Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
RAGNO DI GOMMA
Proprietario
Angelo Orlando Meloni, autore della raccolta di racconti "Ciao Campione" (Limina, 2007)


Prezzo

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480209 €
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A proposito di questo oggetto...
Se sarebbe
di Angelo Orlando Meloni

Mino Cettinelli aprì la cassetta della posta, vi trovò una busta e camminò lungo il vialetto fino all’ingresso della sua villa. Era una casa in stile gotico o, meglio, gotico-tanto-per-dire, costruita da manovali allucinati che avevano mescolato alla rinfusa gargoyle croci e guglie. Grottesca, a dir poco. Ma a lui piaceva.
La busta conteneva una lettera e un ragno di gomma, di quelli che i tabaccai espongono a Carnevale. Mino scosse la testa.

Col senno di poi, era stato il suo capolavoro. Stava stravincendo, e aveva alzato la posta anche all’ultimo giro. Un tavolo da poker improvvisato durante un ricevimento in un palazzo romano. Mino aveva aperto con 5.000 euro e gli altri, ormai spennati, non c’erano andati, tranne un tale che conosceva appena. Martin Schweick, questo il suo nome, era stato quasi-famoso negli anni Settanta, prima di essere fagocitato in un mezzo inferno di particine che diventavano comparsate a cavallo di un tenore di vita irresponsabile.
Mino aveva colore di cuori, e soprattutto quattro quinti di scala reale. Nemmeno ci pensò su troppo a lungo.
“Una carta”, disse liberandosi dell’asso.
Schweick si ringalluzzì: “Anche io”.
“Cip”, aggiunse Mino dopo aver spizzicato.
“Diecimila”, Schweick sudava.
“Quindicimila”.
“Trentamila”.
“Novantamila”, tutto quello che Mino aveva vinto quella sera e finiamola lì.
Schweick poggiò le carte sul tavolo e fissò il suo avversario negli occhi. Sorrise.
“E sia. Vedo. Ho una proprietà in collina, era di mia moglie”.
“Signor Schweick, vorrei permettermi di scoraggiare certe scelte”, si permise il padrone di casa. “Mi dica solo come posso aiutarla a riflettere con agio”.
“Vedo, ho detto”, ripeté Schweick scoprendo subito le sue carte. “Full”.
“Scala reale”, fu la risposta di Mino.

Ecco come si era fatto quella villa. Contro il parere di amici e amanti aveva deciso seduta stante di trasferircisi, la tranquillità della collina gli avrebbe permesso di terminare il suo ultimo libro. Non se ne sarebbe certo andato ora, dopo una banale intimidazione. Schweick era morto poche settimane dopo la partita di poker e Mino era convinto che un fan mitomane se la fosse presa a cuore. Ci sono troppi amanti dei film di genere per un paese così piccolo.
Entrò in cucina e tirò il ragnaccio nel cestello dell’immondizia. L’aracnide rimbalzò sugli altri ragni finti che colmavano il cesto, ricadendo per terra fin sotto un mobile, sotto il quale scivolò nascondendosi.
Diede un’occhiata alla lettera, una pagina bianca, vuota, come sempre, a parte la firma: “Ida Maini Gragnato”. La solita firma.

Alle 10 e 40 di quella mattina era all’Università. Seduto alla cattedra, scrutava la studentessa di fronte a lui, ma era una finta. La ragazza parlava in modo automatico e lui ascoltava in modo automatico. Chissà a cosa pensava mentre parlava, e chissà se pensava a cosa pensava il suo professore mentre lei parlava, un rovello micidiale.
La ragazza mitragliava a raffica. Se non l’avesse interrotta gli avrebbe scaricato addosso tutto il programma. Una di quelle che ripetono e ripetono e ripetono fino a che hanno superimpresso sulla corteccia cerebrale ogni capitolo, ogni passaggio, pure le virgole. Al professore tocca arginarle, interromperle sul più bello e passare a un’altra domanda la cui risposta sarà di nuovo interrotta fino al momento di rimandarle a casa con un’altra lode e con quella sensazione insipida, di sforzo inconsulto, illogico e irrisolto, che nemmeno la soddisfazione del voto riesce a raddolcire del tutto.
“Non sappiamo”, disse la ragazza coronando la sua galoppata con un vezzo, “se l’autore sarebbe stato in grado di scalare anche l’ultima montagna, ma di sicuro sappiamo che il suo lavoro di ricerca…”
“Alt! Signorina, mi scusi”.
“Sì, professore?”
“Può ripetere, per favore?”
“Che il lavoro di…”
“No. Dall’inizio, mi scusi. Come ha detto?”
“Sì, certo. Non sappiamo… se l’autore sarebbe stato…”
“Eccola là”, Mino appoggiò le mani sulla cattedra. “Ma com’è possibile, signorina, tutte ‘ste belle parole e poi mi cade sul `se sarebbe´?”
“Ma, professore…”
“No, guardi, l’abbiamo sentito tutti, non aggiunga altro. Io lo so che lei ha studiato…”
Pausa a effetto.
“Che poi da un certo punto di vista non è nemmeno colpa sua. Il problema è che lei è ignorante. Il problema sono le scuole, vi danno il diploma e non mi sapete fare la O col bicchiere. Questo è il problema, altro che semiotica, qui ci vorrebbe la grammatica”.
La studentessa impallidì.
“Comunque stia tranquilla, non la boccio. Non posso far ricadere sulle sue spalle la responsabilità di un sistema educativo che si è sfasciato da anni. E si reputi fortunata, ai miei tempi per un errore del genere mi avrebbero tirato dietro il libretto”.
Altra pausa a effetto.
“Le metto trenta, tanto ormai il danno è fatto, siete irrecuperabili. Senza lode, però, così si ricorderà di quanto è ignorante. Di quanto siete ignoranti”. Prese il libretto di malagrazia e vi appose voto e firma, una firmetta stentata che ostentava olimpico distacco. “Ecco qua. E coraggio, c’è di peggio… ma che fa, mi piange per così poco?”
Mino sorrise e passò un fazzoletto alla studentessa, ma la ragazza lo rifiutò. Si asciugò la lacrima con un dito e lo fissò con uno sguardo vitreo privo di complicità, di odio come di sollievo o di paura o di vergogna, una ragnatela di pensieri misteriosi sui quali il sorriso di Mino rimase intrappolato.

Ida Maini Gragnato era la moglie di Martin Schweick. Aveva provato a fare qualche ricerca, ma anche lei, come Schweick, era scomparsa. Mino poggiò la lettera sul comodino e andò a farsi una doccia. Che giornata fastidiosa.

Nel pomeriggio aveva fatto un’ospitata a un salotto tv. Faccia sorridente, voce mediamente impostata, a domanda rispondo, con la presentatrice che dirigeva l’orchestra e gli ospiti che annuivano ben sapendo che anche Mino avrebbe annuito al suo turno. D’altronde, un programma di costume e cultura su Rai 3, audience ai minimi storici, zero ansia. Una passeggiata di salute, se non fosse stato per quel finto giovane con l’aria saputa, trent’anni come minimo e già senza capelli, che al momento delle domande del pubblico si era presentato come il fondatore di un’associazione culturale. Manga, anime, cultura giapponese, quelle cose lì. Di sicuro un tranello escogitato per fare polemica. Non c’è più religione.
Il “ragazzo” citò un film d’animazione di un regista che secondo lui gli ospiti avrebbero dovuto conoscere di fama. Rispettare, addirittura.
Tutti storsero il naso.
“Ma che c’entra, mi scusi, dove vuole arrivare… che Katsuhiro e Katshuiro, per favore, carissimo, ma non dica Catsuate”.
E alla battuta di Mino tutti risero.
“Stavamo parlando di grande cinema, abbia pietà, abbandoni il suo Goldrake e si cerchi un lavoro vero, questo è l’unico consiglio che possiamo darle”.
Il destino di un’intera generazione segnato, scritto negli astri, la cultura morta, questo fu il verdetto, ribadito da tutti gli ospiti che a quel punto tirarono al bersaglio sul povero sfigato. Mancava poco che ci fosse una standing ovation. Gli unici a stare zitti furono ovviamente il tricoleso e la piccola claque che si era portato appresso, e la conduttrice.
Mino la guardò, e le sorrise, ma la presentatrice non ricambiava. Rimase impiccato negli occhi di lei e la trasmissione si concluse segnando il suo trionfo personale.

Ma allora perché quell’amaro in bocca? Si disse mentre spianava la lettera sul tavolo mettendola accanto alle altre lettere, tutte uguali, senza testo, solo la firma e il ragno di gomma.
Ida Maini Gragnato. Ida Maini Gragnato. Ida Maini Gragnato. Ida Maini Gragnato. Ida Maini Gragnato. Ida Maini Gragnato. Ida Maini Gragnato. Ida Maini Gragnato.
Ha qualcosa di spettrale. Ripetere le parole fa perdere loro ogni senso, e anche altre cose spiacevoli.
Che idea bislacca. Sarà forse per tutti quei rumori notturni, Mino? Una volta una finestra al pian terreno, un’altra le assi che scricchiolano. E poi il vento, i fruscii, qualcosa che scivola per casa e nella notte ti carezza.
Come in un film dell’orrore.
“Chi lo sa se sarei in grado di cavarmela, in un film dell’orrore”, pensò lui. E rimase di stucco.

Mino è a caccia per un bosco sconosciuto, sotto la luce della luna. Guida una muta di bestie nere che gli stanno al passo. Non le vede ma le sente dietro di lui. C’è uno stagno. Mino beve un sorso d’acqua e si specchia. È lui, non c’è dubbio, un se stesso giovane, che ha di nuovo venti, massimo trent’anni. Mino si saluta e si sorride, ma il ragazzo di là delle acque non saluta e non sorride. Che strano, sarebbe pronto a giurare che da giovane somigliava a Martin Schweick. Il ragazzo tira fuori un foglio e lo spiana girandolo per farlo vedere a Mino. Sul foglio c’è scritto: “Ida Maini Gragnato”. Ma le lettere dopo qualche secondo tremolano, e si spostano galleggiando sulla superficie.
Il nome ora è scomparso, al suo posto c’è una frase.

Mino si svegliò di soprassalto in piena notte, con la sensazione di un formicaio che gli camminava addosso. Ma non erano formiche. Era peggio. Un ragno nero si era arrampicato sul suo naso, un altro, grigio e peloso, con macchie rossastre, stava passeggiando sulla sua fronte. Decine, forse centinaia o migliaia di ragni stavano sciamando sul suo letto.
Mino rimase impietrito. Il primo ragno discese fin verso la bocca e lui poté seguirlo con gli occhi mentre l’animale gli solleticava le labbra serrate. Non riuscì a resistere troppo a lungo, smosse le labbra e subito il ragno si tuffò nella bocca mordendogli la lingua. Il dolore fu quasi eguagliato dalla sconvolgente visione di un altro ragno che si calava dal tetto sul suo occhio sinistro tuffandocisi dentro. Altri ancora, piccolissimi, una covata appena schiusa, stavano uscendo a frotte dalle sue orecchie e dal suo naso. Un fiotto di esserini affamati che qualcuno aveva deposto dentro di lui chissà quando, chissà come.
Urlò, un urlo silenzioso, senza fine, che gli fece inghiottire i ragni.

I primi soccorritori lo trovarono stecchito sul letto con il volto deformato dalla paura. Accanto al cadavere di Mino, sul comò, c’era una pila di fogli, scritti con la sua calligrafia, giureranno amici e parenti dopo averli esaminati. Il suo ultimo libro.
E in ogni foglio trovarono sempre la stessa frase: “Mangiato dai ragni”.


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