagliasse di qualcosa… Sì, la è stata tutta, una montatura. Io avrei anche aspettato a farlo, ma… Ve la siete proprio cercata…»
«Cosa significa che avresti aspettato, Michael? Che lo avresti fatto lo stesso? Che era in programma?» «Il 21 dicembre 2012 il mondo finirà» ha detto Michael Jackson.
«Oh, tutte balle, tutte frottole, ti prego, adesso non attaccare con queste sciocchezze…» Per un momento ai miei occhi annegati nell'alcol è sembrato che le pinne e le alette che correvano per l'astronave si accendessero e spegnessero a intermittenza. «Io lavoro per la CIA. Non sono balle. Succederà.» «Lavori per la CIA? Che cosa significa che lavori per la CIA? Adesso non mi venire a dire che hai un ufficio con una targa che porta il tuo nome a Langley!» «La CIA mi ha creato. Sono stato selezionato da un piano governativo americano segretissimo. C’eravamo io, Prince, Elton John e un sacco d’altri… È stato né più né meno come un provino. Eravamo tutti quanti artisti già di successo. Eravamo star. La CIA però aveva bisogno di creare un superartista che aiutasse a mantenere ordine sociale. Troppe forze antisistema operavano in giro per il mondo. Troppa criminalità e amoralità. Così crearono me. Mi scrissero i testi. Mi organizzarono i concerti.» «La CIA ti organizzò i concerti?» «I più importanti sì. Fu anche approvato un pacchetto segreto per acquistare il mio album. Davvero pensavi che fosse possibile vendere centodue milioni di album in tutto il mondo? Sì, eh?» «Crearono anche i sosia. Sedici, per la precisione. La faccenda delle plastiche è stata una strategia per confondere le acque. Le forze antisistema però ultimamente hanno ripreso il sopravvento e io sono stato travolto dagli scandali. Mangiato vivo dagli scandali. Che razza d’ingrati… Così la CIA ha deciso di organizzare la mia morte. Hanno anticipato i tempi e mi hanno spedito a vivere su questo disco volante preparato dalla NASA. È anche un modo per testarlo. Spediscono sui dischi volanti le persone famose e quindi importanti che non hanno più voglia di vivere una vita dove devi andare in giro con un centinaio di guardie del corpo se vuoi arrivare salvo per cena. Ci usano per testare i dischi volanti in vista della Grande Catastrofe. Il 21 dicembre 2012 questo pianeta smetterà di ruotare, i poli si invertiranno e dopo tre giorni la Terra invertirà il senso di rotazione. È tutto vero. Esistono piani governativi per salvare i migliori della Terra. Di questo discutono i G8, G12, G20 e G40. Altro che crisi ambientale. Di come ripopolare la Terra dopo la Grande Catastrofe, invece.»
«Perché hanno scelto proprio te?» «Credo di essermelo guadagnato, no? Sul disco volante attualmente siamo in cento quaranta. Ce ne saranno altre di morti in questi mesi e nei prossimi due anni. Si leveranno in volo migliaia di dischi volanti. Il giorno in cui avrà inizio La Grande Catastrofe le persone comuni penseranno anche a un’invasione aliena probabilmente. Per contenere la catastrofe i dischi volanti spareranno anche raggi laser contro bersagli mirati. Gran Canyon. Montagne Rocciose. Sarà uno scenario impazzito.» «Chi altri c’è oltre a te?»
«Ci finiranno tutti i grandi della Terra e le persone famose e importanti. Se lo sono guadagnato. Di sicuro ci sarà poco spazio per i giornalisti e per i politici corrotti, almeno nel mio disco volante.» «Pe-pe-perché mi stai dicendo queste cose? Sono terrorizzato a morte adesso.» «Stiamo prendendo campioni isolati nella popolazione e la stiamo avvertendo di quello che succederà. Speriamo che qualcuno di loro riesca a inventarsi qualche stratagemma per salvare l’umanità. Per adesso la sola soluzione che è stata trovata è quella dei dischi volanti ma i cervelloni alla CIA, alla NASA, al KGB stanno attenti a captare qualsiasi suggerimento da qualsiasi parte. Monitorano ventiquattrore su ventiquattro reti televisive, blog, programmi radio alla ricerca di qualche idea… Alle volte idee d’oro vengono gettate al vento senza nessuno in grado di riconoscerle, idee che potrebbero invece far progredire l’umanità molto più rapidamente…» «Così insomma è tutto qui. Volevi solo informarmi…» «Sì, e darti anche la soddisfazione di sapere che sono vivo. Che mi salverò. Che le persone che ami si salveranno e che faremo tutto il possibile per salvare anche voi.» «E come? Sparandoci addosso raggi laser?»
«No, non devi prenderla così. Io sono il bene. Lo sono sempre stato. Vi ho sempre voluto bene.» «Sì, questo è vero. Lo so, Michael…» Michael Jackson mi ha guardato fisso per un istante. «Adesso devo andare» ha detto. Poi ha fatto una piroetta e uno dei suoi “ahu!”. Prima di andarsene però ha aggiunto: «Ah, fratello, smettila di chiamarla “sturalavandini”. Lei, ti vuole solo un mondo di bene...» Dopodiché Michael Jackson è tornato sul quadrato volante. La scaletta si è ritirata e la porta si è richiusa col suo Spaak. In poco più di un istante il quadrato volante di lato trecento metri si è librato nell’aria e è scomparso con un leggero zaaaan niente affatto rumoroso. Ero di nuovo davanti a una sterminata radura di granturco. Per un'area di circa novecento metri quadrati le spighe erano come calpestate. Sono caduto sulle ginocchia. Non potevo credere di aver visto e sentito quello che avevo visto e sentito. Michael Jackson. Il quadrato volante. Il 2012. I piani governativi. Era follia pura. Però era successo. Proprio a me. Così mi sono messo a gridare e gridare e gridare.
«PERCHÉ ME?! PERCHÉ ME?! PERCHÉ ME? PERCHÉ ME?!» Poi - e specialmente dopo aver ascoltato alcuni notiziari dalla televisione via cavo, e aver letto un paio di articoli dal Grand Forks Herald che riferivano di un fenomeno curioso e in gran parte inspiegabile occorso alle spighe di granturco di una radura situata a Sioux Falls - ho cominciato con quello che ho raccontato all’inizio.


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