Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
LAVATRICE
Proprietario
Hector Luis Belial, autore di "Saxophone Street Blues" (Las Vegas Edizioni, 2008)


Prezzo

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45789 €
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A proposito di questo oggetto...
La vecchia lavatrice è morta. Senza allagare il bagno, senza rovinare l’ultimo lavaggio. Ho premuto on e la lucina non si è illuminata di rosso, non si è accesa per niente. Questo è successo giovedì scorso.
Ho telefonato prima a mio marito che al tecnico. Mio marito era in riunione, il tecnico sarebbe passato prima di sera. Le voci dietro la cornetta del telefono hanno una temperatura limitata, una consistenza dubitabile. Il numero del tecnico l’avevo trovato sul sito delle pagine gialle; l’uomo arrivò attorno alle sei, da solo, ma questo non ha alcuna importanza, adesso, non vale la pena di parlarne, non ne parlerò per niente.
Quel giorno strappai dello scottex dal rotolo e schiacciai due mosche contro il vetro. È sempre così difficile ammazzare questi insetti indecenti, ma quel giovedì fu facile, ne presi due con un colpo solo, e non si mossero nemmeno, non è difficile capire perché. Poi pulii la finestra con il vetril spray e mi lavai le mani, due volte.
Sabato pomeriggio mio marito mi ha portata all’Euronics. C’erano clienti spalmati su tutti i corridoi in mezzo agli scaffali e luci al neon molto forti, che migliorano l’aspetto delle fotocamere e ai tritacarne, e che, in maniera quasi impercettibile, mi hanno fatto sanguinare gli occhi.
La nuova lavatrice sarebbe arrivata martedì. Sono rimasta in casa ad aspettarla. Non dovevo andare da nessuna parte, comunque. Non esco molto, da dopo la malattia. Ora potrei, certo. Secondo il medico, sono guarita; secondo mio marito, mi farebbe bene. Ma l’appartamento adesso è come un maglione vecchio, soffice, incolore; l’ho indossato per tanto tempo che ha imparato le forme del mio corpo, ed anche se è un po’ consumato, continua a tenermi calda. Solo che non posso indossarlo quando esco per strada! E allora me ne sto in casa.
Ho aspettato quasi tranquillamente la nuova lavatrice: alzandomi al mattino quando mio marito era già partito per l’ufficio; preparandomi colazioni e pranzi che avrei consumato da sola; guardando le videocassette vecchie; cucinando cene a cui mio marito spesso tarda. A volte va a certe cene di lavoro, alle quali ha smesso di provare ad invitarmi. La spesa continua ad arrivarmi a domicilio, e le riviste sono tutte in abbonamento. Ultimamente non le leggo nemmeno, le tolgo dal cellophane solo per via della differenziata. Il mercoledì mattina viene una ragazza. È moldava, credo. Viene per le pulizie, e non trova mai niente di particolarmente sporco.
Certo, ogni tanto pensavo alla nuova macchina, anche con un po’ d’ansia, a volte. Di solito riempio due o tre lavatrici a settimana, posso arrivare a quattro, in casi eccezionali. Ora la pila di biancheria e camicie, calzini e jeans si andava accrescendo giorno dopo giorno, ma c’erano soprattutto quelle lenzuola, quelle che avevo tolto giovedì, dovevo lavarle, era necessario, e al più presto. A mano non lavo niente, nemmeno la lana, non ho ricordo di averlo mai fatto, forse non lo faceva nemmeno mia madre, e ad ogni modo non ho mai avuto intenzione di iniziare a farlo.
Comunque, martedì, attorno alle cinque, sono corsa al citofono. Gli uomini erano venuti in due, confezionati, con deludente mancanza di originalità, in cappelli blu, tute blu e scarpe antinfortunistica. Avevano spalle leggermente spruzzate di pioggia. Seguii le loro orme sul tappeto del corridoio, trovarono il bagno senza bisogno che glielo indicassi. Avevano questo carrettino, sicuramente loro lo chiamano con un nome più tecnico, ma per me era solo un carrettino di metallo noiosamente blu con un paio di rotelle di gomma.
Ci caricarono sopra il corpo del delitto.
Così l’aveva chiamato uno dei due, il più anziano, il corpo del delitto. Il suono gli era uscito tra i denti chiusi in un ghigno, mentre con una manata faceva risuonare la cassa d’alluminio della vecchia lavatrice. Un po’ scolorita, un po’ imbarcata, un po’ incrostata di detersivo. La portarono fuori senza fatica. Ed allora pensai, voleva essere una battuta, la sua, quale delitto?, uno scherzo standard, un ghigno standard, di colore standard come le loro tute, la battuta rituale che accompagna ogni rimozione di una lavatrice non funzionante. Tentai dei respiri profondi e mi versai un bicchiere d’acqua di rubinetto, che non bevvi. Fortunatamente mi ero già asciugata le lacrime, prima che gli uomini tornassero; però non avevo fatto in tempo a spazzare il pavimento del bagno, sul quale restava la chiazza quadrangolare ed oscura, la sagoma del cadavere.
Non era la lavatrice che avevo richiesto. Me ne accorsi fin dal primo momento, quando la vidi sul pianerottolo, imballata in una plastica azzurrina, polistirolo a parare gli angoli. Questa volta dovetti spostare il treppiede dal corridoio, perché questa lavatrice, la lavatrice nuova, non quella che avevo scelto il sabato prima assieme a mio marito, non quella con ventidue programmi e l’asciugatrice incorporata, ma tutto successe così in fretta. Io sapevo che non era la lavatrice che volevo, non quella con l’adesivo classe di consumi A+, non quella per cui avevamo compilato il petulante modulo per il pagamento rateale a tasso zero, nonché l’estensione a cinque anni di garanzia. Eppure non dissi niente. Finalmente gli uomini, sudando e mordendosi la lingua per non bestemmiare in mia presenza, riuscirono a posizionarla nel bagno. Era enorme, gigantesca. Allora collegarono il tubo dell’acqua e la spina dell’elettricità, e quando premetti on la lucina divenne rossa. Gli uomini rifiutarono il caffè ed il bicchiere d’acqua, e solo quando furono sulla porta rimasero fulminati – sì, tutti e due allo stesso istante – e si voltarono di scatto porgendomi un foglio spiegazzato. Non trovando il masochismo per leggerlo, lo firmai all’istante, e gli uomini scesero senza aspettare l’ascensore.
Solo quando dalla finestra della cucina vidi il furgoncino dell’Euronics abbandonare il parcheggio e sparire lungo la strada mi diressi nuovamente verso il bagno. Chiusi la tavoletta del water e mi ci sedetti sopra. Osservavo la lavatrice. Non somigliava a quella che avevo scelto sabato, non era nemmeno della stessa marca. In effetti, con una reticenza sospetta, il nome del produttore non era indicato sulla macchina, né sul libretto d’istruzioni. Anzi, non c’era nessun libretto d’istruzioni – ma di quello non avevo bisogno. In compenso la macchina sembrava solida, un po’ mostruosa, ma imponente, e poi era dotata di venti programmi chiaramente indicati con i simboli standard su un cartoncino estraibile dal cassetto dei detersivi, ed era anche un’asciugatrice. Però non riuscivo a spiegarmi il colore. Avevo visto lavatrici color latte, avorio, panna, tutte le gradazioni del bianco e del grigio, fino all’eccesso di certi modelli argentati. Ma nere, mai! Sicuramente non tra i modelli esposti all’Euronics.
Decisi di provarla. Dovevo farlo. Mio marito sarebbe rientrato attorno alle sette, e non volevo che mangiasse col sottofondo della centrifuga. Allora corsi a prendere le lenzuola sporche, che avevo nascosto sul fondo del mio armadio, e le infilai nel cestello. Le lenzuola erano bianche, così rovesciai alla svelta il cesto della biancheria e gettai nel cestello mutande, reggiseni, alcune magliette di cotone ed un vecchio asciugamano. Poi versai il detersivo per il bianco, l’ammorbidente, ed avviai il programma a sessanta gradi. Solo mentre raccattavo il resto della biancheria dal pavimento mi resi conto di aver dimenticato il calfort. Ma non volevo fermare il lavaggio per quello.
La macchina era silenziosa, molto più della precedente, ma più che ovattato, il rumore mi sembrò occultato, come quando, in tivù, sparano con il silenziatore, e uccidono con un sibilo. Rimasi per qualche minuto a fissare i pani che ruotavano oltre l’oblò, e mi chiedevo, sarà doloroso, per loro, essere sballottati in senso orario ed antiorario, rovesciati ammassati strizzati ed innaffiati con acqua calda e prodotti chimici? Sarà penoso, o piacevole, o magari del tutto indifferente? Saranno coscienti, i pani, della loro impossibilità di evadere dalla macchina, od anche solo di influire sul suo movimento? Me ne andai in cucina e mi misi ai fornelli.
Mi dimenticai della lavatrice fino a che non la chiave non girarò nella toppa. Allora mio marito entrò in casa, mi salutò, e prima che potessi fare niente, se n’era già andato in bagno. È arrivata la nuova lavatrice, commentò dal corridoio. Già, risposi a mezza voce. Non se n’era nemmeno accorto. C’era una lavatrice abnorme, nel bagno, e completamente nera, e mio marito non ci aveva fatto caso, l’idea che non fosse la macchina che avevamo ordinato non gli passò per l’anticamera del cervello. Più tardi mi fece, Elda, ma come mai – a quel punto avevamo già tutte e quattro le gambe sotto al tavolo e lui stava addentando un pezzo di carne un po’ troppo grosso, ed io gli ripeto di non mangiare così in fretta – mi sembra strano, continuò lui, ed io mi dissi, meno male, almeno gli è venuto il dubbio – da quando abbiamo tutta quella roba rossa?
Io sbiancai senza capire, ma corsi subito in bagno e non fu necessario aprire lo sportello per vedere che tutti i miei panni erano diventati rossi; li gettai tutti sul pavimento e mi misi a rovistare, ma non riuscii a trovare niente che potesse aver perso tutto quel colore, perché a ben guardare la roba non era diventata rosa, arancione o salmone come a volte può capitare, anche a me è successo, in passato, ma questa volta tutto era rosso, scarlatto, una tinta accesa, eccessiva, oscena, ed io era certa che non avevo mai comprato niente di quel colore, era volgare, no, non l’ho mai fatto, non lo farei mai. Dovevo lavarlo via, Sbattete di nuovo tutto dentro, rovesciare la scatola di detersivo finché la povere non traboccasse dal cassetto nevicando sul pavimento, e lo feci, e aggiunsi o smacchiatore liquido, spremendo il flacone a due mani, e infine avviai il lavaggio più forte, cento gradi.
A quel punto la sagoma di mio marito era già apparsa sulla soglia del bagno, e lì era rimasta, immobile, mentre io, sciami di mosche nei timpani, mi sorprendevo a singhiozzare a colpi talmente forti da indurmi il vomito, strozzandomi, lasciandomi senza fiato. Pensai alla vecchia lavatrice ed al nome del tecnico, è morta, signora, aveva decretato, questo lo ricordavo, ma il suo nome no, non so nemmeno come si chiamava! urlai tra le lacrime, mentre mio marito mi strattonava per le spalle, cercando di tirarmi su da terra.
Per allora, la nuova lavatrice aveva già iniziato a vibrare ritmica sismica spasmodica, si scuoteva al punto da camminare da sola, avanzava verso di me, e per un attimo pensai che mi avrebbe schiacciato, frantumandomi le costole, e poi i piedini avrebbero sfondato il pavimento e tutti quanti saremmo precipitati nel vuoto. Invece fu l’oblò a cedere esplodere saltare via dai cardini, scalzato da un fiume di sangue. Come se scaturisse da una falla in una diga gigantesca, l’ondata di sangue sommerse me, mio marito, il bagno, l’intero appartamento.


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