Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
MACCHINA FOTOGRAFICA
Proprietario
Federico Penza , lettore


Prezzo

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500000680 €
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A proposito di questo oggetto...
Fotografie d'epoca

Racconto di una misteriosa macchina fotografica e delle avventure del suo proprietario.








Il fotografo non guarda la realtà,
ma la fotografa.
Poi va in camera oscura,
sviluppa il rullino
e solo allora la guarda.


ALBERTO MORAVIA


A Lilla e Luigi, sempre vicini.




Fin da bambino mio zio Gerardo mi aveva iniziato ad uno strano rito. Ogni sabato andavamo al mercato della Maddalena a comprare orologi. Per lui falsi pregiati. Per me e mio cugino dei piccoli gioiellini con calcolatrice che in due, massimo tre giorni si rompevano. Il mercato è nel cuore di Napoli. E’ un posto strano, fatto di bancarelle improvvisate, di vicoli da cui spuntano furgoni carichi di merci e cartoni messi a terra come se fossero un grosso tappeto.
E’ a pochi passi dalla stazione centrale. La gente che sciama intorno a questo mercato è instancabile. Si caricano di buste, cartoni e pacchi, da ogni portone entra o esce qualcuno che porta qualcosa. Veloci. Scaltri. E molto furbi.
In questo mercato è facile ricevere il classico pacco. Un uomo qualunque vi ferma per strada. Vi propone un affare incredibile. Un telefonino. Una telecamera. Un pc. Qualunque cosa. Ad un prezzo a cui solo uno stupido direbbe no. Ve lo mostra. Vi fa vedere che funziona. E poi il tempo di rimetterlo nel pacco e di consegnarvelo in mano e scompare. Ma appena aprite il pacco, da qui il termine “pacco”, vi accorgete che al posto dell’affare c’è un mattone.
Qualche volta è capitato anche a me. Prima che cominciassi a servirmi dallo stesso venditore. Shafi. Un ragazzo sui trentacinque anni. L’aria furba e con poche persone intorno alla bancarella.
Si teneva lontano dai venditori di Nike falsi e dagli pseudocommercianti di tute o vestiti contraffatti. Era lontano dalla folla. Si metteva in disparte ad aspettare che qualcuno si avvicinasse. Teneva la sua chincagliera esposta alle intemperie. Gioielli in argento. Vecchi telefoni a ruota. Pupazzi di strani personaggi mostruosi. Scatole portagioielli. Poi, nascosti sotto il banco, conservava i prezzi pregiati. Una volta tirò fuori addirittura una Kodak Retinette, anni ’60. una vera rarità. E c’era anche la custodia. Cosa che fece venire l’acquolina in bocca al collezionista che dorme in me e me la fece acquistare per qualche centinaio di euro.
Quella mattina pioveva leggermente, nonostante questo il mercato era pieno di gente e lo sentii apostrofarmi.
“Hassan Claudio Mora, vieni ho cose nuove per te.”
Mi avventurai verso il suo banchetto. Dribblai i ragazzini che vendevano cd falsi abilmente catalogati in ordine alfabetico e con tanto di custodie finto-originali. Shafi aveva messo in bella esposizione dei dischi in vinile degli anni ’60, sembra che ultimamente sia tornata di moda quel genere di musica. Insieme a questi c’erano sparsi dei modellini in plastica dei mostri dei film di godzilla. Spostò tutto in una scatola e cacciò fuori da un sacco di stoffa. Dentro c’era una scatola di cartone. Ben chiusa con lo scotch marrone.
“Solo per te, ho da poco ricevuto un pacco molto interessante.”
Prese un taglierino e con attenzione tagliò lo scotch lungo le linee del cartone.
“Ho qui un oggetto raro e sicuramente prezioso, Hassan.”
Lo guardai sotto le folte sopracciglia.
“Dici sempre così per gonfiare il prezzo.”
Shafi sorrise.
“Sono forse un furfante?”
Feci allargare il mio sorriso.
“O no, sei solo un buon venditore!”
I baffoni dell’arabo si misero a ballare sulle labbra mentre una sonora risata gli uscì dalla pancia.
“Sono quel che sono, Hassan.”
La scatola conteneva un sacchetto di stoffa rossa. Il colore era scambiato, ma aveva l’aria di non essere mai stata aperta. Lentamente tra le sue mani scure si materializzò una Emil Busch, il soffietto rosso era integro e anche il colore aveva retto al tempo.
“Lo sai bene che non mi piace collezionare solo roba vecchia.”
Shafi mi fece una risata a bocca aperta. Una vecchia, che in quel momento passava si fermò a guardarlo, diede un’occhiata al banco, fece una smorfia e continuò il suo giro allontanandosi sbirciando le altre bancarelle da sotto il suo ombrello colorato. La sua borsa a ruote, che la seguiva come un cane fedele si macchiava di pioggia.
“Questa è una macchina speciale, guarda: ci sono ancora le lastre e funziona.”
La presi in mano e con attenzione verificai che le guide scorressero senza problemi, poi ispezionai il soffietto che sembrava non presentare buchi. In ultimo presi le lastre, mi aspettavo di trovarle già esposte, invece erano integre.
Avevo sempre amato l’idea di scattare delle foto con vecchie macchine fotografiche. Avere quei meccanismi antichi tra le dita e farli scorrere piano coi loro scatti che sapevano di anni remoti, in cui il digitale ancora doveva essere immaginato.
“In effetti potrebbe ancora funzionare.” Mi lasciai sfuggire quelle parole senza pensare che esse avrebbero potuto influenzare il prezzo che Shafi intendeva farmi pagare.
“Quanto vuoi?” Gli chiesi.
L’uomo si grattò il mento e senza scomporsi mi rispose.
“Tu a quanto la compreresti?”
Era iniziata la contrattazione, dovevo essere molto accorto, non volevo certo offenderlo con un prezzo troppo basso, ma neppure volevo dargli troppi soldi.
“Facciamo 250 euro?”
Presi a ispezionare il diaframma e a muovere il tubo porta-obiettivo, era tutto perfettamente funzionante, non c’era neanche il timore che il tempo avesse compromesso un solo pezzo.
“Averla è stato molto difficile, Hassan. Sai bene che è ancora più raro trovare le lastre. Potremmo partire da 350 euro? E’ un prezzo ragionevole.”
La laccatura del corpo in legno sembrava appena fatta, né un graffio o un segno d’usura, anche dove il vecchio proprietario armeggiava per mettere a fuoco non c’erano le classiche impronte da uso.
“Certo che sei un buon mercante, conosci i modi per ottenere cose belle e farle arrivare fino ai tuoi clienti.”
Ingraziarselo era parte del rituale dell’acquisto, da come veniva elogiato Shafi decideva se venderti o meno la sua merce.
“Tu mi lusinghi, Hassan, io sono solo un umile mercante di roba vecchia.”
Era chiaramente offeso per quella prima frase con cui avevo denigrato la sua merce, dovevo rimediare in qualche modo oppure il prezzo della macchina non sarebbe sceso.
“Eppure tra le tue cose a volte trovo davvero delle belle perle.”
L’uomo ammiccò con la testa.
“Potremmo valutarlo 270 euro?”
“Un buon prezzo, Hassan… per te. Ma davvero giudichi il valore di un oggetto solo da quanto puoi spendere?”
Diciamo che ormai la macchina era mia, ma il prezzo sarebbe stato un problema.
“Non posso mica rimetterci quando vendo un oggetto, specie uno di tale pregio.”
Ecco, in quel momento mi stava fregando.
“Non ho mai detto che devi rimetterci, anzi il tuo lavoro è molto prezioso. Specie per me.”
Alcuni curiosi si affacciavano sul banchetto di Shafi, spostavano le cianfrusaglie per trovare qualcosa di interessante, un tizio pelato restò qualche minuto a sentire lo scambio di battute tra noi due, poi andò via senza voler sapere come si concludesse l’affare, o almeno così mi suggeriva la smorfia che fece andando verso un’altra bancarella.
Il mio cellulare trillò.
“Claudio?”
Era Marta.
“Che c’è? Avrei un po’ da fare…”
“Pensavo che stamattina restavi a casa… è sabato e non dovevi lavorare.”
“Sono impegnato, cara…”
“Volevo parlarti.”
“Cerco di tornare presto, dai. A presto.”
Chiusi la conversazione e rimisi il cellulare in tasca.
Mi girai verso Shafi.
“Dicevamo?”
“Un buon prezzo potrebbe essere anche 340 euro, non è così?”
“O certo, davvero un buon prezzo, per un cliente di passaggio! Ma ad uno come me, un fedele cliente, riservi lo stesso trattamento?”
Il sorriso di Shafi si spense un po’, avevamo raggiunto uno stallo e lui lo sapeva, non potevamo andare avanti senza che uno offendesse l’altro e il tutto inficiasse la vendita.
“Allora a te, mio Hassan, farò la migliore delle mie offerte: 300 euro e la macchina è tua.”
Avrei potuto continuare, passare un’altra mezz’ora a trattare, ma così avrei anche rischiato di rompere l’equilibrio creato con Shafi.
“Un buon prezzo davvero. Per me va bene.”
Presi i soldi dal portafogli, li contai ad uno ad uno, come era uso fare lui e glieli porsi, Shafi a sua volta li contò e fece di si col capo..
Rimise a posto la macchina nella sua scatola e me la preparò in una busta bianca.
Lo salutai con un cenno della mano e il suo saluto mi sembrò alquanto vago, come se si fosse liberato di un peso.
Mi allontanai sicuro di aver concluso un ottimo affare, stringevo i manici della busta con una mano e tenevo l’altra sotto per paura che si rompesse e cadesse la mia preziosa macchina nuova. Intanto la pioggia aveva aumentato il suo ritmo e rapidamente mi bagnai tutto prima di arrivare in macchina.


L’INVASIONE DELLE TARTARUGHE

Lasciai la macchina nella mia camera oscura. Stette lì alcune settimane, fino a quando Marta e i bambini partirono per un week end dalla nonna. Io dovevo restare in città, il sabato avrei dovuto fare le foto per un matrimonio e partire la domenica mattina dopo una giornata del genere sarebbe stato troppo stressante. Decisi di prendere la Emil Busch e di andare al mare, volevo proprio vedere se le lastre funzionavano ancora.
In una grossa borsa misi la scatola della macchina e preparai un cavalletto che potesse sostenerla.
La giornata era serena, il sole non ancora alto e il mare calmo mi davano la possibilità di fare una buona foto sfruttando i tempi lunghi di esposizione necessari alla macchina, la spiaggia era un’insenatura dietro la baia di Miseno, una piccola spiaggetta che raggiunsi salendo per un sentiero che si innalzava per un tratto di costa fatto di roccia lavica, gli strati dei diversi minerali formavano disegni dai colori variegati.
Nella piccola baia un gruppo di barche stavano trascinando le reti. Il rumore dei legni che fendevano il mare era simile ad uno schiaffo continuo.
Gli scafi colorati di arancio e bianco davano a quelle imbarcazioni un tono di stranezza, come se chi li avesse pitturati avesse voluto rimarcare che erano si barche ma che col mare non avevano nulla a che fare.
I pescatori, coi loro maglioni scuri e i cappelli di lana calcati sugli occhi mi salutarono. Li conoscevo e qualche volta ero andato con loro in barca a fotografare alcune zone della costa e delle scene di pesca.
La spiaggia si aprì in tutta la sua ampiezza subito dopo la strettoia del sentiero in cui a stento riuscii a passare.
Montai velocemente la macchina sul cavalletto. Anche se dovetti adattarla con delle cinghie, cento anni fa non le predisponevano per quel tipo di cavalletto. Cercai di stringerle bene per non farla cadere.
Armeggiai un po’ per mettere a fuoco una barca ancorata vicino alla scogliera, il soggetto si prestava bene, avevo come sfondo il castello di Baia, e riuscii a fare entrare nell’inquadratura un bel po’ di spiaggia, in modo da dare una bella consistenza al primo piano.
Inserii la lastra e feci un’esposizione da mezzo minuto.
Per non perdere la possibilità di fare altre foto mi ero portato una macchinetta digitale, rifeci la stessa foto con la Canon e scattai qualche altra posa.
Poi mi misi steso sulla sabbia a sentire il rumore della risacca. Il contatto con i granelli di sabbia mi mise addosso un bel torpore, il vento che arrivava insieme alle onde mi regalava un caldo massaggio al viso. Mi godetti quella domenica di maggio, di lì a qualche settimana sarebbero arrivati i vacanzieri e allora sarebbe stato impossibile fare una bella foto senza l’obbrobrio dei loro motoscafi o dei salvagente colorati.
Ero ansioso di vedere se riuscivo a sviluppare la lastra, dopo tanti anni chissà se era ancora possibile fare qualcosa.
Appena arrivai a casa mi chiusi nella camera oscura e mi attrezzai per lo sviluppo della lastra. Il lavoro non fu certo facile, il procedimento era delicato e anche i materiali che avevo non sapevo se erano giusti per lo sviluppo.
Ma dopo poche ore di lavoro finalmente sulla carta fotografica si materializzarono i primi segni, l’immagine della barca e della scogliera erano al centro della foto, ma sotto alcune macchie scure, forse dei granelli di sabbia, o delle macchie, avevano rovinato la fatica di una mattinata.
Stesi ad asciugare il foglio e andai a farmi un caffè.
Il telefono squillò mentre zuccheravo il caffè in sala da pranzo.
“Sono Marta.”
Distratto dalla telefonata lasciai la tazzina sul bracciolo del divano. Mi raccontò di come aveva trascorso la giornata di sabato e voleva dirmi che la madre voleva invitarci per tutta la settimana a stare da lei.
“Se vuoi restare tu per me va bene, ma io ho da fare ancora certe cose qui, devo preparare un paio di album e incontrare dei clienti. Se tutto va bene mi libero venerdì e vengo per il week end.”
Rassegnata a restare da sola mi salutò dicendomi che mi avrebbe chiamato il giorno dopo.
Finii di bere il mio caffè e mi misi al lavoro sulle foto digitali che avevo fatto. Le inquadrature della spiaggia erano venute bene, le avrei potute usare per qualche fotomontaggio o in qualche transizione video.
Non tornai in camera oscura se non a sera, quello che vidi mi lasciò impressionato, quelle che avevo ritenuto macchie o granelli di sabbia erano in realtà delle tartarughine, la spiaggia sembrava invasa da piccole tartarughe appena uscite dalle uova.
La cosa più sorprendente era che io non le avevo viste!
Controllai i file della macchinetta digitale e mi confermai che era proprio così, nessuna tartaruga, né grande né piccola o tanto meno uovo, era lì su quella spiaggia. Feci passare tutti gli scatti, tutti i file, ma neanche lentamente c’era altro che sabbia.
Riguardai la foto fatta dalla lastra. Pensai che forse era uno scatto impresso precedentemente sulla lastra, che era già stata usata. Ma ero sicuro che fosse vergine.
Ma forse mi sbagliavo, certo non c’erano tartarughe stregate nella soluzione che avevo usato per sviluppare la foto.
Ritornai a lavorare sull’album digitale che dovevo consegnare in settimana.

Al mattino, appena sveglio mi ricordai di aver sognato tartarughe appena nate che invadevano una spiaggia. In poco tempo crescevano a dismisura, le loro zampe enormi mi tenevano stretto tra le loro unghie gigantesche, si muovevano lente come nei film di godzilla degli anni sessanta, ad un tratto le onde si sono fatte impetuose e il mare agitato portava nuove uova sulla spiaggia, ne nascevano nuove tartarughe che iniziavano subito ad ingigantirsi.
Quando ripresi in mano la fotografia mi convinsi che era già stata esposta, e che avevo preso un gigantesco abbaglio, quasi più grande delle tartarughe del sogno.
Terminai il lavoro per l’album digitale e insieme alle due gigantografie che avevo promesso agli sposi preparai una bella confezione.

Nel primo pomeriggio andai a consegnare personalmente il lavoro ai comiugi, erano appena tornati dal viaggio di nozze e al telefono erano rimasti sorpresi che in poco più di due settimane avessi già finito.
I due furono molto gentili, mi offrirono aranciata e biscotti, appena messo il dvd nel lettore si godettero lo spettacolo dell’album digitale.
Erano soddisfatti del lavoro fatto.
Li lasciai a crogiolarsi nella loro felicità ed andai a fare una passeggiata sul lungomare di Miliscola. La giornata era ancora calda, per strada c’erano alberi pieni di foglie, e nuvole bianche, il tempo ideale per fare delle belle foto panoramiche.
Invece mi misi a passeggiare sulla spiaggia. Osservavo i fidanzatini mano nella mano e invidiavo la loro spensieratezza e il loro modo di stare incollati uno all’altra. Li guardavo avvicinarsi e poi scomparire come gabbiani sul marciapiede, erano lontani da me, dai miei pensieri, eppure ce n’era sempre una coppia a portata di sguardo.
Mi fermai ad osservare i pescatori del giorno prima che tiravano le reti sulle barche. Indossavano gli stessi cappelli scuri e ora avevano dei lunghi stivali di gomma ai piedi.
Avevano chiuso un tratto di mare con due gozzi e stavano stringendo il raggio delle reti, si vedeva che non erano molto piene dato che le tiravano su troppo facilmente. Le loro parole pesanti si schiantavano contro il cielo azzurro, fino a quando dalle reti non spuntò fuori un pesce enorme, sembrava dalla stazza un tonno o un pesce spada, le risate dei pescatori si fecero chiassose e in poco tempo tirarono su tutte le reti.
Quando ritornarono a riva mi avvicinai per vedere cosa avevano pescato, e in mezzo a tutti quei pescetti c’era quello che chiaramente era un tonno di almeno sessanta chili.
I pescatori avevano stappato una bottiglia di vino e me ne porsero un bicchiere. Il sapore corposo del vino si fece subito sentire, mi incendiò la pancia e mi fece sentire la testa un po’ frizzante. Uno di loro mi disse che era il vino che produceva il padre, un prodotto genuino, come avevo preso a ripetere quattro o cinque volte, un frutto prezioso della terra diceva lui.
L’odore di salmastro mi penetrava le narici. Gli uomini sciolsero le funi che legavano i gozzi, usando i remi con maestria guidavano quelle barche come se fossero parte del loro corpo, stavano per uscire di nuovo in mare, mi chiesero se volevo andare con loro, avevo la canon, gli dissi che ne avrei approfittato per far loro delle foto mentre erano a pesca saltai sull’ultima che stava lasciando il pontile e mi sedetti vicino ad un ragazzo che indossava una pesante tuta della Reebok. Aveva la pelle del viso completamente nera, merito delle lunghe esposizione al sole cocente che gli faceva compagnia nei pomeriggi in mezzo al mare, indossava un passamontagna tirato su, come se fosse un cappello. Si mise fumare una sigaretta e mi chiese se ne volevo una. Con indice e pollice catturai un filtro marrone che usciva dal pacchetto. Lui me la accese e mi indico un contenitore in plastica pieno di sabbia, la cenere e i mozziconi li avrei dovuti buttare lì.
Gli uomini scherzavano tra di loro, prendevano in giro il più giovane che si era da poco sposato. Iniziai a scattare da subito, i primi scatti di solito mi servono per provare le inquadrature e le rese dei soggetti. Cercavo di fare primi piani e come sfondo parti di barca, mi piaceva riprendere i solchi delle loro rughe, il riflesso dell’acqua nei loro occhi, il tempo che si era quasi fermato per loro, congelato in quel pomeriggio di pesca.
Dopo una mezz’ora di fotografie li sentii urlare e sbraitare. Eravamo quasi alla spiaggia dove il giorno prima avevo scattato le foto delle tartarughe.
Inizialmente non riuscivo a distinguere gli oggetti che indicavano i pescatori, centinaia di piatti neri si muovevano sulla spiaggia, zoomai e misi a fuoco: gli occhi di una tartaruga appena sbucata dall’uovo si focalizzarono nell’obiettivo.
Erano le stesse tartarughe fantasma della foto, sulla stessa spiaggia e andavano nella stessa direzione!


UN CANE FAMELICO

Ci misi un po’ di tempo a decidermi di usare di nuovo la Emil Busch, avevo verificato le lastre, e di quelle ancora utilizzabili ce n’erano ancora tre. Altre quattro erano già state usate, le avevo anche sviluppate, ma erano dei semplici ritratti di famiglia, e non erano neanche un gran che.
Mia moglie era ritornata da poco dal soggiorno dalla madre. Era un po’ incollerita perchè io, per un motivo e per un altro, non ero riuscito a raggiungerla. E lei non molla tanto facilmente.
Non appena riuscii a prendermi una giornata libera caricai tutta l’attrezzatura in macchina e aggiunsi anche la Emil Busch. Volevo fare delle foto ad una spiaggia abbandonata, poco prima della pineta di Licola, una infinita distesa di sabbia che arriva fino a Gaeta.
Mi fermai vicino ad una collinetta che aveva delle piccole caverne scavate a metà. Ginestre e euforbie davano la classica ambientazione da macchia mediterranea.
Stetti qualche minuto a respirare l’aria della macchia, cercavo l’ispirazione per delle foto particolari. Quella era la dimostrazione che la natura poteva riprendersi ciò che l’uomo si ostinava a straziarla. Era la zona adatta. Sulla spiaggia c’erano frigoriferi abbandonati in cui piccoli animaletti avevano preso casa, bombole del gas incoronate da erba folta, pini che avevano inglobato nella loro corteccia le recinzioni di filo spinato.
Mi misi lo zaino in spalla e camminai per un po’ lungo il bosco che costeggiava la spiaggia. In mezzo tra sabbia e arbusti correva una stradina sterrata, piena di polvere e dune. Mi incamminai in cerca di qualcosa che colpisse la mia immaginazione. Vedevo gli stormi di gabbiani lanciarsi sui cumuli di rifiuti che il mare lanciava sulla battigia, scattai qualche foto.
Mi muovevo in continuazione per cercare il posto giusto. Dalle anteprime della macchina vedevo immagini che non mi entusiasmavano per niente. Il problema che sentivo pesare era l’aver dovuto trasformare una passione in un lavoro, e ora, dalla macchina uscivano solo monotone pose ripetitive.
trovai un sentiero che saliva fin su una collina. Tra gli alberi si aprivano scorci da cui filtravano lame di luce.
Quando arrivai vicino alla bocca di una caverna mi accorsi di avere davanti a me l’immagine che cercavo. Una vasca da bagno, ricoperta di edera, ma da cui spiccava lo smalto bianco e una doccia che penzolava. Un’incredibile unione tra naturale e artificiale, il messaggio che volevo era tutto lì.
Ma per essere mandato correttamente aveva bisogno di un apparecchio speciale. Presi dallo zaino la Emil Busch e la sistemai sul cavalletto, le cinghie la tenevano ancorata bene.
Inquadrai in basso a destra la vasca, una lama di luce faceva brillare la polvere sospesa nell’aria. Dietro, in secondo piano, l’entrata della grotta.
Esposi. Non feci altre foto con la macchina digitale. Volevo che fosse un’immagine unica, irripetibile. Una di quelle foto che vedi nelle riviste e sotto ci leggi: “Fotografo dell’anno”.
Con questo pensiero che veleggiava pochi metri sopra la mia testa tornai a casa.
A casa trovai Marta in salotto, furiosa come non l’avevo mai vista.
“Sai che giorno è oggi?”
Cercai con gli occhi un calendario. Non lo trovai, ma feci comunque un tentativo.
“Il dodici maggio, perché?”
Lei strinse le labbra. Ammiccò con la testa come se volesse confermare la mia risposta. Ma in ogni caso era sbagliata.
Lei si alzò. Andò vicino alla finestra e scostò un po’ le tende. Dietro erano nascoste delle valigie.
“E’ il giorno in cui vado via. Michele e Sara sono già da mia madre.”
Restai a bocca aperta, una cosa del genere da lei non me la sarei mai aspettata. Pugnalarmi alle spalle così, senza mai dire nulla. Senza mai un accenno.
“Oggi è il tuo compleanno…”
Glielo dissi con sorpresa, fino a quel momento neanche lo ricordavo, poi all’improvviso si è accesa la lampadina e la risposta era lì.
Sempre sbagliata.
“Ora sarai libero di dimenticarlo quanto vuoi…”
Cercai disperatamente qualcosa da dirle. Volevo afferrare un qualunque pensiero che potesse convincerla a restare, che forse si sbagliava. Ma certe volte le parole sono sfuggenti e non le trovi che molto tempo dopo.
“Ma non hai mai detto di voler andar via…”
Lei si strinse le mani.
“Sono stufa di questa vita. Tu non ci sei mai e quando ci sei non riesci mai a stare con noi. Hai sempre altro da fare.”
“Ma il mio lavoro…” Ribattei sapendo di non poter continuare.
“Hai sempre pensato a te stesso. Non sei mai stato qui quando avevo bisogno di parlare con qualcuno.”
Scattavo foto dei momenti che avevo passato con loro, ma le immagini che creavo erano sempre più sfocate, i soggetti sempre lontani, indistinguibili dallo sfondo.
“Possiamo aggiustare le cose, insieme…”
Lei scosse la testa.
“E’ tardi Claudio.”
Prese la valigia e andò alla porta. Il rintocco dei suoi passi era un rumore insopportabile, una condanna che veniva eseguita lentamente. Arrivata alla porta si girò lasciò le chiavi sul mobile all’ingresso.
“Queste puoi tenerle, non credo che mi serviranno. In settimana ti chiamerà il mio avvocato.”
Chiuse la porta tirandosela dietro con violenza.
Guardai dalla finestra e la vidi raggiungere un taxi che la stava aspettando. Senza voltarsi montò dietro e chiuse un’altra porta. In pochi secondo il taxi si mise in marcia e scomparve.
Mi resi conto di avere ancora la bocca spalancata. Lei era andata via e io non avevo potuto fare nulla. Anzi non ero stato capace di fare nulla.
Mi sedetti sul divano precipitando come un sacco di zavorra.
Cercai di piangere, di sfogarmi.Non ci riuscivo. Avevo gli occhi asciutti. Poi arrivai a capire che i miei pensieri non erano per Marta.
Volevo sviluppare quella foto.
L’unico interesse che avevo era vedere la foto che mi avrebbe fatto diventare fotografo dell’anno e al diavolo tutto.
Preparai la camera oscura in poco tempo avevo già lo sviluppo in mano, pronto ad asciugarsi.
Quel che vidi mi lasciò sconvolto. La scena mi emozionava più delle parole di Marta.
Al di sotto delle lame di luce che filtravano dagli alberi, dietro la vasca circondata d’edera, c’era un cane che mostrava i denti.
Un cane che al momento di scattare NON c’era. E anche se non avevo fatto altre foto ne ero sicuro. Il cane non era lì. Me ne sarei accorto.

Il giorno dopo tornai alla collinetta. Cercai con attenzione l’ingresso della caverna e mi trovai di fronte alla vasca.
Avevo la macchina digitale in mano. I rumori del sottobosco mi facevano girare al minimo fruscio.
Da lontano sentivo lo scalpitare dei cavalli sulla spiaggia. Li guardai tornare al maneggio. In quel momento sentii ringhiare. Un sommesso e continuo ringhiare. Come se qualche animale stesse cercando di mandarmi via dalla sua tana.
Mi girai e lui era lì.
Proprio come nella foto.
Il mio cuore fece un tonfo. Palpitò nel mio petto come se volesse scappare.
Il cane famelico ringhiava dietro la vasca. Sorrisi mentre sentivo il battito pesante del mio cuore. Alzai lentamente la macchina digitale e scattai una raffica di foto. Indietreggiavo facendo attenzione a non fare troppo in fretta.
Il cane smise di ringhiare ma teneva comunque l’attenzione su di me.
Un passo dietro l’altro riuscii a raggiungere una distanza di sicurezza. Continuavo a scattare foto. Stare con l’occhio dietro l’obiettivo mi faceva sentire protetto.


LA DONNA COL TRAPANO

L’avvocato di Marta mi contattò di lunedì, pochi giorni dopo che era andata via. Volevano un accordo semplice. Senza complicazioni, erano queste le sue parole. Senza cause e senza problemi.
Senza.
Questa parola mi rimbalzava nella mente. Lei era andata via e io non sentivo nulla. Che stesse pure dove si era rintanata. Che tenesse i bambini. Non avevo bisogno di nulla, tanto meno di lei.
Mi preparai un hamburger e stappai una ceres. Misi nel lettore dvd il cd con le foto che avevo scattato al cane.
Osservai quelle foto e le confrontai con quella sviluppata dalla Emil Busch. Una di esse era l’identica copia della stampa.
La stessa posizione del cane.
La stessa bocca famelica aperta.
Presi la Emil Busch e la osservai per bene. E allora capii. Quella macchina aveva qualcosa che le permetteva di fotografare il futuro.
Ispezionai ogni centimetro del legno che ricopriva il corpo macchina. L’ottica era regolare, nessun difetto sull’obiettivo. Anche il soffietto era un normale soffietto.
Cercai delle crepe o che altro. Un segno, un trattamento particolare della vernice.
Ma che ne sapevo io di magia? Cosa ci poteva essere da scoprire? Un simbolo magico, una qualche polvere dorata? Se era qualcosa del genere allora io non ne avevo trovata traccia.
Nulla di nulla.
Avevo le ultime due lastre. Le presi e controllai se su quelle ci fossero degli indizi. Una patina particolare. Un solo graffio diverso dal solito.
E anche qui nulla.
Era tutto normale.
Tutto senza magia.
Inserii una lastra nella macchina, cercando di scoprire cosa non andasse in quella macchina.
Ma per quanto la rivoltassi lei restava sempre muta.
Misteriosa.
E affascinante.
Ma il suo segreto restava tale.
E se invece avessi sbagliato io? Se il cane fosse stato lì mal momento dello scatto? Forse io non lo avevo notato. Forse stava zitto. Una coincidenza? Come le tartarughe?
Mi misi in testa di provarla di nuovo. Di fare una foto inutile, qualcosa che non potesse rivelare nessun minimo indizio del futuro.
Montai la Emil Busch sul cavalletto, di fronte alla porta della cucina. Cercai di memorizzare bene quello che stavo per fotografare. Per sicurezza piazzai una telecamera di lato, in modo da inquadrare la E. B. e l’angolo che volevo fotografare. La accesi per riprendere qualche eventuale lampo che poteva formarsi dalla macchina. O qualunque diavoleria magica uscisse dalla macchina.
Azionai il comando e scattai.

Quando sviluppai la foto non credevo ai miei occhi. Dritta davanti al tavolo della cucina, tra il frigo e la lavastoviglie, c’era una donna con un trapano in mano.
Visionai il video della telecamera e mi confermai, ad alta voce, che non era successo nulla di strano.
Né luci.
Né apparizioni misteriose.
Né mostri.
Nulla di così eclatante e magico.
Ma qualcosa doveva pur esserci, le foto non nascono mica dal nulla. Quella donna poi, con un a tuta da lavoro e il trapano in mano.
In casa mia donne col trapano in mano non ne avevo mai viste. O mai le vedrò. Questo pensavo. Mai le vedrò. Ma chi era quella donna della foto? Cosa ci faceva (o farà?) in casa mia?
Analizzai bene il secondo piano della foto. I mobili erano pari pari quelli della cucina. Sulla tavola c’era anche un piatto pieno. Nonostante la grana e la sfocatura si vedeva che era pasta. Un solo bicchiere e la bottiglia di vino. Quella la riconoscevo bene. Me l’aveva regalata un cliente pochi giorni prima. Era ancora in frigo chiusa.
Aprii il frigo e verificai che era infilata nell’anta. Le gocce di condensa sul vetro erano una grossa tentazione. Vi passai un dito sopra e disegnai una linea.
Ma questo non dimostrava nulla. Ormai avevo capito che la macchina sfornava immagini del futuro. Ma perché? A cosa serviva? E chi l’aveva costruita?
Non lo sapevo.
E forse non lo avrei mai saputo. A meno che Shafi non fosse a conoscenza della storia di quella macchina.

Il giorno dopo andai di nuovo al mercato. Non ero intenzionato a comprare nulla. Volevo portarmi a casa, però, qualche risposta.
Lo vidi che fumava una sigaretta seduto sotto una saracinesca. Stava parlando con altri ragazzi di colore. Vicino a lui c’era una valigia, sicuramente teneva lì tutte le sue cose.
I suoi tesori.
Mi avvicinai in fretta.
“Ciao Shafi. Come va?”
Lui mi rifilò la sua occhiata tipica. Teneva gli occhi mezzi chiusi ma sicuramente guardava tutto. Mi guardava e cercava di scoprire cosa volevo.
“Sei venuto solo per sapere se ho il raffreddore?”
Eccolo lì! Lui sapeva cosa volevo ma aspettava che a fare tutto il lavoro fossi io.
“No, certo che no. Volevo ringraziarti per quel gioiello che mi hai fatto prendere. Davvero una bella macchina.”
Lui abbozzò un mezzo sorriso.
“Ho fatto solo il mio lavoro.”
Dovevo rilanciare.
“Oh… ma il tuo più che un semplice lavoro è una missione. Un dono.”
Mi guardò aspettando qualche altra parola.
“Tu vendi sogni amico mio, cose preziose che rendono felici le persone come me.”
“Sei sicuro di essere felice?”
Quelle parole mi sorpresero. La domanda più strana che mi fosse mai stata fatta. E non sapevo la risposta.
“Io…”
Lui alzò un mano per fermarmi.
“Non è a me che devi rispondere. Ma a te stesso.”
“Io sono felice.”
“Hassan, qualcuno diceva :il vero modo di essere felici è quello di procurare la felicità agli altri.”
Quella citazione sembrava una lapide eretta contro di me.
“Voglio solo sapere da dove viene quella macchina.”
Abbassò la testa e mormorò qualcosa. Mi avvicinai aspettando che continuasse.
“Non ricordo chi me l’ha data. Ma perché ti interessa?”
“No, nulla.”
Lo salutai e andai via. In quel periodo le strade di Napoli erano invase dalla spazzatura. Faticavo a scansare i cumuli di rifiuti. E come altre persone aumentavo il passo quando rasentavo i mucchi di sacchetti. Ma i miei pensieri rallentavano sulle parole che Shafi mi aveva da poco detto.
La felicità… agli altri. Tutte belle parole, quando non si sa cosa dire. Ma che andavo a pensare, di certo quel tipo non poteva sapere nulla di come vivevo.
Stava solo cercando di fare scena per non rispondere. Chissà dove l’aveva presa quella macchina. Magari era stata rubata.
Il cellulare mi vibrò in tasca. Era di nuovo l’avvocato. Voleva sapere se avevo riflettuto sulla loro offerta o se volevo intraprendere una battaglia senza senso. Senza. Di nuovo senza.
Gli risposi che ci avrei pensato ma che quello non era il momento adatto per chiedermelo.

Quando tornai a casa mi sedetti sul divano. Accesi il portatile e feci qualche ricerca su google, ma sulla macchina trovai poco, anche il costruttore, a parte le ovvietà, era circondato di mistero.
Un unico appunto interessante lo trovai in un sito di stranezze, di cui oggi non riesco più a trovare traccia. In pratica diceva che la Emil Busch era la macchina preferita per fotografare gli ectoplasmi. Questo non mi aiutava, ma rafforzava la mia sicurezza sul fatto che quella macchina era strana. Appena fu ora di cena mi preparai una bella pasta al sugo e stappai quella bottiglia di vino. Mi dissi che se l’avessi tolta di mezzo allora le probabilità che ciò che era stampato sulla foto dovevano per forza affievolirsi. Mi riempii un bel bicchiere di vino e ne gustai il sapore fruttato. Lasciai il bicchiere vicino alla bottiglia.
Sentii bussare alla porta e aprii senza chiedere chi fosse. Alla porta c’era una ragazza identica a quella che avevo fotografato con la Emil Busch.
“Mi scusi se la disturbo, ma mi sono appena trasferita e volevo chiederle se aveva da prestarmi una prolunga per il trapano.”
Detto questo mi agitò davanti alla faccia il suo Black&Decker mentre con l’altra teneva il filo. Esattamente come nella foto che avevo scattato.
Le diedi una prolunga e lei mi ringraziò.
Mi sedetti e rimirai la foto del giorno prima. Assurdo! Cercai di dare un senso a quelle strane foto del futuro. Ma per quanto cercassi mi sentivo sempre più incredulo.

MORIRE SOTTO L’ALBERO SECCO

Avevo in mano l’ultima lastra. Ancora da usare. Potevo scegliere se metterla nella macchina e alla prima occasione sfruttarla o tenerla da parte. Usarla solo se necessario.
Avrei potuto posizionarla davanti alla televisione e sperare che fotografasse i risultati di qualche partita. Oppure potevo metterci il giornale davanti, magari la pagina delle scommesse ippiche. Ma chi me lo assicurava poi che avrei fotografato proprio i risultati e non una pagina di pubblicità?
Bussarono alla porta.
Era Marta.
“Sono solo venuta a prendere delle cose dei bambini, non farti strane idee!”
La accompagnai mentre infilava in una valigia dei vestitini e alcuni giochi.
“Prendo giusto il necessario, poi tornerò per il resto.”
“Si… anzi no, volevo parlarti di questa cosa assurda che mi sta succedendo.”
“Cosa?”
Sorrisi, forse con lei potevo capire cosa significassero quelle foto.
“Ecco.. ho preso questa macchina fotografica antica…”
“Eh no! Ma pensi sempre e solo a te! Il lavoro… le foto… ma vaffanculo!”
Corse via con la valigia e sbattè la porta.
La sua reazione mi lasciò di pietra. Nemmeno un secondo per spiegarmi. Nemmeno una parola.
Provai a ricapitolare cosa stava succedendo:
• La macchina scattava una foto
• Il soggetto inquadrato era lo stesso che vedevo nel mirino
• Sulla lastra si impressionava un’immagine
• Una volta sviluppata la lastra ne usciva un’immagine del futuro a caso
• Anzi, non a caso, ma dello stesso posto fotografato
Cosa potevo pensare? Che diavoleria era?
Una macchina che vede il futuro. Ma che non puoi utilizzare. Che scopo aveva? E chi l’aveva costruita?
Domande senza risposta. E nessuno con cui parlarne.
Misi vicine le foto fatte.
Tre stampe diverse tra loro. Nulla in comune. Né la luce, né il tempo di posa. O i soggetti. Neanche il luogo in cui erano state fatte.
Solo le stesse lastre e la stessa macchina.
Cambia l’ordine in cui le avevo messe. Le sistemai una sopra l’altra. Cercai delle linee o un motivo che si ripetesse nelle foto.
Niente.
Decisi di fare l’ultima prova. Tanto avevo capito che non mi sarebbe servita a nulla.
Andai al parco pubblico. Avevo visto un pino seccato. Un alberello basso, con tutti gli aghi rivolti verso il basso. Una scena fantastica. Intorno c’era tutta l’aiuola fiorita. Controllai che non stesse passando nessuno e scattai per l’ultima volta.
Un rumore secco scaturì dalla macchina. Sembrava avere fatto uno sforzo immane. Toccai il corpo macchina e lo sentii molto caldo. Dall’interno provenivano dei rumori come se un meccanismo fosse entrato in azione. Ingranaggi che giravano e si fermavano. Poi riprendevano a fare qualche altro giro e di nuovo si fermarono.
Tutto tacque.
La macchina ridivenne fredda.
Provai a premere il pulsante di scatto ma era inceppato. Anche l’obiettivo era troppo duro per essere regolato. Il soffietto sembrava sfaldarsi.
Prelevai la lastra e la riposi nella custodia.
Nel giro di poche ore ero tornato a casa e avevo già sviluppato la foto.
Con minore sorpresa delle altre volte trovai un elemento che al momento dello scatto non c’era.
Sotto l’albero c’era una donna morta. Sembrava che qualcuno l’avesse accoltellata alle spalle. La camicia chiara che aveva indosso era coperta da una chiazza nera. Sangue. Al centro era conficcato un coltello.
Il volto della donna non si vedeva.
Le gambe non si vedevano nella foto, non riuscivo a capire se indossava una gonna o un pantalone scuro.
C’era poco da fare: corsi al parco e mi sedetti vicino all’albero. La gente camminava tranquillamente godendosi il caldo. Mi stringevo le mani chiedendomi quando sarebbe successo. Sicuramente di giorno. La stampa era abbastanza chiara e si capiva che non era notte. Anche i fiori erano abbastanza simili a quelli nell’aiuola. Quelli già sbocciati nella stampa erano già sbocciati anche nella realtà. Volevo cercare qualche particolare che mi facesse capire il quando. Ma l’orologio del campanile, inquadrato sullo sfondo, era troppo lontano e le lancette non erano ben visibili.
Aspettai fino a sera. Ma non successe nulla. Tornai a casa ancora più agitato. Se era successo quel giorno allora sarebbe stato il seguente. O quello ancora dopo. O ancora il successivo.
Dormii poco e mi svegliai completamente sudato. Appena alzato non feci neanche colazione e andai al parco. Mi premurai di portare un coltello con me. In casa non avevo altre armi, ma se volevo difendere quella donna dal suo destino dovevo fare qualcosa. Tenevo il coltello nascosto nella tasca dei pantaloni. Le persone ignare continuavano a passeggiare parlando dei fatti loro.
Il sole scottava come una giornata d’agosto. Verso ora di pranzo andai al bar a prendere qualcosa di fresco. C’era pochissima gente e potevo osservare l’albero anche da lì.
Dopo qualche ora vidi Marta. Era strano che fosse lì a quell’ora. Di solito preparava il pranzo per le bambine che sarebbero tornate a momenti. Ma quello era prima. Forse sua madre lo stava facendo per lei. E lei cosa ci faceva lì? Speravo che non mi avesse visto o mi avrebbe preso per pazzo.
Fotografie dal futuro? Un’altra stronzata del fotografo megalomane.
Mi nascosi dietro un manifesto osservai cosa facesse.
Guardava l’orologio come se aspettasse qualcuno. Intanto passeggiava e si avvicinava all’albero. Se fosse arrivata la donna con la camicetta chiara non sarei potuto intervenire. Speravo che andasse via presto.
Invece no. Si mise ad aspettare proprio sotto l’albero secco. Ero sicuro che quello si sarebbe rivelato un problema. Se avessi dovuto correre verso l’albero lei avrebbe pensato che io stessi cercando di seguirla.
Non riuscivo a pensare a nessun modo per aggirarla.
Un uomo con una borsa in pelle le si avvicinò. Si salutarono come se si conoscessero. Ma ero sicuro di non averlo mai visto. Forse qualche vecchio amico d’infanzia? No, no, li conoscevo tutti se non di vista almeno dalle sue descrizioni, me ne parlava con minuzia di dettagli, come era solita fare.
No, quell’uomo non lo conoscevo.
Lei gli si attaccò al braccio. Uscii dal bar e cercai di avvicinarmi senza farmi notare. Volevo ascoltare cosa si dicessero. A pochi passi da loro scrutavo ancora l’uomo. Ma ero sicuro di non averlo mai incontrato.
Sentivo stralci della loro conversazione.
“… sono sicura di non amarlo più. Voglio andare via.”
“… è la scelta migliore…”
Capii che quello era il motivo per cui era andata via. Non io. Non il mio lavoro. Ma quell’altro. Sentivo un calore sollevarsi dallo stomaco. Una furia cieca e distruttiva che voleva uscire fuori. Lei era a pochi passi da me. Di spalle. Lui mi guardava ma neanche lui sembrava riconoscermi.
A due passi da lei misi la mano in tasca. Sentivo la lama calda del coltello sulle dita. Impugnai il manico e strinsi forte. “… mi dispiace molto…”
Le sue parole erano false e piene di finte lacrime.
Alzai in alto il braccio e feci scattare la lama nella sua schiena. Si incastrò perfettamente nella sua camicetta azzurra.
Una.
Due.
Tre.
Quattro.
Cinque volte.
Fu tanta la forza che sentii i pezzi di osso che si scontravano con la lama. Le schegge che spaccate via andavano a lacerare la pelle.
Il gorgoglio della sua voce soffocava parole indistinte.
L’uomo incredulo strillava come una ragazzina.
“Signora! Signora! O mio dio! Accorrete!”
Lei stramazzò al suolo alzando una nuvola di polvere. Si incastrò perfettamente nel punto in cui l’avevo fotografata.
Era quello che avevo fatto. Avevo fotografato la sua morte.
“Sono un avvocato aiutatemi!”
L’uomo urlava più volte.


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