Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
TAPPETO PERSIANO
Proprietario
Eva Clesis, autrice di "A cena con Lolita" (Pendragon; 2005) e "Guardrail" (Las Vegas; 2008)


Prezzo

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10456 €
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A proposito di questo oggetto...
Piazza pulita
di Eva Clesis e Angelo Orlando Meloni

Avevano sbroccato daccapo. Salvo e Lucio, e chi sennò? Ora uno fumava sul balcone della cucina, incurante della pila di piatti da lavare, perché da quattro giorni era il suo turno ma per una questione di principio aveva sospeso il servizio. L’altro s’era portato la birra in stanza e tanto per cambiare aveva messo su un cd di Allan Holdsworth, da bravo segaiolo qual è - se non avesse una fidanzata a impedirgli di seguire la sua vocazione fino in fondo. Non che Lucio mi stia antipatico, è il suo jazz che mi fa cagare. E pure a Salvo, più o meno, ma non è mica per quello che si sono scazzati. Salvo poi è mio amico, non dico proprio amico-amico, ma se Lucio è venuto ad abitare con noi lo deve a tutt’e due. Cose che capitano. Gli scazzi, dico. Non sapendo che fare, ho poggiato il libro di Linguistica e sono andato in cucina.
- Di nuovo con la storia della ragazza?
- Di nuovo, ha detto lui dopo un po’.
- Però dei soldi in più ci farebbero bene.
- Perché, tu pensi che le lascerebbe pagare la sua parte? Si installerebbe qui e stop. Che te credi. Io non ce la faccio più a ragionarci, rispose, spegnendo la cicca nel solito vaso di terra, la pianta di basilico della nostra affittuaria. Cioè, un tempo c’era, il basilico, mi ricordo che c’era. Poi alla festa di laurea di Donato, il nostro vecchio coinquilino, un amico le diede fuoco con lo zippo, e da allora non è più ricresciuta. Buono a farci il posacenere, però, i mozziconi ci macerano bene dentro e in più sono profumati.
- Andiamocene, altrimenti gli spacco le casse, disse Salvo uscendo dal balcone, mentre Holdsworth spaccava a noi i timpani con la sua chitarra.
Mi rinfilai le scarpe da ginnastica che lui era già sul pianerottolo. Salvo esce sputato come sta a casa, non gli frega niente, manco si pettina.
Pure Donato era così. Noi non facciamo caso all’aspetto. E Donato ci manca.
- Dove andiamo? gli chiesi.
- C’è il mercatino dell’usato, andiamo a farci un giro.
- Magari mangiamo fuori, dico indicando lo scempio in cucina.
- No, che sennò Lucio si porta a quella in casa. Solo un giro. Potrebbe approfittare della nostra assenza per ordire un colpo di mano.
Risposi con un fischio. Il giorno dopo, di pomeriggio, avevo l’esame.
Mi sarei dovuto buttare a capofitto nello studio per una bella ripassata, ma se hai ventisette anni come me e sei fuoricorso, e ti mancano una ‘ntina di esami,
numero più numero meno, diventi fatalista, è la vita, diciamo.
Arriviamo allo spiazzo del mercato dopo dieci minuti a camminare scoglionati. Salvo non aveva voglia di parlare, prestava orecchio alle mie cazzate, che vado dietro a Carolina, che Carolina l’altra sera mi ha dato il due di picche, o almeno credo, questo perché non ho i soldi per riparare la macchina. E Salvo zitto, che mi prestava orecchio.
Lo spiazzo è semivuoto. In mezzo alla strada, due pezze marce e qualche rifiuto.
- Ma che ore sono?
Salvo fa spallucce.
- Saranno le due, mi fa.
- Non hai il cellulare? Il mio l’ho lasciato a casa.
- Come no, è in tasca.
Insisto.
- E non puoi vedere l’ora?
- Mi costa fatica. Saranno le due, due e mezzo, ripete.
E sia, il mercato comunque è finito. Che palle. Ci guardiamo intorno ancora più mosci. C’è un furgoncino che sta caricando le sue cose, il classico trovarobaro che vende mobili, tappeti, vecchi orologi che grazie all’Ikea non si fila nessuno.
Un altro furgone stava partendo in quell’istante.
- Andiamocene, dico io, e faccio dietrofront.
- No, no, continuiamo a camminare, sussurra Salvo, con la faccia cospiratoria che fa quando c’è qualche furbata sotto.
Vedo che osserva il trovarobaro, un mezzo rincoglionito che aveva messo su la roba tutto da solo. Il vecchio chiude le porte del furgoncino e senza accorgersene lascia in mezzo un tappeto arrotolato. Sulla strada. Visibilissimo.
A me la cosa fa un po’ pena, povero vecchiaccio zozzo, vorrei andare da lui e dirgli che si sta scordando il tappeto. Ma Salvo intercetta l’angioletto sulla mia spalla e lo fulmina con lo sguardo.
Faccio finta di niente. Il trovarobaro si issa a fatica sul furgone. Parte, si allontana.
- Di lusso! esclama Salvo, e si produce in una mezza corsetta scimmiesca.
- Aiutami, grida.
Mi guardo in giro. Ci sono due ragazze al balcone, ma sono piccole, tipo quattordicenni. Non me ne importa un cazzo di fare bella figura con le sbarbine. Mi metto a correre e lo raggiungo.
- Che facciamo?
- Ce lo portiamo, e si carica metà rotolone sulla spalla ossuta.
E dai, un regalo ce lo meritiamo, penso io, e mi carico l’altro capo sulla spalla. Ci allontaniamo di fretta ancora il trovarobaro si ricorda d’aver perso qualcosa. Sembriamo due che lavorano a una ditta di trasporti.

“Wow”, dice Salvo quando srotoliamo il tappeto sul pavimento del soggiorno. Io invece incrocio le braccia e faccio una smorfia.
Non so, avete presente i tappeti persiani, che c’hanno quelle cose là, i ghirigori? Ecco, quello era sputato, solo messo peggio. Oddio, in realtà tutti i tappeti sanno di muffa e fanno polvere, ma questo, be’, questo era pure bello vecchio. Era mezzo marrò mezzo rosso, decorato con linee che si intersecavano formando una specie di circuito per automobiline. O un serpente. E lungo il contorno del serpentone una fila di lische di pesce che mi ricordavano i filetti di merluzzo panati che compravamo al discount, quando una volta fritti gli si staccava la panatura.
- Be’, ecco perché il tipo al mercato lo ha lasciato lì, dico.
In quell’istante Lucio esce dalla camera per andare in bagno, ma la vista del tappeto lo costringe a dire la sua: “Maro’ che schifezza”, cui segue un rutto.
Ha in una mano una lattina. Si accuccia sul tappeto come se fosse un intenditore, ne piega un angolo (lo deve aver visto fare in televisione) e già che c’è ci versa sopra un bel fiotto di birra.
“Minchia, manco il tempo, Lucio. Questo è il tuo record personale”, fa Salvo, ironico. Ma nei suoi occhi c’è la furia.
Nell’angolino sollevato da Lucio c’è una scritta, in caratteri finto-antichi. Leggo: “Lahhama”.
- E se fosse un tappeto di valore? dice Salvo tirando fuori una sigaretta dal pacchetto.
- Che dici, io ho una font sul pc che è uguale, si vede che è tarocco.
- Sarà la marc… ahi!, fa Lucio, e lascia cadere il lembo del tappeto di getto, come quando uno prende la scossa.
- Ma che hai?
- Niente, e se ne torna di là massaggiandosi la mano e con le orme delle ciabatte che strisciano birra.

Lucio ha due grandi difetti. Tre, se contiamo il jazz elettrico.
Il primo è la sua filosofia di vita. Quel ragazzo si è arreso all’entropia.
Prendiamo la sua stanza, quel buco con lettino che lui rifà due volte l’anno: in primavera e in inverno. Non è per la puzza di topo che viene dal materasso, a quella ti abitui. Il problema è il disordine. Quando Lucio arraffa un oggetto, non lo rimette mai nel posto da cui lo ha preso. Ne fa un punto d’onore. E a poco a poco le sue cianfrusaglie finiscono con l’occupare tutto lo spazio disponibile. Quando la stanza si colma – e vista la stanza ci vuole poco - in cumuli di mutande libri giornali compact disc pacchetti di sigarette vuoti e bottiglie di birra, il nostro invade il resto della casa. E a poco a poco tutte le superfici si riempiono di mutande libri giornali compact disc pacchetti di sigarette vuoti e bottiglie di birra.
Il secondo difetto è che Lucio è nottambulo.
Fatti suoi, direte. Ma quando fa esami (ho detto quando li fa), o quando si vede l’ultima serie di Lost o quando chatta al pc, sta tutta la notte in piedi a mangiare le merendine che noi abbiamo comprato.
La cosa è snervante. Ti svegli alle otto e trenta e non ci sono più i saccottini al cioccolato, il pacco nuovo comprato il giorno prima. E una pista di confezioni di plastica (Lucio è un ambientalista, per questo non butta nulla) ti conduce fino al divano del soggiorno, dove Lucio dorme con il computer acceso e la musica di Pat Metheny in sottofondo.
Se lo becchi a dormire sul divano è perché la sua stanza ha raggiunto lo stadio di “discarica comunale” e anche il letto è inagibile.

Per carità, anche noi abbiamo i nostri difetti di maschi campati a distanza dai genitori. Sporchiamo il lavandino di dentifricio, non puliamo il piano cottura, non spolveriamo e cose del genere. Non si sa mai, potrebbe sempre capitare che ci venga a trovare una ragazza, ma siccome Salvo è stato mollato, Donato e la sua squinzia se ne sono andati e io ho preso il palo da Carolina, l’unico che se la spassa è Lucio. Ecco forse perché Salvo sbrocca, soprattutto adesso che si sente depresso perché vuole cambiare daccapo corso. Ha seguito per sei mesi Filosofia del diritto, svegliandosi alle cinque e mezza per prendere i posti migliori a lezione (e sopportando al suo risveglio la mancanza di saccottini in casa), è stato costretto dall’assistente a fare una tesina sul filosofo messicano Garcia Maynez, e il giorno dell’esame ha scoperto che il professore in realtà odia Garcia Maynez. Così ha avuto un 24 di pura pietà, lo stesso voto di Lucio che però si è letto una volta (di notte) una dispensa intitolata: Filosofia per principianti.
Su tutto, a mandarci in bestia davvero è però Margherita, la fidanzata di Lucio. Osservandoli ho capito due cose: la prima è che avrei dovuto studiare etologia, la seconda è che il culto di Lucio per l’entropia fa parte di un rituale di accoppiamento. Per motivi sconosciuti, il caos di Lucio manda in tilt in freni inibitori di Margherita. In genere lei si presenta dopo le nove di sera. Noi abbiamo appena mangiato la pasta col tonno, e Salvo ha appena finito di dire per la decima volta a Lucio che se rimescola la pasta col tonno nella pentola poi bisognerà metterla a bagno per evitare che si incrosti. Lucio ha appena finito di dirgli per la decima volta “ci penso io non ti preoccupare”, ma è già sul suo computer a giocare a Oblivion. A quel punto, mentre mi alzo per mettere a bagno la pentola, ché lì Salvo attacca con le questioni di principio, arriva la girl di Lucio. Entra impettita, un generale che visiona lo sfascio del campo di Waterloo dopo la battaglia. Dà un occhio ai calzini di Lucio abbandonati sul telecomando del televisore. Inciampa nelle bottiglie di birra che crogiolano sul pavimento e si bagna.
Queste serate in genere si concludono con la visione collettiva di un film. Ma è tutta una posa, i due fornicatori non aspettano altro che noi si vada a letto o si esca per darci giù di brutto sul divano.
La cosa buona è che al mattino, se Lucio ha fatto il suo dovere, Margherita ci fa trovare la casa in ordine.

Ripeto, anche io e Salvo (e Donato, sigh) abbiamo i nostri bei difetti, ma non so come spiegarlo, è che ormai ci conosciamo da anni, sappiamo prepararci la pasta col sugo, passiamo lo straccio se vomitiamo dopo un’ubriacatura, siamo pure single in contemporanea ed è almeno un anno che azzecchiamo i programmi della lavatrice. Ci è voluto un po’ ma siamo addestrati.
Mentre Salvo è chino a ispezionare il tappeto, forse tentando di capire se è tarocco oppure possiamo rivenderlo e ricavarci qualcosa, vado in cucina a prendere uno straccio umido e la mazza. Quando torno mi accorgo che il collo di Salvo è arrossato e in alcuni punti c’è del sangue.
Dannati moschini.
- Ti hanno pizzicato sul collo, mi sa. Come si leva la birra dal tappeto? E ci adagio sopra lo straccio e crivello con la mazza.
- Sì, è da un po’ che mi fa male, ma è rosso?
- C’è pure il sangue, sarà stato quando eri nel balcone a scazzarti.
- Il bello è che mi fa male da quando siamo tornati…
- Perché all’inizio ti iniettano un siero che è nella loro saliva…
È tornato Lucio. Ha in mano un giubbotto e la faccia da buono, per cui immagino che o abbia fatto qualcosa o abbia da chiederci qualcosa.
- Comunque il tappeto mi ha pizzicato, fa lui, mettendosi il giubbotto.
- Tutti i tappeti persiani pizzicano, esclamo.
- Io non lo terrei. Attira lo sporco.
In realtà, né io né Salvo avevamo deciso di tenerlo, e anzi. Avevo preso subito lo straccio per pulirlo dalla birra, casomai volessimo venderlo. Non siamo avidi di denaro, ma se si può ricavare qualcosina da un oggetto che hai rubato, perché no? In fondo è lo stesso motivo per cui sopportiamo Lucio, con l’unica differenza che è stato lui a cercare noi. Conosco gente che va pazza per i tappeti, ci si riempie la casa. Eppoi noi tre non siamo degli intenditori, capace che con una bella ripulita, non so, magari anche con una bella stirata, qualche rifinitura… Magari ‘ste spine di pesce hanno pure un significato. Più spine di pesce più pregio.
- Io invece lo terrei, lo terrei eccome, dice Salvo rialzandosi, quasi a voler sfidare Lucio in una gara di bellimbusti. Peccato che Salvo sia uno stecco, e Lucio grassottello di saccottini.
- Facciamo a tocco, la maggioranza vince, mi pare di aver capito che pure Alessio non lo sopportava.
Sticazzi. Salvo mi guarda come se mi avesse gettato l’ancora e si aspetti l’attracco. A dispetto di quel che penso, rispondo convintissimo.
- Dà un tono all’ambiente, a me piace, e se gli tolgo la tua birra mi piacerà pure di più.
Lucio sospira.
- Cazzi vostri, dice accomodante. Ha sempre quella faccia da buono.
Dopo un po’ infatti:
- Stasera si ferma a dormire Margherita.
- Ma qui non viene a vivere, ringhia Salvo.
- Due o tre giorni, dai, finché non si trova una nuova stanza.
- Che palle, Lucio.
- Ha detto che metterà in ordine.
- Allora fuori tu e dentro lei.
Lucio ride pensando a una mia battuta, invece ero serio. Se ne va come se avessimo accettato la cosa. Sbatte la porta. Salvo mi guarda.
Io ritiro lo straccio (nel vero senso del termine, cade a pezzi), prendo il secchio e lo strizzo.
Esce dell’acqua rossa.
- Notiziona, esclama Salvo, il tappeto stinge.
- Allora è una sòla, dico.
- Meglio, così non abbiamo rimorsi a tenercelo. Tanto non ne avremmo ricavato nulla.
- Bah.
- Non pestarlo finché non asciuga.
- Vado a preparare il caffè, e per i piatti che hai deciso?
- Li lavo, li lavo, risponde Salvo dirigendosi con me in cucina, è che volevo sperimentare il metodo Lucio.

Nel pomeriggio ci siamo sparati tre caffè e un pacchetto di sigarette. Non avevamo neanche pranzato, ce ne stavamo per contro nostro, e quando in cucina m’imbattevo in Salvo o Salvo s’imbatteva in me ci scappava la battuta acida su Lucio o sul tappeto che perdeva colore. E la depressione alle stelle ci faceva passare la fame: devo dire che nel mio caso avevo l’aggravante dell’esame e il pensiero fisso di Carolina che limonava con qualche cazzone, magari nella macchina di lui. Una macchina appena uscita dalla fabbrica, immaginavo, con il rombo nel motore, i cavalli a briglia sciolta e la puzza dei sedili nuovi. Finché alle sette ho visto Salvo decidersi a lavare i piatti, con la stessa faccia che doveva aver avuto Ercole alle prese con le stalle di Augia. Questo era un segno della provvidenza. Sono andato in stanza, ho messo il cd di Fever Ray, poi sono tornato in cucina e ho aperto un sugo pronto. Ci saremmo fatti gli spaghetti alle sette e mezza, così se Lucio e Margherita fossero tornati in tempo per cena non ci sarebbe stato niente di commestibile. Che idea.
Ho iniziato a buttare nel sugo tutto quello che trovavo in figo, persino un pezzo di burro ingiallito e le acciughe.
Quando ho buttato la pasta, il sugo aveva assunto una colorazione bruna e un odore nauseabondo. Asciugandosi le mani dal detersivo, Salvo ci guardò dentro ed esclamò:
- Che sfetenzia…
- Fa le bolle, no? è pure divertente. Ti do panem et circenses e ti lamenti.
- Già, attacchiamolo noi prima che ci attacchi lui.
- Tanto con la fame che ho…
Ci siamo sfondati come animali, gli spaghetti avevano un sapore orribile.
Salvo ha fatto un rutto. Il cd di Fever Ray non era ancora finito.
- Alessio, e leva ‘sta merda, Fever Ray non è neanche gnocca.
- E che ne sai? Nessuno l’ha mai vista.
- Su internet ci sono le foto.
- Vabbe’, tanto è finito. Che si fa?
- Visto che Tempesta e signora non sono ancora tornati, io direi di filarcela, che meno li guardo più ho possibilità di digerire ‘sta roba.
- Sono le otto meno venti. Cinemone?
- Essia. Buttiamoci al multisala e quello che c’è si prende.
- Potrei offrirti persino una birra, dico a Salvo alzandomi e massaggiandomi la pancia.
- Essia. In fondo è probabile che questa sia la nostra ultima notte prima che la salmonella ci procuri strazi indicibili.
- Essia, essia… Ho detto solo che potrei…
- Se non lo fai mi avrai sulla coscienza, il sugo l’hai fatto tu. Andiamo.
- Almeno laviamoci i denti.
- Ecch’è, stai diventando gay? Per quello c’è la birra.
Usciamo dalla cucina e ci infiliamo i giubbotti. Metto i piedi sulla parte asciutta del tappeto. A me sembra morbido.
Sull’ascensore mi accorgo di avere le scarpe consumate, a proposito di piedi. Vero è che uso lo stesso paio di All Star rosse già da un po’, forse quattro mesi. Che non è neanche tanto, però.
Spero che al nostro ritorno Lucio e Margherita abbiano già finito di fare i loro numeri. Ho bisogno di concentrazione, io, devo ripassare Linguistica.

Torniamo a notte fonda, coscienti di avere sprecato un altro giorno. Ci accoglie un odore di ammucchiata che è tutto un programma. Un odore “pesante”, “bagnato”, che sa come di… di pneumatico, di palestra, di mercato del pesce, penso tanto per pensare qualcosa da associare alla puzza.
- Uno, due… fa Salvo.
- E tre!
Accendiamo la luce ma nel soggiorno non c’è nessuno. Anche la stanza di Lucio è vuota, la porta aperta. O meglio, la stanza è piena, stadio “discarica comunale”, i fornicatori scomparsi. Ho come l’impressione che sul tappeto ci siano due nuove spine di pesce, o qualsiasi cosa siano quei disegni.
- Vabbuo’, saranno usciti. Buonanotte, Salvo.

La notte mi serve per ricordarmi che non supererò l’esame di Linguistica. Qualcuno rutta trapanando le pareti. Un rutto cavernoso, osceno. Mi addormento promettendo di non bere più la birra dell’hard discount e al mattino mi alzo alle sette, mi lavo e mi preparo per l’appello e la probabile bocciatura.
In cucina ci sono tre saccottini superstiti. Ne prendo due e torno in camera piazzandomi sui libri.
- Vedo che ti sei ripreso in fretta, fa Salvo, sporgendosi oltre la porta socchiusa. Stanotte hai fatto un bel concerto. Pensavo che stavi male.
- Ti ho lasciato un saccottino.
- Grazie, baby.
Salvo se ne va in soggiorno, io sfoglio due-tre pagine e attacco un capitolo alla disperata. Come la sigaretta che mi sparo due minuti dopo, affacciato alla finestra. Accendo, faccio due tiri amarissimi e la cicca mi cade di bocca.
In strada c’è un furgone, e sulla fiancata c’è scritto “Lahhama”. Al volante, manco a dirlo, c’è il trovarobaro del mercato.
Suona due colpi di clacson e mi fa ciao ciao con la mano.
Il resto accade velocemente.
- Sai che mi piace sempre di più, questo tappeto? Fa Salvo dall’altra stanza. È come se avesse cambiato colore. Mi sembra più… non lo so, Ale, più… vivace.
E un suono come di un risucchio, sempre dal soggiorno. Cui segue uno scatto, due ganasce che si chiudono con forza. Un rumore secco e di nuovo quell’odore greve, impastato, per casa.

La testa di Salvo l’ho trovata sotto il mobile del televisore. Era rotolata fin lì.
Sorrideva. L’ho fissato negli occhi spenti, e la sua bocca si è aperta.
È stato allora che sono svenuto.
Quando mi sono risvegliato la prima cosa che ho visto sono state le mie All Star mordicchiate.
La porta di casa era aperta.
Il tappeto non c’era più.
E neanche il mio braccio sinistro.

fine


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