Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








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Marco Candida, autore del romanzo "La mania per l'alfabeto" (Sironi, 2007) e "Il diario dei sogni" (Las Vegas, 2008)


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A proposito di questo oggetto...
Il primo romanzo di Deborah Scheletri uscì nel 2007 e nel 2009 Deborah si ritrovò ad aver già pubblicato sei romanzi con una media dirompente di tre romanzi l’anno. La media però non raccontava le cose per come stavano davvero. Infatti Deb – come l’avevano ribattezzata i pochi giornali che si erano occupati di lei; almeno prima che la ribattezzassero “Deborah l’elefantessa assassina” e ci triplicassero le vendite con il suo caso dell’orrore – aveva piazzato cinque libri in un solo anno – cioè il 2009 – per quattro diverse case editrici. Anche in un Paese goffo come l’Italia quando si tratta di riconoscere i veri fenomeni (o così almeno Deborah metteva la questione quando qualcuno la interrogava a riguardo), la cosa non era passata del tutto inosservata. Così Deborah aveva collezionato sei interviste presso giornali nazionali, quattro passaggi radiofonici e tre ospitate televisive. Non che fosse qualcosa anche solo lontanamente commisurato allo sforzo profuso nello scrivere i libri, ma per una trentenne di provincia che non aveva mai mangiato nemmeno uno stuzzichino a un party con qualcuno di quelli che contano di Roma o di Milano, non c’era certo da piangerci o strillarci sopra più che tanto. Ad ogni buon conto, il nocciolo delle interviste era rappresentato sempre invariabilmente dalla stessa domanda: “Per tutti i gironi dell’Inferno dantesco, Deb, ma come diavolo hai fatto a mettere assieme tutte quelle pagine?”. D’altra parte Deborah non poteva onestamente lamentarsi di avere ottenuto scarsa attenzione da parte dei media (o per usare il suo linguaggio assai più colorito “nemmeno uno squarto d’occhietto strabico”), dei salotti letterari e di non avere nemmeno ricevuto un invito a una di quelle festicciole esclusive delle case editrici alla fiera italiana dei libri più importante. Infatti aveva pubblicato per case editrici troppo piccole. Inoltre i suoi romanzi avevano venduto troppo poco. I cinque libri usciti nel 2009 non erano arrivati nemmeno alle duemila copie vendute. La Scheletri aveva addebitato (verbo veramente azzeccato per una che aveva ridotto sul lastrico un paio di editori e aveva procurato principi d’ulcera a un altro paio) il suo fallimento commerciale soprattutto ai distributori e ai librai – oltre che all’incapacità imprenditoriale degli editori stessi. Ad ogni modo anche le recensioni che Deborah aveva ricevuto erano state tutto sommato poche e pessime. I cinque romanzi usciti nel 2009 avevano ottenuto soltanto quattordici recensioni e tutte quante le avevano mosso sempre la stessa accusa di “elefantiasi letteraria”, oltre che di “gestione ubriacona e qualunquista della propria immagine”. Almeno su questo i critici non si sbagliavano. Se il suo primo romanzo nel 2007 era stato di duecentocinquanta pagine, questi cinque nuovi romanzi erano invece spropositatamente enormi (“spropositatamente spropositati” come aveva scritto un critico su un opuscolo letterario di estrema sinistra con un’impennata di fantasia da meritarsi una cartolina d’auguri per Natale): quattrocentocinquanta pagine il primo, seicentoventiquattro pagine il secondo, settecento pagine il terzo, novecento ventotto pagine il quarto e millequarantadue pagine il quinto. “E ancora non avete visto che cosa ho in serbo per il 2010!”, si divertiva Deborah ad aggiungere non appena poteva. In verità, che a Deborah fosse concesso una seconda chance visto il fiasco dei suoi cinque romanzi usciti in un solo anno (si mormorava che il curatore della collana della casa editrice che le aveva accordato la fiducia per ben due dei cinque romanzi, essendo tra l’altro perfettamente consapevole che gli altri tre sarebbero usciti per altre tre distinte case editrici, avesse malignamente ventilato che quei quattro giornali che le avevano dedicato due righe si fossero messi a soprannominare Deborah “Deb” non da “Deborah” ma da “debiti”), ebbene, che questo potesse accadere, e così presto, ossia nel 2010, sembrava altamente improbabile. D’altra parte da quella che dal gennaio 2010 i giornali – e ben più di “quei quattro” – avrebbero cominciato a chiamare “Debbie la Strega” magari ci si sarebbe potuti attendere un altro incantesimo. Se era riuscita a realizzare l’incredibile una prima volta, infatti, perché mai non avrebbe dovuto farcela anche una seconda? Insomma, negli ambienti letterari c’era già chi accettava scommesse sul fatto che Deborah “Debiti” Scheletri l’avrebbe piantato là dove il sole non batte troppo sovente a qualche altro sprovveduto d’un editore prima che il tappo dello spumante saltasse e si potesse urlare “Felice anno nuovo!”. Poi erano arrivati i fatti scioccanti ad inizio 2010. Il 4 gennaio 2010 i quotidiani nazionali avevano cominciato col chiamarla “Deborah l’elefantessa assassina”, “Debbie la Strega” e “Deb la morte nella penna”. A quanto pare era successo questo. Un uomo era entrato in casa sua e ne era uscito urlante e in preda a quello che in un primo momento fu scambiato per semplice delirio. Per la verità l’uomo – un certo Patrizio Livati, che dopo quella faccenda si era anche guadagnato la sua buona fetta d’occhio di bue e applausini nel circo mediatico – era uscito dall’appartamento dell’elefantessa omicida con il soprabito insanguinato e anche se questo non si era mai riuscito a provare davvero perché le tracce di sangue furono identificate come tracce di sangue animale, Livati aveva sostenuto che quella pazza strega assassina avesse cercato di accoltellarlo con la penna con la quale scriveva quelle ipertrofiche tonnellate di cacca che fino a quel momento avevano avuto come effetto soltanto quello di indebitare quei poveri e onesti lavoratori degli editori – benché i giornali non riportarono esattamente queste parole. Patrizio Livati faceva il commesso di Pussy Punto 2 a Genova. Pussy Punto 2 è un negozio di cani e gatti – anche se nell'ultimo anno con l’arrivo dei mesi freddi aveva blandamente cominciato a espandersi nel mercato dei pappagalli, dei canarini e dei criceti. Deborah ci capitava con una frequenza sempre più sconcertante – negli ultimi tempi anche due volte a settimana. Ci acquistava gatti, cani e una volta anche un pappagallo. “Avrà speso una fortuna” aveva spiegato alla stampa Livati. “Quando entrava lei il mio collega e io ormai ci davamo di gomito e le facevamo le battute senza farci accorgere. Aveva un fisico da ippopotamo, ma il cervello era da gallinaccia. Quell’orca-balena non capiva proprio quando la si menava per il naso, porca vacca porca. Viveva nel suo mondo di tonnellate di merda fritta letteraria e gattini e cagnolini e le sue pratiche da stregaccia vigliacca”. “Comunque al sedicesimo gatto e al decimo cagnolino (tutti quanti giovani bassottini), la volta che ha acquistato il pappagallo Portobello il mio collega e io decidiamo di scoprire chi cavolo sia quella tonnellata di stupidità. Così mi metto a seguirla. Scopro dove abita. A Staglieno. A quattro passi dal cimitero. Scambio due parole col rivenditore di film proprio davanti a dove sta e scopro, porca vacca porca, che a quanto pare la signora Scheletri fa certe cose strane. Ad esempio non esce mai di casa. Proprio mai. Non apre le finestre. Se ne sta sigillata nell’appartamento di un palazzo fatiscente tutto il giorno. Solo che alle volte qualcuno l’ha vista uscire e l’ha vista con i sacchetti. L’ha beccata con la carne triturata e tutto quello schifo che sapete anche voi. E allora quando la stregaccia centoventi chilogrammi torna al negozio mi ci metto d'impegno e le strappo un happy hour in Corso De Stefanis. Poi la convinco a farmi salire in casa. Già buono che non mi sia scorreggiato via l’anima e cagato via budella e intestini quando ho visto le croci alle pareti, i rosari con i grani grossi come palle da biliardo e i volumi dell’antico e nuovo testamento e delle pratiche di magia nera buttati sul pavimento. Del resto avrei dovuto capirlo da me, senza entrare nel suo covo di poetessa fattucchiera. Per tutto il tempo durante il nostro rendez-vous all’happy-hour non aveva fatto altro che alimentare la conversazione con citazioni bibliche. Giobbe, Ezechiele, Deuteronomio, Apocalisse. La Deborah non doveva essere una che scopava molto. E come una di quelle poetesse doveva pruderle la figa come una cicatrice che si sta chiudendo. Sennò nemmeno un’idiota andata-e-ritorno come quella m’avrebbe mai, e dico mai, e ripeto ancora mai, lasciato salire in quell’incubo di casa dove strascinava la sua esistenza da predicatrice pentiti-pentiti. A farla breve, ho visto i fogli zuppi di sangue, con tutte quelle parole che avevano sbaffi nerastri e rossastri e ho visto il corpo mezzo squartato di uno di quei gatti che aveva giusto acquistato quando era venuta in negozio qualche ora prima quello stesso pomeriggio. Il povero Thomas era peggio combinato di una fisarmonica rotta, credetemi…”. E più tardi i carabinieri avevano trovato una macchina per affettare i salumi. Secondo le testimonianze dei vicini – che avevano anche parlato di “urla di gatti e di cani” – almeno una volta a settimana Deborah Scheletri gettava nel cassone dei rifiuti sacchetti pieni di carne macinata. Qualcuno disse anche che parte di quella carne finisse nel suo stomaco, ma questa è rimasta a tutt’oggi soltanto una diceria priva di un reale fondamento. La cosa davvero agghiacciante, invece, fu che in una delle sue interviste rilasciate a un bisettimanale bergamasco decisamente underground qualche mese prima alla più banale delle domande: “Come scrivi? Hai qualche rituale?” Deborah “Debiti” Scheletri avesse risposto: “Scrivo nel solo modo possibile. Scrivo col sangue”. Come era stato dimostrato, Deborah aveva fatto esattamente questo. Aveva utilizzato penne Bic, quelle lunghe e sottili. Aveva trafitto il corpo dei gatti e dei cagnolini (e dell’unico sfortunato pappagallo Portobello), per la verità aiutandosi anche con un coltello da cucina, come le perizie provarono più tardi. Dopodiché aveva scritto con la punta sporca di sangue su fogli A4. Poi si era dedicata a mettere tutto quanto in bella copia sul computer. Secondo quanto Deborah confessò scriveva venti pagine con la penna al mattino e pomeriggio e sera si dedicava a ricopiarle a computer correggendo, limando, arrivando alla forma definitiva. Tracce copiose di sangue animale furono trovate anche sul laptop. I vicini testimoniarono anche che quando fu portata in caserma Deborah aveva cercato di resistere ai carabinieri agitando la sua enorme massa e che per le scale si fosse messa a gridare: “Io facevo solo il mio mestiere! Che cosa credevate che fosse scrivere? CHE COSA CAZZO CREDEVATE CHE FOSSE SCRIVERE? Chiedetelo a Campana! Chiedetelo a Nietzsche! Chiedetelo a Strinberg! A Tasso! A Alda Merini! A Filippo Timi! Chiedetelo a Holderlin!” Com’è facile immaginare, la conseguenza di queste scoperte raccapriccianti avviò un meccanismo perverso di rialzo commerciale delle opere della Scheletri. La stampa rimase come elettrizzata. I media confezionarono speciali su speciali sul caso dell’elefantessa assassina. I suoi romanzi continuavano a essere per lo più mediocre robaccia, ma oramai non aveva più importanza. Deborah Scheletri aveva sfondato. Gli editori industriali si fecero avanti. Acquistarono i diritti, anche a costi relativamente stracciati. Poi cominciarono a realizzare tirature da migliaia e migliaia di copie che a fine mese finivano regolarmente esaurite. Perciò è naturale che i redattori e i giornalisti non poterono proprio crederci quando arrivò la notizia che la donna che era sulla bocca di tutti in quel momento si fosse tolta la vita nell’ospedale dove era stata temporaneamente parcheggiata in seguito a un violentissimo attacco di convulsioni. Non potevano crederci proprio ora, che stava andando così forte e che tutti i giornali, le televisioni, le radio, per non parlare di quella bolgia rovente che era Internet cicalavano e cicalavano senza sosta di lei. Erano trascorse soltanto due settimane da quando i carabinieri avevano fatto irruzione con un mandato nel suo appartamento. Nella stanza d’ospedale dove era stata ricoverata era stato trovato un troncone di romanzo di quattrocento venti due pagine – quantità incredibile se si pensa che a quanto si raccontava Deborah non avesse portato nessuno dei suoi lavori già incominciati con sé, e che quindi dovesse aver attaccato a scrivere dal niente. Per di più si giurava e spergiurava che quel troncone di romanzo non fosse in linea con gli altri romanzi pubblicati finora. Proprio per niente. Gli esperti sostenevano che fosse un capolavoro straordinario e in effetti quando fu consegnato alle stampe il libro andò alla grande superando ogni previsione e surclassando le altre opere nonostante nessuno per promuoverlo avesse osato dire che la versione originale di quel troncone di romanzo Deborah l’avesse scritta intingendo la penna nel suo stesso sangue. Sul cadavere di Deborah furono infatti trovati almeno quattro tagli sul polso destro e sei su quello sinistro. Uno squarcio sul palmo della mano sinistra. Deborah aveva intinto la penna anche nella caviglia destra. Come le perizie dimostrarono evidentemente dapprincipio Deborah doveva essersi procurata soltanto tagli minimi che era riuscita per qualche giorno a nascondere agli infermieri e a tamponare con garze e cerotti. Poi la punta della penna doveva essere stata spinta troppo in profondità e doveva aver reciso un’arteria più importante delle altre. Peraltro esaminando la posizione del corpo della donna nel letto dove fu trovato e altri particolari i medici non se la sentirono affatto di escludere che si fosse trattato di un suicidio volontario e non soltanto di un incidente. Fatto sta che il 14 marzo 2010 alle cinque e mezzo del mattino Deborah "Debiti" Scheletri fu ritrovata nel suo letto d'ospedale morta dissanguata.


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