Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
MACCHINA DA SCRIVERE
Proprietario
Daniele Pasquini, autore di "Io volevo Ringo Starr" (Intermezzi, 2009)


Prezzo

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25000 €
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A proposito di questo oggetto...
La macchina da scrivere di Rupert Trevor
di Daniele Pasquini

1.

Quando Rupert Trevor entrò nel suo studio la puzza di chiuso e di sigaro lo colpirono in faccia. Poi aprì la finestra, e si specchiò soddisfatto nei vetri.
Si era svegliato bene, elettrizzato, ispirato dal sonno. Quella notte, dopo mesi di incubi, aveva ritrovato la benedetta ispirazione.

«Vogliamo il fottuto pezzo entro venerdì. Altrimenti sei fuori. E scordati le tue percentuali.»

L’editore lo pressava da settimane, e il racconto promesso non arrivava. Non ci aveva neppure provato. In compenso aveva bruciato già i cinquemila denari di anticipo. Stava facendo i debiti con la casa editrice, che aveva creduto in un suo rilancio.
Rupert aveva speso la stagione affacciato alla finestra, a fumare, a guardare il foglio bianco nella macchina, a pensare alla moglie fuggita a Londra insieme a «quel fallito di postino che suona il campanello ogni mattina se mi risveglia ancora un giorno lo ammazzo lo giuro.»
«Rupert. Dici così tutte le mattine. È il suo lavoro. Lui almeno ce l’ha un lavoro. Sei tu quello che sta nel letto ad aspettare chissà che. E smetti con quel sigaro. E con il whiskey, cristo.»

Ma Rupert sentiva di aver ritrovato l’ispirazione. Entrò nello studio, si sfilò la giacca, e accese la lampadina dello scrittoio. Guardò la macchina da scrivere con aria di sfida, riavvolgendo la pellicola dei pensieri notturni che gli avevano reso la speranza.


2.
Si sedette allo scrittoio, si fece più vicino alla macchina. Come fosse un duello.
Quella notte aveva sognato di sedersi a scrivere e di poggiare le dita sui tasti e di ripensare a quando era piccolo e a Galway ci stavano i giocolieri con il fuoco e a quel punto la felicità aveva preso il sopravvento e non è possibile, cazzo, non riuscire a scrivere se si ha un ricordo così felice.

«È troppo tempo che vinci tu.»

Si buttò sui tasti della macchina da scrivere, aspettando la prima parola, lasciandosi guidare dall’ispirazione. Sputò del tabacco nel posacenere, e si grattò quei pochi capelli. Tirò su col naso, e deciso scrisse:

Ha

«Porco d’un demonio ‒ si disse Rupert ‒ Allora vedi che qualcosa esce.»
Felice come quei giorni a Galway, poggiò i piedi sulla scrivania, accese nuovamente il sigaro, e aprì il giornale per guardare quante merdate stavano capitando in giro. C’era gente che stava peggio di lui. Ormai aveva la situazione in pugno. Scriveva qualcosa.


3.
Dopo la prima parola rientrò nell’appartamento, mise a friggere le uova, e chiamò l’editore. Rispose la segretaria.

«Signor Trevor, mi spiace, ma il dottore oggi non c’è. È partito per una riunione. Devo lasciar detto qualcosa?»
«Che ci sto lavorando, che ho trovato l’ispirazione. Per venerdì avrà il cazzo di racconto.»

Si sdraiò sul letto con la camicia addosso, e si addormentò di colpo. Aspettava il sogno.
Al risveglio corse allo studio, si sedette e scrisse:

finito

Poi ormai era tardi, e il sole tramontava polveroso dietro i palazzi. La gente in strada si incastrava sulle strisce pedonali. Ai semafori. Ai crocicchi. Alla fermata degli autobus. Dei taxi. Alle bancarelle. Agli alimentari.

«Che schifo di gente ‒ pensò Rupert Trevor ‒ Poveracci. Non hanno idea. Non avete idea, voi tutti. Sta tornando l’ispirazione.»

Scese in strada e comprò del prosciutto, una bottiglia di whiskey, e le lamette per radersi.

«Avrò da fare nuovamente la mia porca figura col mondo.»


4.
Sognò poi che sua moglie era in chiesa e le metteva l’anello al dito grosso e sudato, ed era scivoloso, e le venne da ridere, mentre il prete stava lì con le mani in mano e il sorriso idiota e pieno di pace. All’inizio Rupert era imbarazzato, poi però si dimenticò la faccenda del dannato anello che non entrava e pensò a quel prete che aveva poco da ridere, visto che a lui nessuno avrebbe mai messo un anello al dito. Si svegliò soddisfatto.
Mangiò il prosciutto avanzato la sera prima e andò allo studio.

La macchina da scrivere stava sempre lì, e c’erano già due parole sul foglio: ha finito.
«Oh, gran fottuto genio che sono. E io che pensavo che non avrei più scritto. Poveri cristi! Editore eccoti il pezzo in arrivo.»
Pieno di grinta aggiunse due parole.

il suo

«C’è luce, ragazzi» pensò Rupert guardando fuori dalla finestra.
Chiamò l’editore, per dire che ormai c’era quasi. L’ispirazione era tornata davvero. Muse puttane, ci avevano messo del tempo!
Rispose la segretaria, ancora una volta. Il dottore era sempre in giro. In viaggio. Andava a quell’incontro.

«Ma dove sta questo convegno?»
«A Killarney, signor Trevor.»
«Oh, perfetto. E sa a che ora potrebbe arrivare? E dove esattamente?»
«Per le ore 18.00 signor Trevor. La sua agenda dice Venerdì ore 18.00 in Connelly Street.»
«Che culo signorina. È la mia via. Consegnerò direttamente al dottore. Risparmierò in francobolli.»

La macchina da scrivere aveva quattro parole. «Non sarà tanto. Ma son le prime parole che scrivo da mesi. Sto ingranando da Dio.»

Ha finito il suo.

5.
Glorioso venerdì mattina. Avrebbe concluso quel pezzo che tanto aspettavano. Forse era salvo, quei mesi di sigaro e whiskey alla finestra erano finiti. La gloria era nuovamente ad un passo. Aveva già scritto quattro parole, il foglio non era bianco, il postino non suonava più e aveva una mattinata per pensare alla storia da scrivere.

La notte era venuto a trovarlo suo nonno in sogno, e si era fatto raccontare di quando costruirono il muro di fango e paglia a Corley, dove era nato, e quel muro di fango e paglia stava sempre su, in culo al cemento, diceva. «Sono tutti segni dell’ispirazione ‒ pensò Rupert ‒ Bei ricordi che mi innalzano lo spirito.»
Andò allo studio verso le undici, aprì la finestra, si grattò la schiena e poggiò le mani sulla macchina da scrivere. Si lasciò guidare dai tasti, che sentiva come vivi, sfamati dalla grazia dei sogni. La rimembranza notturna guidò Rupert sulla macchina, fino a comporre:

lavoro.

E quindi:

“Ha finito il suo lavoro.”

«Che gran cazzo di prima frase!»


6.
Sentì bussare alla porta. Il postino nuovo, pensò. Andò ad aprire.

«Dottore! Che piacere, sapevo che sarebbe passato da Killarney per un convegno alle 18.00.»
«Sono in anticipo Trevor.»
«Sto finendo di scrivere…»
«Lo so, bene.» disse l’editore, mettendo mano alla tasca.

Poi Rupert Trevor non vide più nessun Editore, né macchine da scrivere, ripensò solo ai giocolieri di Galway e ai muri paglia e fango e al prete che rideva quando non gli entrava l’anello e a sua moglie che adesso era a Londra col postino che la francobollava in qualche diamine di motel.

Uno schizzo di sangue finì sulla scrivania, accanto alla macchina da scrivere.

7.
“Ha finito il suo lavoro.”
Vita di Rupert Trevor

Quando conobbi Rupert Trevor era poco più che un ragazzo. Talento ne aveva eccome. Già si intravedevano le capacità che di lì a poco lo avrebbero portato a scrivere capolavori come Quando l’alba batteva i denti e Spari nei cieli. Maestro indiscusso della narrativa moderna, ha lasciato un grande vuoto nella vita di tutti noi. Dopo la depressione non era più riuscito a riprendersi. Se ne è andato con un colpo al cuore, suicida, col volto anelante alla sua macchina da scrivere. Da cui forse sarebbe uscito l’ultimo capolavoro.

Ma chi era Rupert Trevor?
Ogni momento della sua vita è qui raccontato dal suo Editore, suo amico e collaboratore, da colui che lo ha scoperto, che ha creduto in lui e che lo ha accompagnato fino all’ultimo giorno della sua carriera.
Una biografia indispensabile per i milioni di fan sparsi in tutto il mondo, e uno strumento perfetto per chi si avvicina solo ora all’opera del grande scrittore.

€14.90, in tutte le librerie.


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