Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
TASCABILE
Proprietario
Gaia Conventi, lettrice.


Prezzo

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170 €
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A proposito di questo oggetto...
Il mio tributo al signore delle mosche


Quando cominciai il liceo pareva che il mondo mi remasse contro. Non era posto per me, me lo fecero capire fin dal primo giorno. In quello stabile grigio, a due passi dal carcere circondariale e fatto, a mio avviso, con lo stesso criterio architettonico, l'aria era densa di cicche fumate nei bagni e umida per le infiltrazioni che lasciavano chiazze malaticce sui muri privi d'intonaco dell'aula magna.

Mi ritrovai, io che lo studio l'avevo nel sangue, in classe con una combriccola di dispettosi e vuoti ragazzotti. Gentaglia che si conosceva fin dalle elementari, un gruppetto chiuso, arrogante e bieco. Non c'era verso di seguire le lezioni; anche se mi ero dissociato da quel manipolo di selvaggi, occupando il primo banco, le urla della professoressa di lettere raggiungevano a malapena il mio orecchio.

La lavagna la si usava per scrivere robaccia, insulti gratuiti, spesso diretti proprio a me, il secchione. Il grassoccio occhialuto con lo zaino pieno di libri, l'unico che portasse con sé i volumi che servivano ad ogni ora di lezione. Gli altri no, lo zaino era troppo pesante in quelle condizioni e poi che importava? Loro non seguivano le lezioni e quindi il carico sarebbe stato comunque piuttosto superfluo. Nonostante cercassi di sopravvivere alla masnada di pazzi, ogni giorno era sempre più dura alzarsi ed affrontare quello stillicidio.

Si divertivano a nascondermi ogni cosa, spesso lo scherzo non aveva termine e ciò che era stato celato si trasformava, automaticamente, in refurtiva. Mi attendevano sui gradini delle scuola, mi davano spinte e mi sputavano addosso se mi rifiutavo di fargli copiare i compiti di latino e matematica. Una volta, durante l'assemblea di classe, mi incappucciarono con un Invicta e, dopo che uno mi ebbe agganciato da un braccio e uno dall'altro, mi sbatteremo contro il muro urlando “vediamo se rimbalza questo ciccione!”. Mi incrinarono un paio di costole e fui costretto a passare il resto della mattina in infermeria. Non dissi nulla, ero caduto, sostenni. Non potevo parlare, mi avrebbero fatto di peggio.
Quando salivo in pullman per tornare a casa, dovevo badare a chi c'era nel sedile dietro al mio. Già diverse volte mi avevano appiccicato il chewingum ai capelli, una volta mi avevano colorato un orecchio con l'indelebile verde urlando “ecco il mostro che si trasforma!”.

A casa non potevo dire nulla, le avrei prese da mio padre.
Mio padre era un muratore e lavorava in giro per l'Italia. Un uomo che aveva cominciato a sgobbare fin da bambino, senza licenza media e con due braccia che, di certo, avrebbero rimesso al loro posto i miei odiati compagni di scuola.

Ma io non ero come lui. Goffo e timido, come mia madre, una donna che, se avesse saputo che venivo malmenato ogni giorno, sarebbe morta di vergogna. Lei che era nei miei stessi panni ogni volta che, un week-end sì e uno no, mio padre tornava a casa. Smollava il borsone della roba sporca in mezzo alla sala da pranzo, grugniva un saluto e prendeva con sé la stecca da biliardo. Usciva sbattendo la porta, il suo modo per ricordare a mia madre che voleva tutto lavato e stirato per domenica pomeriggio, quando sarebbe partito per l'ennesimo cantiere in qualche posto in giro per la penisola. Mia madre non veniva malmenata come me, veniva solo annullata, ridotta ad un essere che lava e stira, privo di coscienza e di alcun valore.

La mia salvezza a scuola arrivò quando scoprii che l'istituto era dotato di una fornita biblioteca.
La biblioteca non apriva ad orari fissi e bisognava chiedere la chiave per poterla utilizzare. Si trovava alla fine di un buio corridoio, veniva persino dopo la porta della toilette riservata ai docenti. Dimenticata da tutti, di scarso interesse per gli studenti e ritenuta, probabilmente, una presenza inutile. Divenne in breve tempo il mio rifugio quotidiano; appena sentivo suonare la campanella dell'intervallo di metà mattina, mi impadronivo di quella chiave e sgusciavo in biblioteca, solo e al sicuro.

La chiave era nella bacheca della segreteria. Quando chiesi d'averla mi guardarono tutti con diffidenza. Le prime volte passava uno dei bidelli a controllare cosa stessi facendo seduto in quel buco di stanza, tutto solo e col panino a debita distanza dal tavolo su cui aprivo i libri che consultavo con bramosia.
Chiudevo la porta alla mie spalle per godermi quel quarto d'ora di tranquillità, sgranocchiando il panino alla mortadella che mi ero portato da casa e leggendo la prima cosa che mi capitava a tiro.
Fu il destino che mi fece incontrare “Il signore delle mosche” di William Golding.

Il libro narra le terribili vicende umane di un gruppo di ragazzini che, scampati ad un disastro aereo, finiscono in una meravigliosa isola tropicale, soli, senza alcun adulto ad imporre norme e regole.
Quello che potrebbe sembrare un grande gioco, la scoperta di un mondo nuovo da plasmare e di cui godere, si rivela presto una trappola. Gli istinti animaleschi prendono il sopravvento e dividono i sopravvissuti in due gruppi. I ragazzi che ancora credono nella civiltà che si sono lasciati alle spalle entrano in combutta con la tribù dei giovani selvaggi dipinti in viso.
La tribù dei dipinti scopre il piacere del sangue, prima andando a caccia per procurare il cibo per tutti, poi con la caccia ai rivali per il puro piacere di imporre le proprie condizioni sull'intera isola.

Quel libro sembrava parlare del mio liceo e del dramma che stavo affrontando.
I ragazzi che si dipingevano il viso erano i miei compagni di classe, nascosti dietro abiti firmati e sordi al richiamo della civiltà. La caccia al diverso erano le loro continue e amare angherie nei miei confronti. Anch'io, come uno dei protagonisti su quell'isola malvagia, ero grasso ed occhialuto. Riflessivo e civilizzato, ero una preda lenta e facile da accerchiare. Loro erano il branco di lupi, gli aguzzini che mi punzecchiavano con gli spilli mentre leggevo ad alta voce il mio tema, sempre il migliore, sempre il più odiato.

Feci una cosa che non era da me, rubai quel libro.
Lo infilai nel mio zaino e lo portai a casa. Lo lessi e rilessi parecchie volte, il finale mi prometteva che prima o poi sarebbe intervenuto un adulto a salvarmi e a salvare l'isola dalla forza bruta di quei selvaggi. Io attesi, rimasi in silenzio a subire umiliazioni, sapevo che un adulto avrebbe riportato la civiltà in quel manicomio, ma non avvenne. Gli adulti non coglievano i miei muti richiami, il mio bisogno d'aiuto o, forse, avevano paura quanto me. Al preside bucarono le gomme dell'auto quando osò richiamare la condotta di uno dei loro, la professoressa di fisica venne ripresa e messa su YouTube, la doppiarono in dialetto facendole dire oscenità di ogni sorta.

Passarono quei cinque anni d'inferno e non rividi più nessuno dei miei aguzzini. Andai all'università, cambiai città, trovai un buon lavoro. Cercai in ogni modo di cancellare quei visi primordiali e cattivi dai miei pensieri, volevo ricrearmi un passato felice, inventarmene uno che, poco a poco, potesse sostituire quello che avevo realmente vissuto.
Ora scrivo, sono uno scrittore di storie per bambini. Uso uno pseudonimo femminile e invento un mondo gioioso e colorato in cui essere bambini è sempre una festa. Ma quegli anni di liceo hanno lasciato in me un vuoto che mai verrà colmato dai successi letterari che ottengo o dalla vicinanza della mia famiglia. Ancora mi ritrovo a pensare cosa avrei potuto fare per vincerli, per piegare quella loro macabra volontà di infierire sui più deboli. Più ci penso e più mi dico che non avrei potuto fare nulla, potevo solo tacere e pregare che gli spilli non si tramutassero in coltelli e le parole e gli sputi in aggressioni con spranghe e bastoni.

Fu con grande stupore che aprii quella mattina la busta che il postino aveva lasciato per me. Era un invito, una rimpatriata per festeggiare il trentennale del diploma. Dovetti sedermi, la sensazione di vomito mi aveva lasciato in bocca il sapore del terrore.
Quei pazzi scatenati dei miei ex compagni di classe mi volevano al loro baccanale, immaginai fossero tutti ben felici di ricominciare a malmenarmi e sputami addosso.
Mi avrebbero circondato, gettato a terra e picchiato. Sarebbero saliti sopra di me, schiacciandomi il cranio con le loro scarpe lustre e alla moda. I miei occhiali sarebbero volati da una parte all'altra della stanza, le lenti avrebbero rimandato i riflessi di quella cattura sull'isola dei selvaggi assetati di morte.

Non ci volevo andare, sarebbe stato un incubo trovarsi di fronte i ragazzi dalla faccia dipinta. Nonostante ora fossi un uomo, una persona ben conscia dei propri meriti e dei traguardi raggiunti, l'idea di trovarmi di fronte a quella tribù mi dava i brividi.

Poi iniziai a dire a me stesso che di certo con gli anni erano cambiati, cresciuti, erano rientrati nelle regole del vivere comune, non poteva essere altrimenti. Non mi sembrava possibile che, crescendo, non avessero capito d'essere stati parte di un mondo privo di regole. Eppure in me si faceva largo l'immagine dell'isola data alle fiamme per stanare l'ultimo bambino che si opponeva alla tribù.
Perdetti il sonno e l'appetito, mi sentivo braccato. Mia moglie non capiva cosa mi stesse succedendo, mai le avevo raccontato l'origine dei miei incubi notturni.
Sapevo che sarebbe bastato non andarci, dovevo solo rendermi conto che quel periodo della mia vita era definitivamente terminato, nulla sarebbe stato come allora, ero sopravvissuto.
Nonostante cercassi di farmene una ragione, in me il terrore aveva soppiantato la razionalità.

La tribù dei ragazzi dipinti aveva il mio indirizzo. Avrebbero potuto arrivare a casa mia in piena notte ed aggredirmi nel sonno. Avrebbero tirato giù dal letto i miei bambini, prendendoli per i capelli e minacciandoli con lunghi coltellacci. Li avrebbero costretti a dipingersi il viso, li avrebbero messi contro di me, gli avrebbero raccontato di quella volta in cui, chiuso a chiave nel bagno della scuola, iniziai ad urlare finché il bidello mi sentì e mi fece uscire, ero rosso di vergogna, i miei compagni mi avevano giocato l'ennesimo scherzo cattivo.
L'edificio era già chiuso, gli studenti erano già andati via da tempo e il pullman che doveva riportarmi a casa era partito senza di me. I chilometri da fare a piedi erano troppi e dovetti cedere alla tentazione di fare l'autostop. Io, timido ed impacciato, salii sull'auto di uno sconosciuto. Lui si dimostrò gentile ma io, per la tensione e per la paura di ciò che avrebbe potuto succedermi, rischiai di pisciarmi addosso sul sedile di quella Volvo.

Capii, ripensando a quell'episodio di cieco ed immotivato terrore, che era giunta l'ora di affrontarli, una volta per tutte.

Ripresi in mano “Il signore delle mosche”, la copia che tanti anni prima avevo rubato in biblioteca e che nessuno mai si era dato pena di ritrovare e riporre sullo scaffale da cui proveniva.
Cosa avrebbe fatto il saggio Piggy, il grasso e civile Piggy del mio libro, se avesse avuto una seconda possibilità? Se gli eventi accaduti sull'isola avessero trovato qui, ora, una diversa soluzione, potevo io, Piggy di questa realtà, fare giustizia e riportare le cose alla giusta dimensione?

Quella sera uscii di casa pensando al signore delle mosche, la testa mozzata del maiale che campeggiava sul lungo bastone, idolo della tribù dal volto dipinto. Quella testa mozzata aveva scatenato la bramosia di sangue sull'isola, ma era tempo che la cosa cessasse. Li avrei guardati in volto uno ad uno, avrei detto loro che non importava ciò che mi avevano fatto al liceo. Io ora ero cresciuto e il signore delle mosche aveva fallito, ero tornato sano e salvo dall'isola e la civiltà aveva trionfato sulla barbarie. Si tenessero pure il tanfo e il sangue di quella testa mozzata, continuassero loro a guardare le orbite vuote di quel maiale. Io avrei smesso di farlo, avrei smesso di avere paura.

Quando li ritrovai seduti a quel tavolo, ormai quasi cinquantenni dalla calvizia incipiente e, come me già allora, con gli occhiali sul naso, stentai a credere d'avere davanti la stessa tribù dei tempi del liceo. Non erano più i tiranni, i mostri dei miei incubi, i ragazzi che si spalleggiavano accanendosi contro di me. Ora li vedevo per quello che erano, adulti che avevano perso la possibilità di vivere la fanciullezza sull'isola incontaminata, solo ora si rendevano conto del tempo sprecato davanti alla testa mozzata, in adorazione dell'anarchia scolastica.

Piggy aveva trionfato, lo sentivo e lo vedevo. Erano tutti così educati e ligi, così composti sulle proprie sedie. Seppi che alcuni avevano intrapreso la carriera d'insegnante e questo mi diede un senso di soddisfazione. Speravo ardentemente che i loro scolari fossero fatti della loro stessa pasta d'un tempo, scatenati e randagi, privi di scrupoli e incuranti di ogni regola del vivere civile. Forse le loro scolaresche li avrebbero ripagati a dovere, con la stessa moneta, con la stessa perversa attenzione che loro avevano avuto per me a quei tempi.

Misi sul tavolo “Il signore delle mosche” e tutti mi guardarono con aria interrogativa. Il libro stava lì, vicino al mio piatto, tra i loro cellulari e le bottiglie di vino stappate per festeggiare la rimpatriata.
Dalla tasca della giacca presi una scatola di lucido da scarpe e iniziai a tingermi il volto, i miei compagni di liceo ammutolirono. Gli occhi spalancati quanto la bocca, mentre mi dipingevo il viso iniziai a raccontare la trama del libro. Tutti parevano incantati, non capivano cosa stessi combinando. Mai in quei cinque anni mi ero permesso d'attirare la loro attenzione, avevo vissuto come un'ombra nella speranza che si scordassero di me e mi lasciassero in pace.
Gli raccontai una favola, una fiaba triste e piena di mostri, non certo una di quelle che scrivo nei miei libri.

Un'isola selvaggia e bellissima dove è possibile ricominciare da zero, dove il buonsenso e le regole acquisite in società potrebbero trasformare un angolo di mondo in un paradiso in terra. Raccontai dei sopravvissuti, di un ragazzo che accetta a malincuore i panni del leader e cerca di riportare l'ordine in quel caos e di un altro, perverso e animalesco, che vuole prendere il suo posto. Un ragazzo dal volto dipinto che, sotto quel belletto bestiale, nasconde la malvagità. Di un gruppo di ragazzi vuoti che si riempiono la vita incutendo la paura nei deboli.
Non conoscevano quella storia, come avrebbero potuto? Forse l'avevano letta ma mai si erano sognati di farne parte, non si erano mai visti con i miei occhi.

Era arrivato il momento che tutti conoscessero cosa si prova a guardare in viso il signore delle mosche, sudando freddo al pensiero di quanto sia mostruosa la vita.
Li squadrai per imprimermi nella memoria i loro tratti, poi presi una delle bottiglie e riempii il mio bicchiere. Con la stessa noncuranza, all'improvviso, ne strinsi il collo di vetro e la fracassai sul tavolo. Il vino rosso mi piombò addosso come un fiotto di sangue, mischiandosi al lustro da scarpe che avevo in viso, ora ero io il bambino dipinto che andava a caccia sull'isola.
Riuscii ad aggredirne un paio prima che qualcuno potesse fermarmi. Mi tenevano per le braccia come quella volta che mi avevano sbattuto contro il muro, e anche ora non facevo resistenza.
Ridevo ed urlavo, ululavo e canticchiavo “e adesso chi è il signore delle mosche?”.

Non ho ricordi precisi di quella serata, non ho nemmeno morti sulla coscienza.
Ho solo una sentenza che certifica la mia instabilità mentale.
Sto scrivendo la mia autobiografia, il mio editore è convinto che venderà più dei miei libri per bambini. Ora dormo beatamente, sono certo che i miei vecchi compagni di classe ripenseranno sempre a me, con terrore.

Questo mi ripaga delle paure di tanti anni. Ora sono un uomo felice.


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