Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
PASSAMONTAGNA
Proprietario
Enrico Miceli, lettore


Prezzo

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4 €
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A proposito di questo oggetto...
L’uomo col passamontagna


«Stai zitto ti ho detto!!! Dannato idiota.»
Io continuavo a canticchiare ignorando le sue urla. Le uova friggevano uniformemente e sentivo l’olio sfrigolare eccitato.
«Lallalà lallallà...»
«Ti ho detto di chiudere quel dannato becco Jimmy!!!!»
«Come?» gli dissi poi.
«Zitto!!!!!» mi rispose, e così urlando lanciò la lattina di birra ormai vuota che stringeva in mano. Quella volò leggera colpendo il televisore. «Devi stare zitto!!!! Chiaro?»
Era un bel po’ che Cruccio non urlava in questo modo, così feci il tragico errore di chiedergli «Ma ti senti bene?»
«Guardami!! Guardami!!!!!!! Ti sembro uno che sta bene? No, dimmi... ti sembro forse uno che sta bene?»
Non sapevo cosa rispondere, una delle solite crisi... ma oggi non avevo nessuna voglia di starlo a sentire.
«Allora? Rispondi!! Secondo te sto bene? Secondo te ho motivo di canticchiare una stupida canzoncina mentre tu cucini un paio di uova?!!!!!!»
«Comunque sia è pronto in tavola.»
«Mangia tu, io non ho fame.»
«Come vuoi.»
Mentre stavo per servirmi Cruccio si accomodò al suo posto e prese le sue uova. Aprì un’altra birra e bevve direttamente dalla lattina. La schiuma restò posata sui suoi baffi per un po’, poi l’enorme polso peloso la portò via.
«Non ce la faccio più a stare rinchiuso qui dentro...» il tono di voce di Cruccio si smorzò a metà frase, come interrotto da un nodo di pianto.
«Non dobbiamo fare altro che stare qui ad aspettare... quando qualcuno verrà a chiamarci potremo uscire...» gli dissi per tranquillizzarlo.
«Io voglio uscire adesso. Adesso!» e si alzò di scatto avviandosi verso la porta.
Camminava a passi decisi e con un’espressione severa tatuata sul volto. Allungò la mano e afferrò la maniglia. Aprì la porta e un’ondata di luce impattò nella stanza scura in cui stavamo. Cruccio chiuse gli occhi poiché non era abituato a quella luminosità, ma prima ancora di potersi riabituare un fruscio gli passò vicino all’orecchio. Era simile ad una zanzara ma era probabilmente qualcosa di più grosso. Pfffff... un secondo fruscio. Quando capì di cosa si trattava chiuse rapidamente la porta e si gettò a terra, ora gli sparavano addosso con più intensità e i colpi smorzati di qualcosa simile ad una mitraglietta stavano bucherellando la porta di noce dura.
«D’accordo, d’accordo dannati figli di puttana!!!!... la chiudo la vostra stramaledetta porta!!!! Andate a farvi fottere anche voi. Teste di cazzo!!!!!»
«Le vuoi o no le uova?»
«Vaffanculo anche a te Jimmy, a te e alle tue dannate uova.»
Poi andò nella sua camera da letto sbattendo la porta.
«Questo vuol dire che posso mangiarle?» gli chiesi.

Due settimane e tre giorni. Eravamo chiusi in quell’appartamento da due settimane e tre giorni. La compagnia di Cruccio era praticamente inesistente poiché passava tutto il tempo chiuso in camera da letto a distruggere qualcosa o a sfogliare le riviste porno che l’uomo col passamontagna gli faceva arrivare ogni settimana insieme alla spesa.
L’uomo col passamontagna era un tipo taciturno. L’ultima volta che era stato qui gli avevo chiesto quando saremmo usciti. Mi aveva risposto con una risata simile ad un grugnito. Quando Cruccio stava per colpirlo in faccia quello tirò immediatamente fuori una pistola con la quale si limitò a spaventarci. Cruccio, dopo aver visto la canna di metallo lucente si era bloccato e quando aveva sentito il suono della pistola che caricava aveva fatto tre rapidi passi indietro fino ad arrivare a me.
«Scusi, signore...» quella fu la prima volta che Cruccio chiedeva scusa a qualcuno di fronte a me.
Il tizio in passamontagna annuì col capo come a dire «E che non si ripeta più» e quasi come se l’avesse detto ad alta voce io e Cruccio ripetemmo insieme «Certo signore, non si ripeterà più.»
Cruccio, dicevo, passava chiuso in camera a distruggere oggetti la maggior parte del suo tempo ed io ero affetto dalla sindrome della casalinga insoddisfatta. Pulivo ogni cosa, piatti, padelle, pavimenti, spolveravo la mobilia, lavavo i vetri e facevo ogni genere di lavoro domestico con una perfezione maniacale. Malgrado l’oscurità della stanza facevo attenzione ad ogni dettaglio. Mi rendevo conto da me in quel periodo che la cosa stava causando gravi danni alla psiche sia mia sia di Cruccio, ma d’altro canto né io né lui potevamo farci nulla. Era la condanna fissata dal giudice. Era la nostra pena. La nostra punizione. Il concetto di punizione era un qualcosa di ancora nuovo per noi, non avevamo mai avuto il “piacere” prima di allora. Però di lì a breve avremmo saputo di cosa si trattava. Una punizione esemplare, esemplare e dolorosa. Perchè era giusto così.
Quando venne l’uomo col passamontagna, si materializzò all’interno della casa chissà come. Gli occhi stranamente gli brillavano, erano occhi grigi e intensi, macchiati di marrone e... come dire... striati.
Ci diede la busta da dove, con foga d’animale, Cruccio tirò fuori il cibo e l’acqua che ci venivano consegnati puntualmente, poi Cruccio trasalì ed iniziò ad urlare «Mancano le sigarette!» Quello non rispose.
Cruccio alzò la voce «Mancano le sigarette, cazzo!!!!»
L’uomo restò immobile a fissare Cruccio che stava diventando sempre più rosso in viso.
«Mancano le sigarette, cazzo!!!!! Hai capito?!!!!!!» si avvicinò in maniera preoccupante all’uomo che lo fissava senza dire nulla. Cruccio fece due passi, poi un frastuono.
Cruccio si ritrovò con il ginocchio traforato da un proiettile e l’uomo in passamontagna, con la pistola ancora in mano, salutò andando via da una delle tante porte d’ingresso che circondavano quella casa.

Mancavano le sigarette... poco m’importava... non sarebbe stata la fine del mondo.

Dopo aver pulito in maniera maniacale la casa mi concedevo sempre qualche lettura. Sprofondavo nella poltrona in pelle nera e accendevo una candela – poiché stavamo sempre al buio – poi mi godevo un libro.
Cruccio invece si intratteneva distruggendo ogni cosa. I rumori provenienti dalla sua stanza erano a volte semplicemente strani, altre volte invece erano proprio inquietanti. Si passava da un fiato di tromba che si trasformava in un suono stridulo simile ad un colpo di clacson che poi andava sfiatandosi, fino ad arrivare ad urla di dolore strazianti, come se si stesse fustigando da sé. Quando sentivo le urla mi precipitavo in camera sua ma la porta era sempre chiusa a chiave. Bussavo e lui rispondeva con un modo educato che non gli avevo mai sentivo usare in altre circostanze.
«Sì?»
«Cruccio, tutto bene?»
«Benissimo amico, non ti preoccupare.»

Quando venne nuovamente l’uomo col passamontagna non portò il Brandy, e la volta successiva non portò la birra, poi le riviste, in seguito anche il cibo cominciò a diminuire.
Malgrado le mie crisi di pulizia maniacale la casa stava sempre di più diventando nera... pulire al buio non era cosa facile, e poi l’umidità, lo sporco delle incrostazioni, la polvere che si accumulava di secondo in secondo e in più Cruccio che mandava in frantumi ogni cosa che toccava. Era nero in volto, Cruccio, con gli occhi infossati, gonfi. Non urlava più e di tanto in tanto sorrideva con un’aria inebetita. Aveva il corpo ricoperto di tagli, e parlava poco. Lo sparo al ginocchio si era cicatrizzato da un pezzo ma da quel momento in poi aveva sempre camminato zoppicando. Era passato appena un anno da quando il giudice ci aveva condannati...

«Ahhh!!!!!!! Un topo!!! Un topo Jimmy, svegliati!!! Un topo, un topo!!!!! - sobbalzai nel letto, dormivo di un sonno profondo ma quelle urla mi ridestarono all’improvviso. Cruccio si aggirava per la casa con una forchetta in mano correndo entusiasta, come meglio poteva, appresso ad un topo.
«Aiutami Jimmy, dai che lo prendiamo!!!»
Mi alzai controvoglia, anche se io non avevo visto nessun topo... ma lui era così convinto.
«Dov’è questo stramaledetto topo?»
«Shhh... eccolo... dietro il tavolo.» Camminò per quanto gli era possibile sulla punta dei piedi cercando di non far rumore. Il buio della stanza impediva di vedere ogni cosa anche se i nostri occhi oramai da tempo si erano abituati all’oscurità.
«Visto?!!! Mi domandò carico d’entusiasmo... l’hai visto? S’è mosso.»
«No, Cruccio, non vedo nulla... andiamo a dormire.»
«No! Pazzo! C’è un topo in casa. Andremo a dormire solo dopo averlo catturato.»
Se fossi andato a letto mi avrebbe senz’altro reso impossibile dormire, per cui decisi di assecondarlo.
«D’accordo, catturiamo il topo e poi andiamo a letto. Intesi?»
Mi diede un cucchiaio di legno in mano e mi disse «Tu vai di là ̶ indicò la mia destra ̶ io vado dall’altra parte... non può sfuggirci. Appena lo vedi mollagli un colpo in testa, ma non rovinargli la pelliccia.»
Aspettammo così un paio d’ore, lui che scuoteva una sedia per far scappare il topo e io con il cucchiaio alzato che aspettavo di veder correre quel roditore da un momento all’altro. Il topo non uscì fuori e dalle imposte sigillate microscopici brandelli di luce ci segnalarono che il mattino era giunto.
«Io vado a dormire» dissi, ma Cruccio si era addormentato a terra e non mi sentì nemmeno.

L’uomo col passamontagna non lo rivedemmo più per diverso tempo e le riserve di cibo cominciarono lentamente a scarseggiare. Cruccio era cambiato, era diventato secco da far spavento e ora, quando camminava per casa a torso nudo, il torace incavato mi causava un senso di ribrezzo e di pena.
Stava sempre con gli occhi sbarrati ed una forchetta stretta nella mano destra, parlargli era diventato impossibile e aveva un non so che di angosciante.
Da quella notte in cui aveva visto il topo era diventato ossessionato e spesso urlava o sobbalzava dicendo che i topi lo stavano aggredendo, che volevano ucciderlo. Io, dal canto mio, di topi non ne avevo ancora visti.

«Eccolo!!! ̶ si mise a gridare ̶ eccolo lì, guarda... ora mi credi? Sparisci dannato topo. Sparisci!!!!»
«Non vedo niente, Cruccio.»
«Ma cazzo è là... guardalo quel figlio di puttana...» Fece una pausa e piegò la testa lateralmente come se lo stesse vedendo sul serio, poi disse «Ride.» e assunse un tono che definirei quasi... tenero.
«Ma lascialo in pace, che fastidio vuoi che ti dia» dissi cercando di essere più accondiscendente possibile.
«Voglio la pelliccia!» mi rispose poi avidamente. Era ovviamente uscito fuori di testa, ma io che potevo farci? Non sono mica un medico.
«Lasciatemi!!!! Lasciatemi stare!!!!» e urlando così iniziò a dimenarsi come se fosse stato aggredito da un branco di topi famelici.
«Lasciatemi vi ho detto!!!» disse piangendo, poi cadde in terra e si mise a rotolare.
«Cruccio... Cruccio!!! Ehi... guardami... non ci sono topi» gli dissi avvicinandomi a lui e prendendogli il viso tra le mani.
«Stai zitto, idiota» e così dicendo riaprì gli occhi che aveva tenuto chiusi da quando era stato, diciamo così, aggredito.
Si guardò intorno. Si alzò calmo. Si spolverò i pantaloni con la mano. Poi alzò le braccia al cielo e iniziò a guardare il soffitto. «Ho vinto!!!!! – urlò pieno di gioia – non ci sono più tipi. Ho vinto io... sì, ho vinto io!!!!!!» e iniziò ad andare avanti e indietro nel buio della casa con passi veloci e mani tremanti. «Ho vinto io!!!!!!!» e così dicendo decise di camminare spedito verso una delle porte d’ingresso, sicuro, rapido, invincibile.
Aprì la porta e urlò più forte che poté: «Ho vinto io!!!!!!!»
La luce del sole aveva inondato il buio della stanza. Urlò più volte quella frase, poi le sue urla s’interruppero.
Un ronzio.
Un altro ancora.
Cruccio cadde all’indietro in silenzio. Il suono della sua testa che impattò sul pavimento rimbombò per tutta la casa.
Non si muoveva più, io non saprei dire se fosse coperto di sangue o no. La luce intensa mi feriva gli occhi e Cruccio mi appariva come una statua di marmo bianca e rigida.
Per un paio di minuti non successe assolutamente nulla. Poi davanti alla porta comparve un’ombra. Quella sagoma era simile a quella dell’uomo col passamontagna, ma non riuscii bene a capire se si trattasse di lui o no.
Lasciò cadere qualcosa, raccolse il corpo esanime di Cruccio e chiuse la porta portandolo via con sé.
Nella casa ripiombò il buio e i miei occhi, gradualmente, ricominciarono a tornare quelli di prima. Restava però impressa sulla retina l’immagine di una porta di luce, bianca, intensa, e la sagoma di quell’uomo che ne occupava il centro.
Rimasi frastornato per non so quanto tempo, poi la casa mi mostrò nuovamente i suoi lineamenti oscuri. Il tavolo. Le poltrone. I mobili. Persino il tappeto.
Mi avvicinai alla porta e raccolsi il pacco che quell’uomo aveva lasciato cadere. Al suo interno stavano un paio di scatolette di carne, alcune birre, una bottiglia di brandy e un pacco di sigarette.
Fumare mi fece bene e il brandy mi conciliò il sonno.

«Chi va là?» Mi alzai di botto, ero addormentato profondamente ma un rumore mi aveva fatto sobbalzare. Il cuore batteva adrenalinico e avvertivo i nervi tesi come muscoli sotto sforzo.
«Chi c’è?» Il silenzio della mia consueta solitudine mi rispose come sempre, con indifferenza.
Mi alzai dal letto per bere un po’ d’acqua e mi recai in cucina.
Camminai diffidente, mentre i miei piedi calpestavano nudi il viscido muschio del pavimento cresciuto nel corso degli anni.
Presi dell’acqua bevendo direttamente da rubinetto.
Mentre stavo con la testa abbassata per bere avvertii nuovamente quel rumore.
«Chi c’è?!!!» urlai nervoso.
Nel buio non vedevo nessuno. Dalle porte d’ingresso entravano spifferi d’aria fredda e a volte le tende delle finestre si muovevano... poco, ma si muovevano.
Feci un giro guardandomi intorno con molta attenzione, ma non vedevo nulla di diverso dal solito. Quando rimisi piede in cucina però lo vidi. Stava sul tavolo dritto sulle zampette posteriori e con quelle anteriori portava qualcosa alla bocca e rosicchiava. Un topo. Era un topo con degli occhietti luminosi e neri che brillavano nell’oscurità della stanza e che mi fissavano.
«E tu che ci fai qui?» chiesi stupito e intimidito. Quello tolse via dalla bocca ciò che stava rosicchiando e squittì come in risposta alla mia domanda. Poi scattò giù dal tavolo e corse via. Lo seguii con lo sguardo per meno di un secondo, poi lo persi di vista. Provai a cercarlo per qualche minuto ma non lo trovai. Rimasi frastornato per molto tempo e riuscii a riprendere sonno solo dopo molte ore.

Oramai di cibo in casa non ce n’era più, solo una crosta di pane ammuffito che stava sul tavolo da tempo immemore e che volevo usare come esca per attirare il topo.
Quel topo non si era più fatto vivo, oramai erano passati mesi ma averlo visto mi faceva pensare che forse Cruccio, quella notte un cui l’aveva avvistato per la prima volta, non era ancora del tutto impazzito. Alcune gocce scendevano giù dal soffitto a intervalli frequenti e regolari. Avevo posto un bicchiere nel punto esatto in cui scendevano, ma ora il bicchiere era pieno e le gocce, cadendo giù, facevano il rumore sordo di un sasso che casca nell’acqua.
Quel rumore stava diventando fastidioso. Ossessivo. Svuotai il bicchiere e poi lo rimisi a raccogliere le gocce. Dopo un poco si riempì nuovamente e fui costretto a ripetere l’operazione.
Lo stomaco brontolava da giorni e da giorni non bevevo che acqua. Di tanto in tanto cercavo di spiare dalle microscopiche fessure delle finestre sperando di scorgere l’uomo col passamontagna che oramai non vedevo da mesi, ma tutto ciò che vedevo era una luce bianca e accecante che mi lasciava intontito per quasi mezz’ora.
Mi avvicinai al tavolo, stufo. Decisi di mangiare quella crosta di pane ammuffito che era probabilmente l’unica cosa commestibile rimasta in quella casa. L’uomo col passamontagna sarebbe senz’altro arrivato presto.
Mi avvicinai al tavolo camminando lentamente e zigzagando sul pavimento scivoloso.
Quando arrivai avevo la testa che girava e dovetti sedermi per qualche istante. Poi alzai guardai il tavolo, tastai con le mani, tastai meglio, guardai nuovamente sul tavolo, con più attenzione. L’unica crosta di pane di tutta la casa era sparita. Non c’era più. Poi lo squittio del topo, alle mie spalle.
Era a un paio di metri da me e malgrado il buio lo vedevo piuttosto bene. Stava finendo di rosicchiare il pane e mi guardava con aria compiaciuta, quel piccolo figlio di...
«Cosa vuoi!!!!» Ma quello non rispose.
«Cosa vuoi da me?!!!!! Lasciami in pace.» Ma quello rimaneva lì, dritto sulle zampe, e mi fissava.
Poi un altro squittio, questa volta dalla direzione opposta, proprio davanti a me, sul tavolo, a meno di venti centimetri. Voltandomi ebbi un sussulto e scattai in piedi, poi restai lì a fissarlo da vicino.
«Siete due, piccoli bastardi» mormorai tra i denti.
Il pelo del ratto di fronte a me era grigio striato, gli occhi neri e i denti lunghi, sporgenti e gialli. Mi avvicinai il più possibile e rimasi lì, senza sedermi. Quello mi fissava senza muoversi di un centimetro. Io lo guardavo in volto mentre la mia mano si avvicinava a lui. Feci un rapido scatto. L’afferrai subito. Lo strinsi in un pugno e lui iniziò a dimenarsi con le sue quattro forti zampette. Strinsi con rabbia fino a togliergli il respiro. Era cosciente quel bastardo che da lì a poco sarebbe morto. Cercò di azzannarmi più volte e ci riuscì, con i suoi denti gialli e affilati, con quelle sue piccole lame dorate. Il sangue dalla mia mano scendeva a fiotti ma non volevo mollare la presa. Lo squittio isterico era ora diventato uno stridulo verso di morte, come l’urlo di un maiale che sta per essere sgozzato. il braccio mi tremava tutto e non riuscivo più a controllare i miei nervi. Dopo un paio di minuti quella lotta impari finì e il piccolo topo mi scoppiò letteralmente in mano. Vidi un solo filo di sangue, scuro, strano... un filo di sangue che scendeva giù dalla bocca e si posava sulla mia mano ancora chiusa, mischiandosi al mio sangue.
L’altro topo era rimasto a guardare per tutto il tempo, mi ero voltato per osservare la sua faccia che però era rimasta impassibile... indifferente. Si voltò e andò via, lasciandomi solo... solo con la mia cena.
Ora tenevo quel corpicino immobile con entrambe le mani. Il mio stomaco gonfio d’aria e d’acqua aveva smesso di brontolare e aveva iniziato a lacerarsi internamente. Portai il topo alla bocca e una zaffata di aria immonda penetrò nelle mie narici. Strinsi forte le due estremità di quel corpicino lurido e guardai per tutto il tempo quel piccolo stomaco molle e caldo avvicinarsi alla mia bocca.
Volevo azzannare quelle budella. Volevo affondare i denti in quello stomaco floscio e putrido. Senza pensarci troppo aprii la bocca e... poi sentii un rumore alle mie spalle.
Mi voltai di scatto.
L’uomo col passamontagna era entrato da chissà dove. Mi guardava impassibile, con occhi privi di giudizio.
Non aveva con sé alcun pacco, alcuna busta, alcun oggetto. Feci per offrirgli un po’ di quel topo che ora stava steso sul palmo di una mano, e lo guardai con un’aria che neanch’io, ora, saprei spiegare. Restai con la mano tesa per un minuto o forse più. Ad un tratto avvertii la mano pesante e il topo ritornato in vita balzò giù velocemente. Senza fermarsi sgattaiolò via perdendosi nel buio perenne della casa.
L’uomo col passamontagna alzò le braccia con le mani aperte. Un vento leggero e fresco entrò da non so dove, per un momento, in casa. Fu un istante, ma fu sufficiente per farmi percepire il puzzo in cui stagnava il bugigattolo oscuro in cui abitavo. Poi silenzio. Infine le imposte sbarrate ebbero come un’esplosione e si aprirono di botto lasciando entrare in casa la luce intensa e bianca del sole. Ebbi l’impressione che il calore stesse ingoiando l’intera casa, l’intero pianeta. L’unica cosa che riuscii a vedere da quel momento in poi fu il bianco. Mi rimase impresso sulla retina come una ferita. Gli occhi erano rimasti bruciati da quella luce intensa e non potei vedere più, mai più. L’uomo col passamontagna mi prese per una spalla e lentamente mi condusse fuori. Camminavo piano e a stento restavo in piedi. Inciampavo spesso ma lui mi portò via lento e paziente. Quando fummo abbastanza lontani, il mio corpo stanco si sdraiò per terra. Mi sentii rinascere.

Seppi in seguito che proprio quel giorno la mia pena era finita, novant’anni al buio, quest’era stata la punizione, novant’anni di buio, di fame e di follia.
L’avevo scontata tutta e ora era finita, finalmente.
Ero stato finalmente ingoiato dalla luce. Ora ero finalmente ritornato libero... finalmente, libero.



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