Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
PIZZA
Proprietario
Giovanni Agnoloni , autore del saggio "Letteratura del Fantastico - I giardini di Lorien" (Edizioni Spazio Tre)


Prezzo

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43 €
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A proposito di questo oggetto...
RIFLESSI OBLIQUI

Justin era seduto ad un tavolo laterale del nuovo ristorante italiano nel centro di Brooklyn. Aspettava la sua ragazza, Jodie, che era appena andata in bagno. Il locale non era molto grande, ma sembrava moltiplicarsi negli specchi disposti lungo tutte le sue pareti. Camerieri e cameriere erano tutti vestiti di nero, e avevano uno stile rapido e deciso. Sopra ogni tavolo c’era una lampadina che proiettava una luce di intensità gradualmente variabile. A Justin dava un certo fastidio, perché aveva un sottile mal di testa. Quella ragazza, Jodie, l’aveva conosciuta ad una cena di gala organizzata dal suo capo, il banchiere Daniel McLean. Gli era piaciuta subito. Poi erano usciti per circa un mese, e tutto procedeva bene.
Ma c’era qualcosa che non tornava, nella vita di Justin: il fatto che non si ricordasse assolutamente nulla degli eventi precedenti quel mese. Aveva perso la memoria in una circostanza dai tratti oscuri. Ma questo glielo avevano raccontato, perché nella sua mente c’era solo buio.

“Come va?” chiese Jodie in un tono brillante. Il suo sorriso era ampio, e il vestito blu scuro emanava un profumo avvolgente. Era talmente bella che gli sembrava incredibile averla fatta innamorare di sé. Avvertiva una strisciante insicurezza, che doveva essere legata a quanto aveva dimenticato del suo passato.
“Bene,” rispose con un sorriso incerto. Non le voleva sciupare la serata, ma il dolore alla testa stava crescendo, come quel senso di disagio. Jodie se ne accorse.
“Ti fa ancora male, vero?” chiese.
“Sì, un po’…” sottilizzò lui. “Ma non ci pensiamo. Che ti va di prendere?”
“Mi va una pizza coi funghi. E a te?”
“Perché no? È un’idea.”
“Carino, questo posto, no?” disse lei, tutta contenta. Era stata una sua proposta. “Ho visto il bagno, ed è stranissimo. Tutto pieno di specchi. Un po’inquietante, non trovi?”
“Come questa sala, del resto,” Justin commentò scherzosamente.
Jodie sorrise di nuovo e poi gli prese una mano, facendosi un po’ più seria. “Ancora nulla, eh?” domandò.
“No, purtroppo,” rispose lui. “Non ricordo niente.”
“Mi dispiace tanto di non poterti aiutare.”
“Non è colpa tua. Tu non c’eri, quando…” gli mancarono le parole.
“Non preoccuparti, vedrai che migliorerà.” Un cameriere scattante arrivò, depositando un menù sottilissimo sul loro tavolo.
“Sai,” Justin riprese quindi a parlare, “a volte mi sembra di intravedere dei riflessi del mio passato. Proprio come delle false immagini riflesse in uno specchio.”
“Allora siamo nel posto giusto,” scherzò Jodie, prendendogli una mano. “Ma una cosa non riesco a capire. Com’è che i tuoi colleghi di lavoro non ti hanno aiutato a scoprire chi eri prima?”
Ci pensò ancora una volta. La cosa pareva molto strana anche a lui. Sapeva di chiamarsi Justin Evans, di essere un analista finanziario e di vivere una strada alberata in una zona residenziale di Brooklyn, e continuava a lavorare come sempre aveva fatto. Il suo blocco mentale riguardava solo una parte della sua esistenza: quella che toccava i rapporti umani e affettivi.
“Nessuno mi ha mai frequentato come amico, lì. Non sapevano neanche dove abitassi, con esattezza.”
“Ma la tua casa, i mobili, la tua vita, insomma?”
“Niente da fare. Quello che c’è non mi dice nulla... Sembra quasi che non abbia mai avuto una famiglia o una donna, prima di incontrarti. Nessuno mi ha cercato, in questo mese. Non so cosa dire…”
Jodie sembrava preoccupata. Si guardò attorno, come per cercare un parziale conforto nei colori soffusi dell’ambiente in cui si trovavano. Un impianto stereo diffondeva, attraverso degli altoparlanti, una musica dolce e rilassante.
“Io però credo che, attraverso il tuo curriculum, alla banca potresti ottenere informazioni sui tuoi studi, la tua carriera prima di essere assunto da loro, le tue origini. Ancora non riesco a capire come non sia stato possibile.”
“Te l’ho già detto, Jodie. Un mio curriculum non esiste nel database della banca. A quanto pare, sono stato preso tramite qualcuno che mi ha raccomandato, ma dicono che neanche io lo conoscessi. Comunque era stata un’iniziativa sua, presa di nascosto. Quando ho provato a insistere, mi hanno risposto che era un’informazione riservata.”
“Ma quella persona forse potrebbe aiutarti.”
“Lo so, Jodie, ma non posso anche rischiare di perdere il lavoro. In fondo, magari non servirebbe a nulla.”
Il cameriere venne a prendere gli ordini. Justin ne approfittò per chiedere anche una birra, mentre Jodie, che era astemia, preferì una coca-cola. Quando quello se ne fu andato, ripresero la loro conversazione. “Eppure è assurdo,” osservò lei. “Una persona interessante come te, così isolata dal mondo…”
“Sono sorpreso quanto te. Ma le cose potrebbero stare anche in termini molto diversi. So per certo che lavoro in quella banca da un anno e mezzo e che ho trentadue anni, ma non sono sicuro di essere originario di New York.”
“Ma se la conosci come le tue tasche!” ribatté lei.
“Questo non significa che ci sia sempre vissuto, e tanto meno che ci sia nato. In fondo, non è a New York che quelli del soccorso pubblico mi hanno trovato.”
“Non ho ancora capito bene come sia andata quella storia.”
“Figurati io… Ma quel che conta è che mi ero disteso, a lato di una Ford del ’97, sul ciglio della strada che porta verso il New Jersey.”
“Non hai mai avuto a che fare con il New Jersey? È praticamente attaccato a New York.”
“Lo so, come so, però, che non ricordo nulla del mio passato.”
“Capisco.”
Arrivarono le pizze, e per qualche minuto Justin e Jodie non parlarono, se non per commentare il buon sapore dei piatti loro serviti. Poi, all’improvviso, la ragazza ebbe come un’intuizione:
“Ma sai almeno cosa c’era, vicino al punto dove ti hanno trovato?”
Justin accusò una fitta alla testa, e fece un movimento improvviso in avanti.
“Oddio, stai bene?” lei si allarmò.
“Sì, sì, tutto a posto. Ogni tanto il dolore si riacutizza.”
“Vuoi tornare a casa?”
“No, no, tutto a posto, tranquilla. È solo che…”
“Sì?”
“Quando mi hai fatto quella domanda ho avuto la netta sensazione di vedere di nuovo quelle immagini sfocate ai margini della mia memoria. È quello che mi fa venire il mal di testa, ne sono convinto.”
“Allora so anche qual è la cura.”
“E quale sarebbe?” lui la guardò perplesso.
“Andare fino in fondo alla verità. Io ti aiuterò, se vuoi, ma dobbiamo scoprire che ti è successo, e chi eri prima di quel giorno.”
“Grazie, Jodie, ti sono grato per quello che fai, ma credo sia inutile.”
“No, non sono d’accordo. Perché non provi a rispondere alla mia domanda di prima?”
Justin aveva paura di riprovarci, perché temeva il dolore, ma in fondo per adesso si sarebbe trattato solo di ripetere quello che altri gli avevano detto circa il luogo dove lo avevano trovato.
“Il medico di turno, all’ospedale, mi disse che era un posto isolato. Le case più vicine erano a circa due chilometri di distanza: un piccolo agglomerato, con una ventina di abitazioni e nulla più.”
“Ci sei più tornato?”
“Sì.”
“E allora?”
“Non mi ha ricordato niente.”
“Eppure è lì che potrebbe essere la soluzione del tuo problema.”
“Ma dai, Jodie, non essere assurda! Mi hanno trovato nella strada sterrata che porta fuori, verso il New Jersey. Se mai avessi avuto qualcosa a che fare con quel villaggio, dopo esserci stato sarei ritornato verso New York, non trovi? E invece sono andato verso sud, come se volessi recarmi in tutt’altro luogo.”
“In teoria, sì. Ma noi non sappiamo cosa possa essere successo davvero.”
Justin ci pensò su un momento, prima di rispondere. In fondo, la sua macchina non presentava segni di impatto o di frenata tali da far pensare ad un incidente. Vicino al ciglio della strada avevano solo trovato un gatto morto. Questo è quanto gli avevano riferito.
“Forse dovremmo chiederlo al gatto,” Justin disse con cupa ironia. Aveva già raccontato dell’animale a Jodie.
“Il gatto non ne saprebbe nulla, neanche se potesse parlare. Quella povera bestia era stata messa sotto da qualcun altro, altrimenti avrebbe lasciato delle tracce sulla tua auto. Che invece non c’erano, mi hai detto, no?”
“No, in effetti.”
“Allora, bisogna muoverci.”
“Come, scusa?”
“Dobbiamo tornare in quel paese, e vedere se può venir fuori qualcosa.”
“Ora?”
“Prima finiamo la pizza e poi andiamo. È ancora presto, dopo tutto, no?”
“Ma a quest’ora saranno tutti a dormire!”
“Ascolta, tu sei stato trovato lì di notte. Se mai sei passato da quel posto, non devi averlo fatto di giorno. È proprio adesso che tornarci ti può far venir in mente dei particolari.”
Justin non sapeva che dire. L’argomento di Jodie suonava convincente. In fondo, non aveva nulla da perdere. Aveva solo paura di affrontare la verità. Ma prima o poi sarebbe stato necessario, se non voleva rimanere per sempre un uomo senza memoria. Mangiò il suo ultimo boccone di pizza, quindi disse alla ragazza che doveva andare in bagno e si alzò in piedi.

Jodie aveva ragione, pensò Justin: quell’ambiente era davvero insolito. C’erano specchi su tutte le pareti, e a stento si riuscivano a distinguere le porte. Poi vide il disegno di una faccia di uomo appiccicato su una zona di muro, e pensò fosse il caso di spingere là. La parete non oppose resistenza, e si ritrovò in un bagno fiocamente illuminato, dove la musica soft che animava anche la sala da pranzo continuava a diffondersi, riempiendo tutto l’ambiente. Su un lato c’era un lavandino che si sarebbe detto preso da un’astronave. Una luce viola indicava il punto dove mettere le mani per far venire giù il getto d’acqua, e una verde quello da cui sarebbe uscita l’aria calda per asciugarsi le mani. Al di sopra, un altro specchio, che riverberava la parete opposta, anch’essa coperta da un rivestimento riflettente. I WC erano al di là di porticine strette. Justin entrò in uno di quelli, e ne uscì dopo circa un minuto. Quindi si diresse al lavandino. Fu mentre si piegava in avanti, e poco dopo aver messo la mano destra sopra la luce viola, che sentì un fitta fortissima alla testa. Per poco non svenne, ma riuscì a tenersi in piedi, appoggiandosi al bordo del lavandino, mentre cominciava a rendersi conto di quello che gli era appena successo. Riflessa contro la parete opposta al lavabo, aveva visto la propria schiena. Era lunga e ampia, perché lui era alto e abbastanza largo di spalle. Quello che lo colpì fu la sporgenza che le vertebre disegnavano sulla camicia che indossava. Era magro, non c’era dubbio. Ma fu proprio questo particolare a risvegliare in lui qualche ricordo del passato. Qualcuno gli aveva detto qualcosa a proposito della sua magrezza. Come un consiglio, una raccomandazione, che doveva –lo sentiva – aver preceduto di poco l’evento che poi avrebbe cancellato la sua memoria. E gli parve di intravedere una sagoma confusa prendere corpo dentro la sua mente, finalmente squarciando, sebbene per poco, il velo d’oblio che la isolava dal mondo. Sembrava una testa, tutta nera come se fosse stata vista in controluce. Era piccola e china, e trasmetteva un senso d’impotenza.

Tornato al tavolo, Justin raccontò tutto a Jodie. Non ci volle molto perché finissero di bere e andassero via. La ragazza, adesso, era quanto mai decisa a scoprire il mistero della sua perdita di memoria. Si mise lei alla guida, per evitare problemi, in caso si fosse sentito di nuovo male. Il viaggio durò circa un’ora, finché non videro le prime indicazioni per il villaggio cui erano diretti. La notte era buia e avvolgente, e un sottile spicchio di luna si ritagliava in cielo.
“Non ti ricordi nulla?” gli chiese.
“Ancora no,” rispose lui, alquanto confortato all’idea di non dovere sentir più dolore, almeno per un po’. Quindi raggiunsero l’ingresso del paese. Era veramente minuscolo, con le case disposte pressoché tutte lungo la strada principale. Ci saranno state al massimo tre contrade, che comunque avevano tutta l’aria di essere brevissime. Il circolo locale era ancora aperto, ma sembrava deserto. Tutte le altre luci erano già spente. Qui la gente andava a letto presto: erano a due passi dalla metropoli, ma era tutto un altro mondo. Parcheggiarono nello slargo dove si trovava il bar e scesero dall’auto. L’aria era piacevolmente frizzante, e c’era calma, tutt’intorno. Un uomo era appena uscito dalla porta del locale, fumando una sigaretta.
“Allora, che ne dici?” domandò Jodie, speranzosa.
“Non so,” rispose Justin. “Proverò a mettere a fuoco i particolari, ma per ora non c’è niente che attiri la mia attenzione.” E girò su se stesso, come per prendere un contatto più completo con le cose del villaggio. L’uomo del circolo, i giardini, le case, il silenzio, l’umidità dell’aria, la luna, la luce. Sì, la luce.
“Sì è accesa una lampadina,” disse Justin all’improvviso.
“Dove?”
“Là, in quella stanza, sopra il bar.” Era una palazzina a due piani, e a quello superiore dovevano esserci delle abitazioni. La luce proveniva da quello che sembrava un salottino o uno studio. Si intravedeva una lampada da tavolo, che spuntava dal margine della finestra e proiettava un alone caldo in tutto l’ambiente. Ma non si vedeva nessuno.
“Ti dice niente?”
“Può essere. Non so com’è, ma non mi è nuova. È come… come se ci fossi già stato, ma… è difficile da dire.”
“E ti pare poco? Adesso c’è solo una cosa da fare, lo sai, vero?” Pareva quasi che Jodie si rendesse conto di quanto sarebbe costato a Justin. Forse la sua testa non avrebbe sopportato il dolore che avrebbe provato, date le avvisaglie del ristorante. Ma dovevano rischiare.
“Sì, Jodie. C’è solo da suonare a quel campanello e vedere chi risponderà.”
“Andiamo,” lei lo esortò, abbracciandolo.

Man mano che si avvicinava a quella porta, la sua insicurezza cresceva, come un serpente covato in seno e poi solo a fatica estirpato, ma che ha lasciato, nel luogo riposto che prima lo ospitava, la sua pelle maleodorante. Al freddo tocco del campanello in metallo, sentì una fitta che lo disturbò, ma non riuscì a fermarlo. Nessuno rispose, almeno per un po’.
“Che vorrà dire?” chiese a Jodie, preoccupato.
Lei gli prese la mano e gliela strinse, come si fa coi bambini impauriti. Infine, una luce si accese anche nel corridoio che portava all’ingresso, e una sagoma di media statura, indefinita attraverso il vetro smerigliato della porta, si avvicinò per aprire.
“Chi è?” una voce di donna chiese in tono sgarbato.
“Veniamo da New York,” Jodie rispose. “Abbiamo bisogno di un’informazione che crediamo solo lei possa darci, signora. Ci può aprire, per favore?”
La vita di quel paese doveva essere veramente tranquilla, se è vero che, per quanto scortese, la donna non si fece troppi problemi ad aprire a due perfetti sconosciuti. Sarà stata sulla cinquantina, e aveva i capelli raccolti in un fazzoletto e le occhiaie che le sputavano da sotto la montatura degli occhiali. A Justin non ricordava assolutamente nulla.
“Parlate pure,” disse, andando diretta al punto.
A quel punto fu lui a prendere la parola: “Vede, signora, le sembrerà una storia strana, ma io… mi chiamo Justin Evans, tra parentesi… sono un analista finanziario di New York…”
“Sì, insomma, ma che vuole?” la donna cominciò a spazientirsi. “Io non ho voglia di comprare nulla. E poi le sembra l’ora, questa?”
“No, non siamo qui per venderle niente,” Jodie intervenne. “Le dirò subito qual è il problema. Il mio ragazzo, Justin, un mese fa ha avuto un incidente qui vicino, e da quel momento ha perso la memoria e non ricorda più quasi nulla della sua vita di prima. Io allora non lo conoscevo, ma mi ha detto che questo villaggio poteva avere a che fare con il suo passato. Così siamo venuti e, quando ha visto questa finestra, gli è sembrato di ricordarsi qualcosa…”
“Sentite, a me sembrate matti tutti e due,” replicò la donna. “Sapete quanta gente prova a raccontare storie del genere per entrare nelle case della gente?”
“Ma signora, noi…” Justin provò a spiegare.
“…e comunque,” proseguì, decisa a concludere presto quella conversazione, “io qui abito da appena due settimane. L’unica cosa che vi posso dire è che prima ci viveva una vecchia che poi è morta, non so come. E adesso buonanotte.” E rientrò, chiudendosi dietro la porta.
Justin e Jodie rimasero lì, basiti. Una vecchia? Morta? E chi poteva essere? Lui si sentiva di nuovo a disagio, come se le cose che aveva appena sentite lo avessero turbato profondamente, ma per una ragione che ancora ignorava. Jodie lo guardò con aria interrogativa, e poi chiese:
“Tu sai chi fosse quella persona?”
“Non ne ho la più pallida idea…”
“Come possiamo fare?”
“Non lo so… almeno per adesso. Torniamo verso la macchina. Forse un’altra occhiata panoramica mi schiarirà le idee.”
Si spostarono di nuovo in direzione dell’auto, passando davanti al circolo. L’uomo con la sigaretta era sempre davanti all’entrata, e li osservò un po’, con aria meravigliata. Non passava nessuno per lo spiazzo, così Justin si fermò proprio in mezzo alla strada, e guardò in su verso la solita finestra, che era ancora aperta e illuminata. Poi, ad un tratto, vide la sagoma del volto della donna che si avvicinava al bordo e, nonostante sapesse a chi apparteneva, provò lo stesso una sensazione inquietante. Fu come se la memoria di un’altra persona gli si riversasse addosso. Improvvisamente, quella testa nera e cascante che aveva intravisto nelle cupe pareti della sua memoria, mentre era nel bagno del ristorante, stava acquistando un viso e degli occhi: quelli di una donna anziana, dallo sguardo triste e spento, che lo guardava con vuota simpatia. “È lei!” Justin disse, quasi senza accorgersene.
“Chi?” Jodie chiese, allarmata.
“La vecchia che è morta. Adesso so che faccia avesse.”
“Te lo sei ricordato?”
“Sì, ma non so ancora chi fosse, né cosa avesse a che fare con me.”
Fu allora che l’uomo con la sigaretta si avvicinò loro, prendendoli un po’ di sorpresa. Era vestito piuttosto male, e dimostrava più o meno quarantacinque anni.
“Scusi…” disse rivolgendosi a Justin, con un’aria tra il timido e l’intrigante.
“Sì?” lui si girò. Sembrava aver recuperato parte della propria sicurezza.
“Io credo di sapere qualcosa su quello di cui stavate parlando. Non ho potuto fare a meno di ascoltare, vorrete perdonarmi…”
“Certo, non si preoccupi. Ci dica, per favore…” Jodie lo esortò.
“La signora di cui parlavate si chiamava Concetta Ranieri. Era una donna di origine italiana, figlia di un emigrante che aveva fatto fortuna coi trasporti. A causa di una forma di amnesia ricorrente, era sempre vissuta in questo villaggio, e finché il padre era vivo – la madre era morta da un pezzo – era rimasta sempre con lui.”
“Lei come fa a sapere tutte queste cose?” Jodie lo interruppe.
“Mio padre era un camionista, come il padre di Concetta. Fu lui a dargli il suo primo lavoro, e poi diventarono amici. Una sera, in un momento di sconforto, gli raccontò della triste situazione di sua figlia. Poi, dopo la sua morte, mio padre raccontò tutto a me.”
“Vada avanti,” Justin lo pregò.
“Quando il signor Ranieri morì, la figlia rimase sola, e si arrangiò facendo dei lavoretti a domicilio. In occasione di uno dei suoi rari incontri, legati proprio al suo lavoro, conobbe un uomo che si innamorò di lei.”
“E chi era?” domandò Justin, che ricominciava a sentir male alla testa.
“Era un signore che… non so se dovrei dirglielo, perché ho sentito che anche lei ha perso la memoria…”
“Lei non si preoccupi. Non sono venuto fin qui per niente,” Justin obiettò piuttosto seccamente. Jodie era rigida, da quant’era tesa.
“Ecco, vede… Quell’uomo restò con Concetta solo qualche settimana, e poi se ne andò… lasciandola sola. Ma nel frattempo le aveva dato un figlio…”
“Oddio!” Jodie esclamò.
“Come si chiamava, le ripeto?” Justin riformulò la domanda, adesso evidentemente seccato dalle esitazione dell’uomo.
“Beh, si chiamava Robert Evans, e veniva da Brooklyn.”
A quel punto le pareti dell’oblio caddero fragorosamente, nella mente di Justin. La testa di quella donna, Concetta Ranieri, penetrò con tutto il corpo nel primo piano del suo presente, avanzando spenta e minacciosa verso di lui, come rinfacciandogli qualcosa di irrevocabile, che lui aveva inutilmente cercato di scacciare. Tutto, tutto quello che era stato e aveva fatto, invase la stanza della sua memoria come un fiume in piena: la sua infanzia con una famiglia di Brooklyn, gli studi al college, la laurea, il praticantato, il primo lavoro in banca, piovuto dal cielo come una sorpresa; e, sopra tutto, la solitudine e il senso di vuoto, sempre patiti a causa di quell’infanzia decapitata che si era trovato a dover affrontare.
Il dolore, che fino a quel punto aveva saputo tenere a bada, esplose in tutta la sua potenza, e Justin si accasciò al suolo, tenendosi a Jodie, che però riuscì a frenare solo in parte la sua caduta. L’uomo con cui stavano parlando si spaventò, ma poi, insieme a Jodie, aiutò Justin a rimettersi in piedi. Poi andò dentro il circolo a prendere una sedia, e la portò vicino all’ingresso per farcelo sedere sopra. Quando si fu un po’ ripreso, Justin parlò di nuovo:
“Quella donna era mia madre, vero?” chiese.
Jodie a questa sua domanda esplose in singhiozzi ancora più forti.
“Temo di sì, signore,” l’uomo rispose. “Concetta non poteva tenerla con sé, nelle condizioni in cui era. Robert, pur essendosi dileguato, passava dei soldi alla signora, che chiese l’aiuto dei servizi sociali. Pur non essendo riusciti a ritrovare il signor Evans, che pare fosse fuggito in Messico, gli assistenti la affidarono ad una famiglia di Brooklyn, sperando che la vicinanza col luogo d'origine e magari gli amici del padre lo spingesse, un giorno o l’altro, a tornare indietro.”
“Ma non successe mai,” Justin commentò, arreso davanti all’ineluttabilità del proprio passato. “Ma adesso credo di sapere chi mi ha raccomandato per il mio lavoro.”
“Spero che lei abbia avuto una vita felice, signore.”
“Credo di sì, per quello che adesso posso ricordare. Ho vissuto con una famiglia per bene, che mi ha educato ed amato.”
Seguì un momento di silenzio, in cui si udirono soltanto i brevi singhiozzi di Jodie, adesso più lievi di prima.
“Posso chiederle una cosa, signore?” l’uomo poi parlò di nuovo.
“Credo già di sapere quello che mi vuol domandare.”
“Ecco… Io mi ricordavo di lei… Circa un mese fa lei è passato di qui, quando ancora la signora Concetta era viva. Ed è salito su da lei.”
“Lo so. È stato dopo che i miei genitori adottivi erano morti.”
“Temevo fosse così.”
“A quel punto non potevano esserci più vincoli di riservatezza. Avevo diritto a conoscere il mio passato. Fu così che venni a sapere di mia madre, e decisi di visitarla. Non ero preparato a vederla ridotta in quello stato. Negli ultimi tempi, qualcuno mi disse, la venivano ad assistere a casa, perché era completamente assente. Viveva momento per momento, e la vecchiaia, oltre a colpirla nel fisico, l’aveva privata del piacere dei ricordi.”
“Ti riconobbe?” Jodie chiese, riprendendosi dalla commozione.
“No, e come avrebbe potuto? Mi disse soltanto che ero un bel ragazzo, anche se troppo magro, e prima che me ne andassi volle che prendessi con me il suo gatto. Era un animale vecchio, anch’esso vicino alla fine, ma lei gli voleva molto bene, sebbene non si ricordasse perché. Insomma, le facevo simpatia e volle che lo tenessi. Io allora non ero già più padrone di me. Conoscerla mi aveva trasmesso un senso d'insicurezza, come se tutta la mia vita fosse stata fragile come la sua memoria. Cominciai a tremare, anche se in sua presenza cercavo di controllarmi. Appena mi diede il gatto, me ne andai in fretta, entrai in macchina, accesi il motore e partii a gran velocità. Nella confusione che si stava impossessando di me, presi la direzione sbagliata, e mi diressi a sud, invece che vero New York. Proseguii per circa due chilometri, finché non iniziai a sentire la testa dolermi, e così accostai, per evitare un incidente. Scesi dalla macchina e mi lasciai scivolare per terra, con la schiena rivolta contro il fianco dell’auto. Il gatto mi sgusciò di mano, e camminò stancamente verso il bordo opposto della strada. Un motociclista pirata lo prese in pieno, passando e, quanto a me, non mi notò nemmeno. Poi su di me calò il buio.”


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