Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
AUTOMOBILE
Proprietario
Fabrizio Pizzuto , autore di "La radice quadrata di Ralph" (Midgard, 2006)


Prezzo

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800 €
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A proposito di questo oggetto...
Scavata nella mente

“La prima donna era un lampo, lampo di luna sul giorno, un universo, un enigma, un lungo aspettami e torno, in un miagolare di risa e di Lady be good…”
Si, si, si, esattamente così… è proprio questo il testo illuminato che descrive com’è stato il mio primo omicidio, il giorno che io Born Yellow, la furia gialla, ho ucciso per la prima volta…
No, nient’affatto, non c’è stato nessun fattore scatenate, eccettuato quell’orribile profumo al sandalo e quella sua frase derisoria nei confronti di Phil Collins… ma non posso proprio dire che questi siano stati i moventi, si è trattato piuttosto di inebriarmi del suo odore proibito, no, non quello del sesso, uno più interno, più vero, più profondo, quello delle sue interiora, il mistero che mi accingevo a carpirle era proprio quello della creazione, no, macchè, ancora fuori strada, non la procreazione, niente di umano, niente di spicciolo o di sessuale… io parlo di Dio, dell’essenza, degli odori di dentro, di dentro di noi, gli unici attraverso i quali si può amare una donna e capirla, capirla scientificamente capite… no, ancora no, neanche i chirurghi sanno niente, quelli aprono, curano, ricuciono, io sto parlando di assumere, di inebriarsi come con le droghe, come coi gas quando ti lanci da quattromila metri e sei talmente alto che non è nemmeno il caso di aprire il paracadute, ecco, qualcosa di simile… no, no, ma che cannibalismo, niente nel mio stomaco, tutto nelle narici, anzi nella mente, nel cuore, il mistero della donna, il mistero delle sue viscere, la vera possessione…
Mi hanno chiamato mostro, lo so, ma io so piangere, lo faccio spesso, magari di fronte a un tramonto… a un film sui vampiri, questi teneri, mitologici, ricercatori dell’eternità, i veri sognatori, l’uomo che noi tutti siamo, così poco capiti dai profani, già… so piangere, quando il poeta mi tocca sul vivo, “spesso il male di vivere ho incontrato: era il rivo strozzato che gorgoglia”, ah, l’acqua, che bella immagine di mistero e umanità, “era l’incartocciarsi della foglia, riarsa, era il cavallo stramazzato”, le immagini più poetiche che non riescono a nascondere la malinconia insita nel nostro essere uomini, no, non voglio essere rivalutato da voi bigotti perbenisti, voglio solo che proviate a capire, o almeno che ascoltiate… la prima donna, dicevo, il suo grande mistero, ora che le mie vittime sono più di venti, ora forse sì ha davvero senso parlare della prima donna…. Lara, si chiamava, Lara, come il videogioco, e quanto ha lottato, amore mio, prima di concedersi inerme, fingendosi svenuta al primo taglio, quando il piacere la ha sorpresa, quando finalmente ha capito le mie parole, quando mi ha capito e ha lasciato che io la capissi, quando si è immolata per amore mio e della conoscenza, dopo un sussulto, un singulto, un singhiozzo, quando la sua gola stava già promettendo di abbandonarla, quando gli schizzi rossi di sangue si contemplavano nel mio viso, supremo attimo estatico, inizio di una nuova era, l’unica in trent’anni in grado di combattere la malinconia, il male di vivere incontrato… non solo da me, badate, non mi ritengo mica l’unico eletto, tutte le menti sublimi sanno di cosa parlo…e badate, siamo tanti, siamo stati tanti, anche se i più non capirete, oh, triste destino di fatale solitudine, “scavata nella mia mente come in un abisso”, ecco cos’è la parola per noi, la parola di cui abbiamo sempre capito l’incompletezza, l’incapacità a spiegare…
Lara lavorava come commessa in un negozio di scarpe, fu lei a respingere un me che non l’aveva mai corteggiata, quindi fu lei ad amarmi per prima, a suggerirmi implicitamente “devi amarmi, sarò il tuo inizio predestinato!”
Il pretesto, il suo pretesto, se ci ripenso ancora, che tenerezza, “Smettila di venire qui tutti i giorni, io sono impegnata!” disse… quale invito più implicito, lei l’unica donna nel negozio di scarpe, io un uomo che compra un paio di scarpe al giorno per mesi, che possiede mille scarpe, che bizzarra combinazione, quante cose in comune noi due, il destino ci chiamò, mia piccola… il destino era in agguato quando sentì l’esigenza di rubare il coltello al macellaio prima di passare da te per un thè, te commossa da me, dalla mia insistenza, dal destino vorrai dire, tesoro, mi tolsi le scarpe prima di entrare, l’inizio della mia libertà è un gesto piccolo, invisibile al mondo, come spesso è… un passo e Silvio Pellico era già fuori di galera, non così il passo precedente… o no, tesoro, fosti tu a fingermi tuo corteggiatore e a guidarmi, a guidare la lama, a provocarmi ammiccante con frasi mirate sui miei piedi scalzi, perché non potevi o non volevi parlare della libertà, perché ero io a dover capire e…
Ti chinasti, ti alzasti, un gesto al rallentatore, zaaap, la lama fende l’aere, la seconda coltellata sul costato, la terza in un occhio, lo specchio dell’animo saltò fuori dalle orbite, azzurro e bianco come il cielo, il tuo viso insignificante, la tua testolina pendula, il tuo collo adesso ha la scrima a destra; direi una pettinatura alla moda, le gambe grassoccie farfugliarono il loro meraviglioso straapp sotto la lama, sentì presto l’inadeguatezza delle mie risorse di novizio, feci anche a tempo a segnarmi “comprare un ascia” su un tuo bloc notes che rubai… fu il quadro di Van Gogh a ispirarmi riguardo alla firma, Born Yellow, scritto in nero su un foglio adesivo giallo, appiccicato al tuo fegato esibito, ah, l’odore del fegato, il più bello di tutti, non ho mai avuto il coraggio di arrivare il cuore, quello è per eletti, non sono ancora pronto, sento una paura quando avvicino la lama, un senso di rispetto, dopotutto non voglio uccidere… lo stesso mi avviene per il cervello, il mio furore non è mai totale…
Ah, la seconda, la seconda è un problema diverso, fui io a seguirla, a corteggiare i suoi passi, a togliermi le scarpe nel vicolo nero nel quale andò a rifugiarsi, a scaraventarmi addosso al suo corpo procace e alla sua chioma rossa e a mozzargli la testa con una lama ben affilata, nuova di zecca, poi a infilare il bastone nel varco del collo liberatosi per l’occasione, la donna accetta, pensai, la donna che mi accetta, l’esteta giallo del nero, il mio cuore aumenta le palpitazioni quando succede, ma eccede quando io scorgo il cuore altrui, non essere mai pronto: il destino degli artisti insoddisfatti…
La mia auto nera, una vecchia Fiat Tipo ospitò la terza vittima, questa si tolse addirittura il reggiseno per facilitarmi, che collaborazione, che intuito femminile, ah, le donne, io amo le donne, ecco cosa non capirete mai, sono proprio loro a chiedermelo… per amore, vedete, per amore mio, e zaaac, una rasoiata secca sotto il seno, e anche questa giù inerme a fingersi svenuta e a lasciarmi fare…
“Raccapricciante!” mi disse Valia, con voce monotona, masticando una pizza ai funghi e fingendo di non credermi… per gelosia ovvio, fu allora che decisi che potevo raccontarlo solo alle future vittime, perché tutte avrebbero voluto essere amate in questa maniera così totalizzante, quando percepì la stizza di Valia decisi di accontentarla, un desiderio così nobile da parte sua, una dimostrazione d’amore, non andava assolutamente trascurata o ignorata… la mia lama la penetrò letteralmente quando lei finse di abbassarsi per raccogliere chissà che, i suoi glutei furono miei, ne amai l’odore insospettabile, poi proseguì verso la schiena, le contai le vertebre più volte, inebriato, inebetito e sorridente, non riuscivo a memorizzare il numero e cominciavo da capo ogni volta…
eh, eh, eh, eh, era il mio riso, anzi no, di più, più felice… il mio gridolino gaudente era più una cosa tipo hi, hi, hi, hi, hi, e anche quello di lei era uguale, nell’estasi del nostro definitivo accoppiamento, della nostra unione contemplativa, la sua felicità… è per questo che lei è la donna e io l’uomo, perché io la possiedo, capite, io devo penetrarla, cioè entrarle nel profondo, e che cos’è il profondo se non le viscere?
Comunque spero di non avervi troppo terrorizzato, ma aperto gli occhi, povere bestie, poveri inetti, protagonisti al massimo di un unione imperfetta tra il vostro misero pene e una vagina, felici di qualche schizzetto orgasmatico, quando è l’io che vi manca…
C’è una grande verità sotto: una donna si può amare davvero una volta sola, lo sanno tutti, un mistero carpito non è più tale, bisogna eliminare, immolare, per poter proseguire… lì risiede il segreto, il metodo, ma anche il piacere…
Col tempo scoprì che poteva essere bello anche non uccidere subito, sentirle gemere o vederle correre terrorizzate, la prima fu proprio Valia… le ferì appena il costato, lasciandola viva, aprì lo sportello dalla Tipo per farla fuggire, o farle credere di poter fuggire, pensavo di impazzire di piacere…
Già, pensavo proprio che sarei potuto diventare pazzo.


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