Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
MITRAGLIETTA UZI
Proprietario
Marco Montanaro, autore di "Sono un ragazzo fortunato" (Lupo Editore, 2009)


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874 €
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A proposito di questo oggetto...
Tom Fitzbottom è morto



Tom Fitzbottom è morto da mezz’ora. Gli hanno scaricato addosso una ottantina di colpi, gli hanno sparato in sei, ma ha il viso pulito, immacolato. Hanno sparato con due fucili a canne mozze, due rivoltelle, solo un caricatore di una Uzi e un colpo, il primo, al petto, da una Magnum. Il corpo bucherellato, lui è accasciato, ma il viso, quello no, è pulito, lindo, immacolato.
Squilla il telefono in una stanza buia, solo qualche scalpitio della legna, una scintilla o due a riscaldare l’uomo dal volto illuminato dalla luna là fuori. L’uomo butta giù l’ultimo sorso di whisky prima di rispondere. Lo schermo del televisore è ancora grigio, è spento da poco.
«Non doveva farlo» dice la voce dall’altra parte. È bassa e decisa, come di qualcuno che ha già dato il meglio.
L’uomo, ancora seduto e tranquillo, tace.
«No, non era proprio il caso. Non voglio dirle altro.»
«…»
«Anzi. Forse ha riconosciuto la mia voce. L’ha riconosciuta, mister Klimowitz?»
«Ah, sì, certo. Mi ha già telefonato qualche mese fa» dice l’uomo, il tono rassegnato, lasciando il bicchiere sul tavolo; ora tiene la cornetta con entrambe le mani.
«Bravo, mister Klimotwitz. Gliel’avevo già detto l’altra volta, se fosse andato fino in fondo, se fosse accaduto davvero, io mi sarei ucciso.»
«A quanto pare non l’ha fatto.»
«Potrei ancora farlo.»
«Ma no. Non mi sembra proprio il caso.»
«Non posso garantirle nulla ma, vede, quello che lei ha fatto peggiorerà solo la situazione, e mi riferisco alla sua, non certo alla mia, a chi vuole importi della mia vita? Dopo quello che ha fatto a Tom, intendo.»
«…»
«Ora mi scusi, ma ho bisogno d’un sonnifero. Arrivederci.»
«Arriveder…»
Thomas Klimowitz chiude la telefonata e si sente un po’ depresso. Si stiracchia sulla sedia e a ogni schioccare delle sue ossa sente il suo umore cedere del tutto. Per un attimo pensa al volto immacolato di Tom Fitzbottom. Poi squilla ancora il telefono.
La voce dall’altra parte ha un tono molto acuto in finale di frase. È una donna, ma è incredibile come le voci delle donne giovani possano assomigliarsi a quelle delle donne più in là con gli anni.
«Lei è un pervertito» dice la voce.
«No, faccio solo il mio lavoro.»
«Oh, questo è il colmo, esser pagati per le vostre nefandezze, non mi faccia pensare.»
«Questi sono punti di vista.»
«Oh, vedrà se sono solo punti di vista! Quello che ha fatto a Tom…»
«Io non ho fatto niente.»
«Ne è certo? In quel modo, come un delinquente qualsiasi.»
«Senta, Tom, per così dire, è una mia…»
«La smetta! Non ha il diritto. Mio marito, mio marito è ancora di là che…»
Thomas Klimowitz chiude la telefonata. È un gesto che detesta in genere, anche se ha sempre pensato che la gravità dello sbattere il telefono in faccia riguardi solo i conoscenti. A questo punto pensa che forse è anche peggio con degli sconosciuti. Chiusa la telefonata, Thomas pensa di staccare il telefono fino al giorno dopo, ma si distrae, gli torna in mente il volto pallido di Tom Fitzbottom, steso davanti alla porta del commissariato. C’è poco sangue, a dirla tutta, considerato quanti colpi gli hanno scaricato addosso, loro coi volti coperti dal passamontagna, e nella differenza si esalta il volto limpido ancora vivo – tutto sommato – del povero Tom Fitzbottom.
Squilla ancora il telefono.
È una voce anonima, che si fa annunciare da una risata orgogliosa.
«Ma davvero pensate che?»
«Chi è lei?» chiede Thomas Klimowitz.
«No, dico, davvero? Non è credibile.»
«Cosa? E chi è lei?»
«Immagino che sia nervoso per via delle telefonate che sta ricevendo. Sa, ho trovato occupato per una buona mezz’ora, prima di riuscire a prendere la linea.»
«Chi le ha dato il mio numero?»
«Che importanza ha, signor Klimowitz? Tra l’altro io non ho alcuna intenzione di perdermi in sterili critiche, diciamo, di stampo sentimentale. Il mio è un appunto tecnico, ecco, sa, anch’io ho fatto il suo mestiere per un po’, e…»
«Ci mancava solo il frustrato.»
«Oh, pensa di offendermi? Se sono fuori dal suo mondo è per scelta. Scelta mia, s’intende. Avrei potuto essere lì con lei, a questo punto, se solo l’avessi desiderato ma – non perdiamoci. Quel tipo di morte, mostrato in quel modo, è poco credibile.»
Nella testa di Thomas ritornano le immagini della morte di Tom Fitzbottom: eccolo uscire dal commissariato in un silenzio tipico del mezzogiorno, il sole è un lampo circolare, di paglia gelata, che si fa strada tra le nuvole sulle pareti bianche dell’edificio; nel piazzale arrivano due tizi in moto, col passamontagna; Tom fa ancora qualche passo, il campo è lungo e inquadra il commissario leggermente dall’alto; giunge un furgone, da cui scendono quattro persone, anche questi col passamontagna. Primissimo piano sul volto di Fitzbottom, ha capito, ha capito che è il suo momento, la sua ultima ora, abbozza un sorriso, orgoglioso. Inquadratura sui fucili e sulle pistole, adesso. Fitzbottom fa qualche passo indietro, contro il muro del commissariato: è in trappola.
«E poi tutti quei colpi che lasciano intatto il suo corpo, per non parlare del volto, che viene clamorosamente risparmiato dai mafiosi. Si rende conto, Klimowitz?»
«È una scena di genere.»
«Allora applicate il genere fino in fondo.»
«Non è splatter.»
«Oh, be’, la verità è un’altra. È che pensate che il pubblico non sia pronto per vedere morire il suo paladino, men che meno in un modo del tutto violento.»
«…»
«Queste sono paranoie tipiche della tv pubblica. Mi chiedo solo una cosa.»
«Io mi chiedo ancora chi le ha dato il mio numero.»
«D’accordo, d’accordo, ho telefonato in redazione e me l’hanno dato.»
«Pronto?»
Caduta la linea, una gran fortuna.
Thomas Klimotwitz vuole telefonare in redazione, chiedere spiegazioni, alzare la voce se è il caso, fingendo, perché lui la voce non l’alza mai, forse per questo ha scelto di creare personaggi per mestiere, perché qualcuno potesse alzare la voce al posto suo, ma – adesso – una di quelle ammissioni, da rivelare a se stessi poco alla volta come a scartare un pacco vuoto, come spiegare a quella parte sorda di se stessi che la donna che da vent’anni dorme al proprio fianco diventa ogni giorno più sconosciuta: no, quel volto non doveva rimanere immacolato, no, Tom Fitzbottom – al di là di meriti e demeriti de I tentacoli – doveva morire col volto sfigurato dal dolore e dai colpi di Uzi, sfigurato e maciullato come un delinquente qualsiasi.
Oppure.
Oppure no, Tom Fitzbottom non doveva morire.

Squilla ancora il telefono.
«Non potevo permettermi tutte quelle armi» dice la voce di ragazzino dall’altra parte, «così ho risolto, nel mio piccolo, con la nove millimetri di mio padre.»
«Per favore.»
«Non scherzo, sceneggiatore da strapazzo.»
«E dove avresti preso quell’arma?»
«Da mio padre, ho detto. Lui è sbirro come Fitzbottom, ma in pensione. Altrimenti gli avrei riservato lo stesso trattamento, prima di pensare a me. Ma lui non se lo merita, tutto sommato.»
«Ti prego. Come ti chiami?»
«Dan, mi chiamo Dan, ma puoi chiamarmi Fitz. Non merito niente di meglio di quello che è capitato al commissario Fitzbottom. Sto per farlo, e sto per fartelo sentire, sceneggiatore da strapazzo, hai capito? Ho la nove millimetri puntata alla tempia destra.»
«Non – non ci credo.»
«Sei sicuro, maledetto sceneggiatore da strapazzo?»
«Io – io non so. Non so. Forse dovrei chiederti scusa.»
«Quel che è fatto è fatto – ricordi cosa diceva il tuo Fitzbottom? Inutile piangere sul latte versato, ha cominciato a dirlo nella quarta serie, quando ritorna sua moglie e lei dice di amarlo ancora. Ma lei non lo meritava, così come io non merito di…»
Thomas Klimowitz riattacca. Meglio non sentirle certe cose, si può sempre scoprire che è tutto vero. Compone il numero della redazione.
«Jana?»
«Thomas, scusami.»
«Scusami un – un cazzo. Che ti salta in mente di dare il mio numero a?»
«Abbiamo i telefoni intasati da due ore. Tutti i telefoni, Thomas, capisci? Siamo stati costr…»
Cade ancora la linea. Thomas ricompone il numero: occupato. Ancora: occupato. Sbatte la cornetta sul telefono, giusto in tempo. Squilla. Thomas solleva la cornetta e riattacca. Squilla ancora. La legna si illumina, di tanto in tanto, scintille per distrarsi. Niente di che. Il telefono squilla ancora. Thomas riattacca. Squilla. Stavolta risponde.
«Basta!» urla Thomas.
«Cosa c’è?»
«Non ne posso più.»
«A chi lo dici, ti chiamavo per questo.»
Dall’altra parte, una voce femminile di quelle che si ha la sensazione di aver già ascoltato per ore almeno in un’altra telefonata.
«È appena andato via. Non so se sono contenta oppure depressa. Ma non posso più andare avanti così, diamine.»
«Cosa sta dicendo?»
«Ehi, Big T, stai scherzando? Ti sto parlando di lui, cavolo. Se non hai voglia di ascoltare ti capisco.»
«…»
«Oh, lo so, so bene che non faccio che parlare di lui. Ma stasera non m’ha menata, almeno. Cosa devo dirti? Si naviga a vista, magari un giorno troverà un modo più civile d’amarmi.»
«Senta, forse c’è un errore.»
«Big T, ascoltami, ti prego. Ho bisogno di sfogarmi.»
«…»
«Io non so fare a meno di lui. Mi fa sentire, come dire, forte, ecco, quando lui usa la sua forza su di me io non smetto di sentirmi parte di lui, è come se fossi io stessa a menarmi e – ma stasera no. È andato via perché era troppo bevuto per stare in casa. Non mi ha fatto nulla, stasera. Solo, a un certo punto, mi ha detto: ‘Sei tu la mia coniglietta, vero?’ E tu sai cosa gli ho risposto?»
«Per – per favore.»
«Oh, ovviamente gli ho detto di sì. Che sono la sua coniglietta. E allora lui mi ha fatto: ‘E la mia coniglietta se li fa leccare i piedini dal suo vitello, vero?’ e io ci ho pensato ma, insomma, tu te li ricordi i miei piedi, io li trovo carini, ma farmeli leccare, lui di solito mi lega e tutto il resto, ma questa poi.»
«Senta. C’è un errore.»
«Big T?»
«Non sono Big T.»
«Oh, diamine. Devo proprio aver sbagliato numero. Io – io sono costernata, mi dispiace e…»
Thomas chiude la telefonata.
Riprova con la redazione: occupato.
Squilla il telefono. Riattacca, ma c’è un dubbio: e se provano a chiamarlo dalla redazione? Non può più riattaccare o staccare il telefono. Ma non può passare tutta la notte così. I tentacoli doveva dargli la fortuna, come sceneggiatore: gli darà almeno una notte d’insonnia, da uomo.
Squilla il telefono.
«Ma bravo» fa la voce anziana dall’altra parte. Potrebbe essere un uomo o una donna: comunque qualcuno che sta per scaricare più d’un tipo d’ansia su un singolo evento.
«No davvero, qui bisogna fare i complimenti. Lo sente l’applauso?»
Fruscio di cornetta che si muove nell’aria: poi degli applausi in lontananza, di almeno tre o quattro persone, come un’eco bastarda.
«Sentito, mister K?»
«Sì.»
«Bravi davvero!»
«Dice – dice sul serio?»
«Ma come!»
«Senta, io…»
«Siete una manica di pazzi balordi! Ma come vi salta in mente! Avete una serie di tempo per recuperare oppure io e i miei amici organizzeremo un suicidio di massa dopo aver ucciso i suoi figli, mister K.»
«Non ho figli e, una serie di tempo per far cosa?»
«Per riportarlo in vita.»
«È morto, miseriaccia, è morto.»
«Peggio per voi.»
Riattaccano dall’altra parte: Thomas Klimowitz si passa le mani tra i capelli, lascia squillare il telefono con la testa in basso. Vorrebbe solo dormire e il giorno dopo andare al commissariato a mettere in guardia Tom Fitzbottom: ‘Vogliono farla fuori, commissario.’
‘E lei chi è?’
‘Un informatore. O una persona che le vuole molto bene, a modo suo.’
‘E viene a farmi le sue tirate qui in commissariato? Potrei farla interrogare e poi arrestare, lo sa questo, Mister-Le-Voglio-Molto-Bene?’
‘Faccia come crede, ma sappia che a quest’ora, domani, lei sarà un uomo morto.’
‘Saprebbe anche dirmi con quali armi hanno intenzioni di, uhm, farmi fuori?’
‘Certo che potrei.’
‘Questo è davvero molto, come dire, eccentrico. Comunque, non m’importa molto di me. Che mi facciano fuori, qualcun altro continuerà il mio sporco lavoro, e allora sarà inutile piangere sul latte versato. Agente McBride, prenda in custodia quest’uomo e lo porti di là, vengo subito a interrogarlo.’

Thomas parla al telefono da mezz’ora con la stessa persona. Dev’essere una donna, e non ha ancora detto nulla: solo singhiozzi e lacrime. Ma è un buon modo per non sentire il telefono che squilla, e tenerlo occupato.
«La prego, forse le basterà affezionarsi a qualche altra serie. Ne I tentacoli arriverà comunque un commissario donna, non posso dirle di più, ma pare proprio che…»
La donna piange più forte.
«D’accordo, niente commissario donna, ma mi stia a sentire. È solo televisione, diavolo, non succede niente se…»
La donna non ha alcuna intenzione di smettere.
«La prego, sul serio. Quanti anni ha? Non mi sembra il caso di…»
La donna comincia a gemere dal dolore.
«Senta, le prometto che – che faremo uscire un cofanetto in dvd di alcune puntate inedite de I tentacoli, spiegheremo come Fitzbottom è entrato in polizia, la sua infanzia, l’adolescenza, ecc.»
La donna sembra placarsi.
«Ecco, sa che il commissario Fitzbottom, ecco, era molto povero, da piccolo? E suo padre, ecco, diciamo che suo padre era un militare e avrebbe voluto vederlo crescere con una divisa addosso.»
La donna tace, ascolta.
«Poi però Tom si mette in testa che gli piace il diritto. Gli piace la legge, vuole capire come funziona, il suo meccanismo, e si mette in testa che vuol fare l’avvocato. Ma lei se lo immagina un duro come Fitzbottom a sprecar tempo in arringhe infinite?»
La donna abbozza una risatina.
«Dunque, dopo la morte di suo padre, un gran dolore per il nostro futuro commissario, lui realizza che deve fa rispettare la legge, e che per fare questo deve agire fuori da un tribunale. Così decide di entrare in polizia.»
La donna emette dei gemiti, ma stavolta è come se la curiosità si tramutasse in una sorta di piacere.
«Ecco, a questo punto siamo più o meno alla terza serie de I tentacoli. Ricorda, è nella terza serie che spunta il personaggio di Fitzbottom, ancora un giovanotto.»
«Oh sì, sì» fa la donna, è la prima volta che parla e ha la sensualità d’un fiore che si schiude.
«Ecco, a questo punto lei può sentirsi, diciamo, privilegiata. Lei sa tutto di Tom Fitzbottom, dalla nascita fino alla…»
Certe parole non vanno dette: sono argini di una diga che non tiene più. La donna scoppia di nuovo a piangere. Thomas Klimowitz chiude la telefonata. «Fanculo» dice.
Il telefono riprende a squillare, è una festa l’insonnia altrui, trilli e trombe di morte riempiono la stanza in penombra, solo un po’ rischiarata dall’alba che arriva: e l’alba non è mai luce, non del tutto.
«Jana?» dice Thomas. È riuscito a riprendere la linea.
«Thomas, cerca di capire.»
«Capire un cazzo. Devo staccare il telefono, capisci? E probabilmente cambiare casa, anche. Merda.»
«Oh, vedrai che si calmeranno.»
«Ma certo. È già tanto che – mio Dio, c’è qualcosa per strada. Devo chiudere.»
Dalla finestra, un pavimento di gente con cartelloni e fiaccole. Sono silenziosi, una veglia d’asfalto umido, il silenzio di chi ha ottimi argomenti per non usare minacce verbali, solo di quelle sottintese, come quando la colpa, il fallo, stanno tutti da un lato.
«Merda.»
Il telefono non squilla più.
Silenzio, nella stanza e per strada: qualcosa sta per accadere.
Vorrebbe del whisky, Thomas Klimowitz, ma ha solo il suo respiro, affannoso come quello d’un commissario condannato a morte dalla meticolosità stessa con cui ha compiuto il suo dovere.
Tira su col naso, Thomas Klimowitz, ma non è tempo di tavole rotonde casalinghe per decidere le sorti d’un personaggio: prima o poi, com’è proprio dei grandi numeri, qualcuno tirerà la prima pietra e poi sarà la sassaiola.
Squilla il telefono.
Adesso è come un’antica tradizione, quasi salvifica nel suo riportare indietro l’umore, quando la paura era solo un sentimento appena percepito.
«Lo avete fatto morire per scelta vostra o perché Phil Crawford non ne poteva più di quella parte?» dice la voce.
«Chi – chi è lei?»
«Avanti, signor Klimowitz, sono riuscito solo ora a riprendere la linea. Volevo farle un’altra domanda.»
Lo sceneggiatore fallito di prima. Una sicurezza, a suo modo.
«Oh, sì, ricordo ma – ci tengo a dirle che Phil Crawford è molto professionale. Ama il suo lavoro, amava quel personaggio.»
«Problemi col contratto?»
«Oh.»
«Guardi, la capisco. Queste sono paranoie tipiche da tv pubblica, forse gliel’ho già detto. Ci ho lavorato anch’io sa?»
«Bene, ma guardi, non è il momento. Le cose stanno precipitando, molto inaspettatamente.»
«Klimowitz, da lei non me l’aspettavo: le cose precipitano sempre in modo inaspettato, cosa crede? E comunque la saluto, sono sotto casa sua.»
Clic.

La folla di là dalla finestra urla: unico modo di accampare diritti, per certi tipi di masse. Thomas Klimowitz cammina in tondo per la stanza, non accende luci, aspetta che l’alba sia compiuta ma il buio, là fuori, fa ancora parte della protesta. Squilla il telefono.
«Signor Klimowitz?»
«Chi diavolo è.»
«Non sono potuta venire sotto casa sua.»
La donna è molto anziana, a giudicare dalla voce.
«Ma ci tenevo a dirle che lei mi ha ferito.»
«Mi spiace. Ma adesso, davvero, non ho più il controllo, per niente.»
«Spiace anche a me. Ma lei non si è comportato bene, con Tom. Eppure è strano, gli aveva anche dato il suo nome. Una cosa molto affettuosa, credo.»
«Sì, sì, lo era, ma lei non sa in che guaio mi sono cacciato. Davvero non vuol venire qui sotto a far casino anche lei, signora?»
La donna ride.
«Davvero c’è della gente sotto casa sua, signor Klimowitz?»
«Esattamente. Sto per chiamare la polizia.»
«Secondo me anche la polizia ce l’ha con lei.»
«Signora, devo chiudere.»
«Ma no, aspetti. Per me non è la morte, il problema.»
«Ah, fantastico.»
«Lei non ha mai fatto innamorare il povero Tom.»
«Ma come? Ha dimenticato le puntate con la sua ex moglie?»
«Oh, ma era troppo amareggiato per amarla, signor Klimowitz. Quello è un tipo d’amore, come si dice, che serve solo a mitigare un po’ d’odio, nient’altro. Fa un po’ pena, a dirla tutta.»
«Dice?»
«Certo. Crede che al pubblico non piacciano le storie d’amore?»
«Io – non so più niente a questo punto.»
«Mi spiace, davvero.»
«Cosa si aspettava? Tom era un duro. Il cuore tenero è roba da agente McBride.»
«Ma quello è un novellino, figuriamoci. Non credo che McBride abbia mai visto una donna nuda per intero.»
«Oh.»
«Dovevate fargli incontrare una donna pura, una donna senza colpa, capace di tenerlo buono, di tenerlo in equilibrio. A questo servono certe donne. Tom ne aveva proprio bisogno. Forse solo così si sarebbe salvato.»
«Ha mai pensato che non poteva salvarsi? Che abbiamo altri piani per…?»
Un colpo secco, vetri che si raccolgono sul tappeto. Una pietra finisce di lato al camino.
«Devo chiudere, signora.»
Clic.
«Porca miseria.»
Silenzio improvviso sullo sfondo delle urla e di un allarme che suona, giù in strada.
«Devo chiamare la pol…»
«Ti conviene tenere le mani bene in vista, amico.»
Thomas Klimowitz si volta: nel buio, vicino al camino, una sagoma familiare.
«Tom.»
Tom Fitzbottom viene avanti, è un colabrodo che suda sangue, ma ha ancora la sua faccia d’angelo intatta, dispensa smorfie da duro.
«Come sai non uso armi. E in queste condizioni non potrei farci molto, a dire il vero.»
«Tom.»
«Non sai dire altro, amico?»
«Non dovevo farti morire. Non dovevo.»
«Non in quel modo, almeno. Giusto?»
«Oh, io non lo so.»
Tom Fitzbottom tossisce. Perde del sangue da un buco che ha in gola.
«Mi dispiace per il tuo tappeto, amico.»
«E adesso?»
«Ti riferisci al tappeto?»
«No, a me. Questi pazzi entreranno in casa. E mi riferisco anche a te.»
«Io non ho molte possibilità. Laggiù dove andrò sarò in buona compagnia. Ho solo bisogno di un lavoro di cucitura, per il resto sto bene, lo sai. Solo che…»
«Cosa?»
Tom si avvicina a Thomas Klimowitz. Il suo fare da Padreterno passa anche per i suoi passi brevi e decisi, come sospesi sul filo dell’infinità. Adesso sono uno di fronte all’altro, i due uomini. Tom mette una mano sulla spalla dello sceneggiatore.
«Mi spiace, K. Vuoi piangere? Non avere vergogna.»
«Piangere? Non è questo il punto.»
Tom Fitzbottom tira su col naso, una lieve smorfia punteggia una disillusione che non è del momento, ma generica. Porta lo sguardo per un attimo verso la finestra, poi oltre, verso la gente infuriata, infine torna a guardare Thomas. Gli pianta un cazzotto nello stomaco.
«E quale sarebbe il punto, figlio di puttana?»
«…»
Thomas Klimowitz è in ginocchio: vorrebbe dire qualcosa ma deve tenersi lo stomaco prima che gli esca dalla gola. Alza lo sguardo, Fitzbottom non sembra divertito, continua solo a perdere sangue. Lo vede darsi una pettinata ai capelli. La riga torna sul lato destro. Poi lo vede dirigersi verso la finestra. La apre e spalanca le braccia. Là sotto la gente acclama il commissario. Poi Fitzbottom si getta di sotto.
Thomas corre alla finestra: guarda bene, scansa insulti e pietre ancora piccole per fare male, osserva la folla ma per terra non c’è nessuno. Nessuna traccia di Fitzbottom. L’alba adesso può sorgere: più giù, la porta di casa cede. Gli occhi spalancati non servono a schivare una pietra dritta in pieno volto, quel volto un tempo immacolato e vivo, certo che sì, vivo, di Thomas Klimowitz.


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