Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
CAFFè
Proprietario
Marco Montanaro, autore di "Sono un ragazzo fortunato" (Lupo Editore, 2009)


Prezzo

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3 €
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A proposito di questo oggetto...
Dormi.
Lo ricordavo bene il tuo sonno: fragile e immobile di notte, inquieto e sfuggente al mattino.
Ho messo su il disco che ho comprato l’altro giorno, quello coi vibrafoni e i glockenspiel. Musica perfetta, alle dieci di una domenica mattina autunnale in cui non speravamo più.
Tutto come doveva essere. La musica, due brioche e il caffè, una rosa che mi sono affrettato ad andare a comprare mentre dormivi. Una poesia, la leggerai distrattamente, perché tanto siamo qui, io e te. Non c’è più bisogno di camuffare la poesia sotto forma di lettera.
Ogni tanto, mentre aspetto che il caffè soffochi nella macchinetta, sistemo le lenzuola in cui sei avvolta, e so che non ti sveglierai. Ti raddrizzo il viso, scende sempre sotto il cuscino. Le mani pure sembrano voler cascare dal letto, voler andar via.

No, non l’avremmo mai detto. Essere ancora qui, dopo tanto tempo. Anche stanotte, ogni parte del tuo corpo sembrava volesse fuggire. Ma non potevi farlo, non stavolta.
Dopo tanto tempo, ti sei lasciata andare. «Sei tu...» hai detto ieri sera, e poi le cose hanno preso il loro corso, normale, essenziale, come siamo sempre stati.

Per tanto tempo abbiamo pensato a come sarebbe stato passare una domenica mattina insieme. La domenica è il giorno della settimana che più mi angoscia, lo sai; il cielo bianco là fuori, di autunno incerto, me lo ricorda, mentre tu dormi ancora. La domenica è un giorno bianco, e io sono sempre stato incapace di riempirlo, ho provato con la religione, col calcio, coi caffè. La soluzione, che stupido, sei sempre stata tu. Avere te, qui.

La distanza e le poesie non hanno senso, ora.

Dormi ancora. Il caffè non è pronto, e non basta qualche accordo di pianoforte a svegliarti. Ancora, cerchi di sgattaiolare nel sonno. Stavolta sono i tuoi piedi. Li rimetto sul letto, piano. Sono piccoli.

In fondo, non ci siamo persi che per un attimo. Non so quant’è durato realmente, non so dove sei stata, non ricordo molto di quello che ho fatto io. Sono cose che non contano, ora. Come le parole che ci siamo detti nella nostra vita precedente, quelle senza peso e quelle in cui non credevamo neppure tanto.
Conta solo questa domenica mattina, perché né io né tu l’avremmo mai immaginata.

Ma quando ci siamo persi, è stato terribile. Non è stata la sofferenza in sé, perché, come dire, sentivo fosse giusto soffrire, in qualche modo; ma era il male per qualcosa che sentivo irrimediabilmente vicino, vivo, qualcosa che mai era appassito. Qualcosa che era respiro e risate insieme. Occhi chiusi e guance tirate.
Non avevamo mai smesso di fare l’amore in modo così intenso. Non ci eravamo mai annoiati, trovavo sempre il modo di stupirti. Non c’era alcun motivo.
Stamattina, sei stata tu a stupire me.
Sei ancora qui, ma forse non avevi altra scelta.
I puntini bianchi perforano le persiane e finiscono la loro corsa sul muro.

Una volta mi hai detto, «Mi spiace, ti sto facendo a pezzi, non voglio vederti così». Avevi ragione, mi stavi facendo a pezzi. Forse per te era solo un gioco, ma io cadevo in mille brandelli di carne ogni volta che il tuo pensiero faceva capolino dalle mie parti. Accadeva spesso e se ci penso ora, mentre sei qui e dormi e le tue mani cercano di sfuggire senza convinzione, sorrido. Mi chiedo come possa essere accaduto. Tutto quanto. Adesso ogni cosa sembra semplice, lineare, e non provo alcun dolore.

Ma oggi è domenica mattina e non è il tempo di pensarci. La domenica mattina, mentre fuori c’è questo tempo bianco, bisogna starsene in silenzio. Aspettare che i muscoli e gli occhi si riprendano, sono cose che vogliono il loro tempo, poi si potrà ricominciare a parlare, a pensarci.
Tu vorrai sapere, ancora una volta, tutto di me.
Forse un giorno, se ne avrai il tempo, ti servirà per farmi a pezzi, ancora, con più intensità. Io questo non posso escluderlo, non posso saperlo.

Ora che sei tornata, mentre ancora il tuo viso morbido scivola dal cuscino, le tue mani si allontanano sul bordo del letto, ora che sei tornata io non posso fare altro che osservarti.
Sei bella, come sempre. Non pensavo, non speravo in una domenica mattina così confusa eppure lineare, in cui l’odore del caffè (è quasi pronto) si mischia al tuo, intenso, intenso della notte scorsa. Una rosa, lo so, non basterà a svegliarti. A breve ci sarà la mia solita poesia e, al solito, sarà solo un fatto mio.

Stringo la tua mano. Fumo, prima del caffè, una volta tanto. Ieri sera, mentre mangiavamo, fumavo molto. In genere non amo molto le cene. L’ho fatto per te, come quando ti ho conosciuta. Andammo in pizzeria, pagasti tu col tuo primo stipendio. Mi dicesti che eri capace di finire la birra in due sorsi. Ti lasciai vincere, poi si fece ora d’andare, ognuno a casa sua, non era il caso che io salissi.
Dopo mezz’ora richiamasti. Mi facesti intendere che non era il caso di rifiutare per strategia, che avrei avuto solo da guadagnarci, a fare inversione e a citofonarti alle due di notte.

Hai il collo piuttosto storto. Lo ricordavo diverso. Però è ancora lungo, sinuoso. Fumo ancora. Anche ieri sera, mi hai rimproverato come tuo solito, con quel tuo fare da mamma preoccupata e da complice insieme, perché dopo mi hai chiesto di lasciarti fumare da quella stessa sigaretta.
Poi l’hai spenta, e sei andata in camera. Senza dire una parola. Solo i tuoi passi scalzi sul pavimento.
Hai fatto in modo che anch’io, per una volta, non parlassi molto.
Non abbiamo parlato per niente.
Ho avuto un sussulto, ma solo stanotte. Ho pensato che, questo, tutto questo, mentre le tue mani già scivolavano via, era inevitabile, e che in qualche modo, davvero, l’hai voluto tu.

Allora ho dovuto farlo. Ho dovuto riprendermi un angolo che potesse essere solo mio. Perché tu hai questo, che forse è un difetto oppure è ciò che non mi lascia speranza, e cioè che devi decidere tu le regole del gioco.
Allora.
Non è stato incidere il tuo corpo a distruggermi, o tagliarlo, farlo a pezzi, raccogliere il sangue che colava, tenere poi insieme carne e pelle, perché io il tuo corpo lo conosco a memoria, come il tuo sangue, e nemmeno il letto è un problema, ora che è dipinto di te, a chiazze rosse dense e irregolari, molto scure.
È stato soffocarti. Sei stata più forte di me, fino all’ultimo. Ma una foglia, se deve cadere, cade, sia pur lentamente.
Ma cade.

Il caffè è pronto. I puntini bianchi, adesso fasci di luce bianca e pulviscolo, si fermano ancora sul muro.


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