Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
GETTONE
Proprietario
Jacopo Nacci, autore di "Tutti Carini" (Donzelli, 1996) e critico letterario


Prezzo

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470 €
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A proposito di questo oggetto...
La Foglia



Accadde il pomeriggio del 14 di aprile, più di vent’anni fa. Eravamo a La Boa Bar - Paninoteca, sul lungomare di Pesaro. Ale stava giocando a Ghosts’n Goblins. Io ero accanto a lui, attendevo con il gettone in mano. Mi disse:
– Oh! Lo sai che giorno è oggi?
– Che giorno è oggi? – feci io.
– Non ti ricordi cos’è successo l’anno scorso?
– No.
– Dai: il militare che hanno trovato morto sulla riva del Foglia.
– Non era un militare, era un drogato.
– Era un militare, e lo hanno trovato morto, e senza i piedi.
– Seee, senza i piedi…
Per un nanosecondo Ale staccò le mani dal videogioco, alzò la sinistra e si pose la destra sul petto.
– Giuro. Senza i piedi.
Si riattaccò al joystick.
– Ma non dire cagate – dissi – era un drogato che è morto per la droga.
Ale scosse il capo.
– Non era un drogato, me lo ha detto mia madre. Lo hanno trovato con i piedi mangiati via, come da un morso. E sai la cosa più paurosa?
– Eh.
– Che a guardarlo in faccia non sembrava morto dissanguato: sembrava morto di paura.
– E tu come lo sai?
– Perché me lo ha detto mia màaa–dreee. Fff. Mia madre conosce uno che l’ha visto. Mi ha detto anche chi è stato.
– Tua madre?
– Sì.
– E chi è stato, sentiamo.
– Mutino.
– E chi è?
– Mutino il servo della Foglia – disse come dicesse un’ovvietà.
– ...
– ...
Ma co’ t’deeec.

Appoggiammo le bici, senza legarle, nella macchia di erba rada all’inizio dello stradino sterrato che corre parallelo al fiume Foglia, tra la rete verde che delimita la zona militare e il greppo che precipita di qualche metro verso la riva. Ci fermammo due passi più in là, sul ciglio del greppo.
– Chi sono il Mutino e la Foglia?
– Non lo sai?
– Ts.
– La Foglia è la strega del Foglia, Mutino è il suo servo. Ma non sei di qua te perché?
Conoscevo Ale dalle elementari, ogni volta che mi rivelava qualcosa di folle sulla città, vedendomi sbalordito, mi chiedeva serissimo e preoccupato «Ma non sei di qua te perché?», con quel modo che hanno i pesaresi di chiedere spiegazioni, mettendo il «perché» in fondo alla domanda.
Ale cominciò a discendere il greppo di culo, a tratti frenava piantando i tacchi delle scarpe da ginnastica e ripartiva spingendosi con le mani. Cercai di seguirlo alla stessa maniera, arrossai le mani raspandole sulle piante. Giunto in fondo mi alzai in piedi. Mi grattai le caviglie. Registrai che il mondo aveva cambiato angolazione. Infilai una mano nella tasca posteriore dei pantaloncini per assicurarmi di non aver perduto il gettone della Boa. Ale stava guardando il fiume. L’acqua scura e verde scorreva così placidamente da sembrare immobile. Non c’erano uccelli, non c’era alcun rumore, solo gli alberi, più giù, lungo il letto, tra loro due vecchie poltrone abbandonate, e macchie di piante altissime attorno a noi, e il fiume. In lontananza, nel letto del fiume, un sasso verde scuro a dividere l’acqua, e più in fondo le cime dei palazzoni della periferia che sovrastavano quelle degli alberi.
– La Foglia è la strega che abita sulle rive del fiume – disse Ale guardando il corso d’acqua.
– E dove abita?
– Mica c’ha la casa: cammina su e giù per le rive.
Nuvole di moscerini si spostavano lentamente nell’aria.
– E Mutino?
– Mutino è il suo servo. È innamorato di lei. Si chiama Mutino perché da quando si è innamorato ha perso la parola. Mia madre mi ha detto che la strega va con gli uomini, poi Mutino a loro gli mangia i piedi, perché è invidioso.
– Dai smettila.
– Qui è dove hanno trovato il militare, – indicò una radura nell’erba. Guardai di nuovo il letto del fiume attraverso una nube di moscerini, il sasso sembrava più vicino. Mi accorsi che sentivo un odore di marcio, da palude.
– Ale.
– Eh.
– A te non sembra che quel sasso si sia avvicinato?
– Siamo noi che ci siamo avvicinati.
– Sì, ma lui di più.
– Tanto non mi fai paura.
– Ascolta: ma la strega lo sa che Mutino gli mangia i piedi?
– Mutino non fa niente che la strega non sappia e non voglia – spiegò Ale, serissimo.
Improvvisamente le piante alte attorno a noi si animarono, io e Ale rimanemmo paralizzati. Lo vidi sbiancare e mi sentii meno cretino. Una cosa verde scuro ne emerse. Era un militare. Si alzò allacciandosi i pantaloni. Subito dopo apparve una ragazza bionda, le mani correvano sui fianchi abbassando fin sotto le ginocchia un lungo vestito bianco. Ridevano.
– Vaffàno – dissi allentando i muscoli e soffiando più aria del necessario.
Avvertii il calore lungo le membra e poi il cuore calmarsi. Ale mi guardò e scoppiò a ridere. La ragazza ci guardò e sorrise. Il militare si stava allacciando la cintura, ci disse qualcosa con un forte accento meridionale, ridendo; ridemmo anche noi, ma non avevamo capito. Poi il militare prese la mano della ragazza e fece per andare verso il greppo, ma lei lo tirò a sé, fece finta di abbracciarlo ma all’ultimo si spostò e lui si sbilanciò verso il fiume facendo un verso buffo. Giocavano.
– Vedi? – disse Ale ghignando, – lei è la Foglia. Adesso arriva Mutino.
Ma lascia giii... – risi io. E a bassa voce aggiunsi – Se lei fosse la Foglia tu c’andresti?
Caaaz! Te no perché?
Caz. Però dopo come fai con Mutino?
– Son più veloce di Mutino, io.
Seee...
Fu allora che vedemmo il sasso, vicinissimo alla riva: si sollevò dal fiume verde pisciando acqua. Era una specie di guscio di tartaruga aperto sotto, ne uscivano tentacoli che lo libravano nell’aria, una decina. Appese sotto il guscio, tra i tentacoli, c’erano cose che sembravano pezzi di carne tenuti insieme da un pus nauseabondo. I tentacoli, lunghi quanto le nostre gambe, presero a uscire e rituffarsi in acqua uno alla volta, portando quella cosa verso la riva. Uno schizzo di fiume mi arrivò appena sotto all’occhio. La puzza di marcio si fece insopportabile. La ragazza rideva, e da dietro, con il viso appoggiato alla sua schiena, stringeva in un abbraccio che pareva d’acciaio il militare, terreo in volto, la bocca e gli occhi spalancati. Non urlai e non vidi Ale. Cominciai a fuggire, arrancai su per il greppo, scivolavo, mi aggrappavo alle erbacce e risalivo. Mi esplosero nelle orecchie il grido del militare e la risata cristallina della ragazza. Mentre afferravo la bici cominciai a sentire gli scricchiolii sotto le urla. Ne ricordo ancora il suono, perfettamente, e mi si gela il sangue.

Dieci minuti dopo eravamo alla Boa. Ale giocava a Ghosts’n Goblins.
Io lo fissavo, muto, nella mano il gettone della mia partita ancora da giocare. Lui si voltò un nanosecondo a guardarmi.
– Era uno scherzo – disse serio, e tornò al monitor – non era niente.
Non ne abbiamo più parlato, preferendo, con gli anni, discutere di politica, musica e disastri sentimentali.


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