Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
SPORTING GIALLA
Proprietario
Lorenza Ronzano, autrice di "Zolfo" (Pequod, 2013)


Prezzo

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1000000000 €
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A proposito di questo oggetto...
500 Sporting gialla
di Lorenza Ronzano


Clarissa aveva un torace tubolare, poco articolato, che le saliva fin su nel collo, lasciandola tutta sola a vedersela con le imperfezioni umane. Non aveva un filo di seno: soltanto due piccole protuberanze a forma di vulcano le increspavano il petto. L'ho sempre vista intenta a offrire in giro mozziconi di canna, con un gesto molle della mano e un sorriso alterato sul volto. Sorrideva spesso, sbuffando il fumo fuori dalle labbra. Cercava di ingraziarsi l'amore degli altri con piccoli e insulsi gesti di compiacenza: era comprensibile. Quando stava di fronte a un uomo, le si arricciavano le labbra dal piacere, come foglie morte accartocciate dalla vampata d'un fuoco. Io la osservavo schifata, ma forse invidiavo la sua spontaneità.
Ci eravamo conosciute al pub di via Mazzini, un locale buio impregnato di fumo e di sudore. Ai tempi trascorrevo le mie serate davanti all'entrata del pub, fumando sigarette l'una dietro l'altra, appoggiata al muro. Guardavo la gente e mi arrendevo alla stupidità di una vita a venire. Stavo calma, d'ogni tanto bevevo un superalcolico, un Negroni, o un rum chiaro. Mi disprezzavo. Spesso mi guardavo con gli occhi degli altri, e vedevo soltanto una stupida venticinquenne, un altro corpo giovane in movimento, a caccia di cibo, piaceri e calore. Se qualcuno veniva a chiedermi il nome, o a offrirmi da bere, mi ravvivavo i capelli e mi facevo passare la lingua sulle labbra. Un copione esausto.
Non avevo un ragazzo: rincasavo alle tre o alle quattro di notte, e sentivo solo il rumore dei miei tacchi risuonare per tutta la via. Guardavo i lampioni, le vetrine dei negozi, la merce esposta, muta. Io mi muovevo, ma mi sembrava di solcare il cerchio vuoto che si forma tra una vita e l'altra, come la puntina raschia il disco alla fine di una canzone. Quel rumore di tacchi ha inciso la mia memoria: è già capovolto, già fuori dal tempo.
Una sera Clarissa mi chiese di accompagnarla in macchina al Subbuglio, un centro sociale situato dalle parti di piazza Santa Maria del Castello. «Vedrai, ti divertirai anche tu!» mi disse abbassando veloce gli occhi alla patta dei miei jeans. Considerai volgare il suo pronostico, ma accettai di darle il passaggio. Quando fui sotto casa sua, all'orario convenuto, lei uscì dal portone spingendo una carrozzella, su cui era seduto un ragazzo paraplegico. «Lui è Giacomo, il mio fratellino» mi disse agganciandolo sotto le ascelle, per trascinarlo in macchina. Guardai gli occhi del paraplegico: non ci vidi nulla dentro, solo un'infinita stanchezza, e la voglia di essere lasciato in pace.
Aiutai Clarissa a sostenere il peso di quel corpo sfibrato, che stendemmo lungo i sedili posteriori. Mi misi alla guida con un senso di tristezza irrisolvibile, simile a quella di un generale che conduce i propri soldati allo sfacelo. Accesi la radio e rinunciai a fumare, mentre Clarissa attaccò a parlarmi di certe tende viola e arancioni che aveva comprato in saldo. Si compiaceva dell'effetto di trasparenza che sperava di raggiungere sovrapponendo quelle viola, più sottili, a quelle arancioni. Gesticolava con le mani, gli occhi le brillavano, e i punti neri sulle sue guance porose sembravano più grossi del solito.
L'indulgenza che si concedeva la faceva apparire ancora più brutta. «Ti hanno sempre voluto bene» dissi svoltando a sinistra, dopo aver dato la precedenza a un gruppo di fighetti. «Come dici?» mi domandò Clarissa indicandomi la strada da prendere. «I vostri genitori, dico, vi hanno sempre voluto bene, a te, a…a lui, nonostante…» le dissi voltandomi appena a indicare suo fratello. Poi mi girai a guardarla, per vedere la sua reazione. Clarissa si fece seria in volto, e mi parve che tutto il suo grasso e molle corpo si dibattesse nello sforzo di irrigidirsi, per assumere una più conveniente postura di sdegno. Alla radio stavano trasmettendo My Sharona, una canzone che si inerpica festosa sul «My…my…my…» per srotolarsi a mo' di stella filante in un «Uhhh» liberatorio.
Clarissa spense la radio, troncando a metà quel ritornello stupido e accattivante. Eppure – ebbi la tentazione di dirle – eppure tutta la tua vita è come questo ritornello, perché lo spegni proprio ora? Aggiustai con piccoli tocchi della mano lo specchietto retrovisore, gesto inutile che sancì la fine del nostro imbarazzante discorso. Dallo specchietto lanciai una veloce occhiata al paraplegico, che se ne stava in silenzio steso lungo i sedili, così come noi lo avevamo lasciato. Vidi un corpo disarticolato, scomposto, come quei burattini fatti per stare solo in una posizione, accovacciati o seduti vicino al padroncino, e che quando vengono smossi si snodano tutti nel senso della lunghezza, raccapriccianti, come se stessero per cedere, e rompersi all'improvviso. Sentii l'impulso di prendere quel corpo, di stringerlo e stritolarlo fino allo spasimo, farlo esplodere. Non riuscivo a starmene buona con quel corpo lì dietro, così vicino, tutto ansimante, tutto percorso da tremiti.
«Siamo arrivate?» domandai a Clarissa con impazienza, estraendo una sigaretta dal pacchetto. «Quasi» mi rispose lei, goffa e indignata, indicandomi il parcheggio di piazza Castello. Parcheggiai male e tirai fuori la sedia a rotelle: sembrava un enorme ombrello chiuso, che non si sa da che parte impugnare per schiuderlo. Mi diedi da fare per aprirla, ma Clarissa si era già allontanata di qualche passo; si era accesa una sigaretta, e fumava davanti ai muri scrostati del Subbuglio, pieni di cazzi e di scritte oscene. Dalle grate vicino all'entrata arrivavano folate di hascish e di musica raggae, bonario esorcismo degli incoscienti. Clarissa la faceva grossa, mostrando d'essere offesa più del dovuto, per sgravarsi la coscienza d'avermi lasciata lì sola ad occuparmi di suo fratello. Le guardai la schiena goffa, le spalle spioventi, quelle ciocche di capelli colorati, viola, blu, rossi, che si tingeva per attirare l'attenzione degli altri. Come si umilia una donna pur di essere considerata! È proprio una stupida, pensai guardandole i fianchi larghi, come quelli delle lavandaie nei quadri di metà „800, ma privi di sinuosità. Che stupida culona, pensai tirando fuori suo fratello dalla macchina. Fuma sempre con quei gesti pacati, con quelle labbra molli, ma che piacere c'è a fumare in questo modo?
Disposi il paraplegico, come si chiamava? – Giacomo – sulla carrozzina, cercando di aprirlo e chiuderlo su se stesso nei punti giusti, per farlo combaciare con gli snodi del sedile. Sembrava un crostaceo, che cede e si appollottola solo in un senso, e che bisogna forzare per fargli assumere un'altra posa. Ma che cosa mi avevano messo tra le mani? Io già non riuscivo a maneggiare un corpo autonomo, nemmeno il mio! Per di più era inverno, era notte, e faceva un freddo becco. Raccolsi una copertina dal sedile posteriore – quella che mia madre usava per coprire il cofano della macchina, per non far ghiacciare il motore – e la misi sul grembo di Giacomo. La copertina puzzava di nafta e gasolio, ma Giacomo mi guardò allargando gli occhi, con la schiuma alla bocca. Forse era il suo modo per ringraziarmi. Cercai di ignorarlo, e lo spinsi giù dalla discesa per disabili, entrando nel seminterrato del Subbuglio.
Clarissa intanto era già scomparsa tra la folla. La vedevo comparire di tanto in tanto con una birra in mano, che si scolava alzando il gomito al soffitto. Muoveva i fianchi da una parte e dall'altra, facendo penzolare tutto intorno il suo gonnellone colorato. Quando si toccava la fronte per tergersi il sudore, assumeva un'aria seria, piena di sé, come se stesse svolgendo un lavoro utile per l'intera società. Muoveva la bocca per partecipare alla canzone, accompagnando la musica con toni distratti. Com'era grassa, però, e il grasso la sbiadiva tutta. Io invece mi appoggiai ad un muro, e cominciai a fumare le mie sigarette. Tenni Giacomo vicino a me, in un angolo, come un cagnolino. Il gruppo raggae ci dava dentro, ma a me quella musica non piaceva. Mi dava fastidio, con tutte quelle mosse della testa, su e giù, come a voler chiudere gli occhi sui difetti del mondo, in un perpetuo «Sì» in una stupida continua approvazione per lo schifo umano. Ma vaffanculo, pensai dal mio angolo, ruminando la saliva nella bocca.
Dopo un'oretta Clarissa si sedette per terra, al margine della pista da ballo. Era sudata e soddisfatta, e si guardava in giro come se fosse in un campo di fiori. Quando si accorse che la stavo osservando, mi sorrise tutta contenta. Non è più arrabbiata per prima, pensai, questa prima dose di piacere, qui, in mezzo alla pista da ballo, schiacciata in mezzo a tanti altri corpi come il suo, le ha già fatto effetto, le ha già fatto dimenticare tutto il resto. Attaccò a frugare nel suo borsone e a girarsi una canna con calma, tenendo la cartina pronta tra le labbra. Se qualcuno le passava accanto, sfiorandola, lei buttava la testa all'indietro, e rideva con uno strano piacere negli occhi. Quasi tutti si soffermavano a salutarla, dandole un colpetto sulla scapola, o un bacio distratto sopra la tempia, ma poi subito se ne tornavano per la loro strada, con lo stesso passo trasandato con cui erano venuti.
Quando si accese la canna, un ragazzo alto e spigoloso andò a sedersi vicino a lei. Clarissa gli sorrise, offrendogli un tiro. Lui aspirò forte, trattenendo il fumo in una smorfia di ostinazione, e la cinse con un braccio attorno alla vita. Se ne rimasero un po' così, raggomitolati insieme, a fumare in silenzio, frastornati dalla musica altissima. Guardai la nuca del ragazzo, era ossuta e rasata. Aveva la cresta, ma corta e senza gel. Anzi, i capelli parevano morbidi. Castano chiaro e morbidi, come i parquet nelle case di lusso. Avrei voluto toccarli, affondarci dentro le mani, lasciarcele lì, ma come si faceva?
«Niente» dissi tra me e me. Niente si faceva, perché io del resto me ne stavo sempre attaccata a un muro, guardando gli altri come se fossero degli animali deficienti, ma intanto anch'io desideravo le stesse cose che desideravano loro. E quindi non ero meglio, ero peggio, perché lo stare attaccata al muro non risolveva di certo i miei desideri. Guarda, mi dicevo, loro almeno sono là a fare dei tentativi per risolvere questa pena, tu invece te ne stai in un angolo a far finta di pensare. Ma non venire allora, la prossima volta stai a casa, che fai prima. Che cosa vieni qui a fumare le sigarette? Fumale a casa, sul balcone della tua stanzetta, così se a una certa ora ti viene voglia di coricarti, ti corichi, oppure se ti viene voglia di un tè, vai in cucina e ti fai il tè, qui che cazzo bevi, una birra? Superalcolici non ne hanno, tè neppure. Hanno solo le vie di mezzo, qui. Eppure, vedi bene che le vie di mezzo sono fatte apposta per far star bene la gente, perché allora non allunghi la mano, come fanno loro, e non ne prendi un po' anche tu? Non ne prendo un po’ anch’io, sì…già…
Intanto quei due avevano finito di fumare, e stavano venendo verso di me. Clarissa lanciò un'occhiata veloce all'angolino in cui avevo sistemato Giacomo, per assicurarsi che fosse tutto a posto, poi mi offerse meccanicamente la sua birra. Ma non feci neppure in tempo a rifiutargliela che se l'era già di nuovo portata alla bocca. Dopo una golata interminabile, si premurò di dare un buffetto sulla guancia del fratello: «Tutto bene, campione?». Giacomo le rispose tirando indietro la mascella, con tutti i tendini che sembravano le redini di un cavallo strattonato. Emise una specie di nitrito faticoso, ma pieno di entusiasmo. I due fratelli si volevano bene.
Clarissa fece scivolare la mano lungo il braccio del ragazzo ossuto, e poi gli strinse le dita nelle sue, incrociandole a vicenda come le trame fitte di un maglione invernale. «Ti presento Chioma» mi disse compiaciuta, indicando il viso del ragazzo con un'alzata di mento. «Chioma…» dissi tra me e me. Guardai il ragazzo negli occhi, e fui certa di riconoscerlo. Ebbi un moto di rabbia, di vergogna impotente: avrei voluto prendere Clarissa per le spalle, e percuoterla tutta, buttare giù il ragazzo come un birillo, e poi scomparire. Ma mi limitai ad abbassare gli occhi, e non dissi il mio nome, non mi presentai. Rimasi zitta, con le braccia lungo il corpo, una mano dietro la schiena. Chioma finse di non riconoscermi.
Ci eravamo incontrati due anni prima, a una festa di paese. Era estate, io giravo mezza nuda tra le viuzze piene di luci e di fiori. Il cielo era nero, ma tiepido. Per tutta la sera avevo riso con una mia amica, passando il tempo a comprare braccialetti di plastica ad una bancarella di vecchie hippie. Mi ci ero ricoperta le braccia, e ridevo. Poi mi accorsi di un ragazzo alto, col viso bello e scarno, che mi guardava. Smisi di ridere. Vidi che il ragazzo era serio, e triste. La sua tristezza mi inibì, mi sentii in dovere di ricambiarla, subito. Ma allo stesso tempo gliene fui ingrata: perché mi riservi questo sguardo triste? Almeno, mi ami?, pensai in un attimo veloce, con un sentimento difficile da esprimersi, violento. La mia amica si accorse del mio cambio d'umore, e si accoccolò vicino a me, quasi quasi fino a infilarsi sotto la mia ascella, per mostrarmi la sua dolcezza. Mi toccava i braccialetti, muoveva le sue dita gentili sui cerchi colorati che m'avvolgevano l'avambraccio. Sono così belli!, mi diceva guardandomi il viso, quasi implorandomi. Io mi sentivo scoppiare, avrei voluto staccare un lampione, frantumarlo. Ma sorrisi alla mia amica, poverina.
Vidi che il ragazzo serio cominciò a confabulare con un altro, forse un amico, o un conoscente, che gli stava vicino e gli poggiava il mento sulla spalla, con una confidenza da servo. A tratti il ragazzo serio mi indicava con lo sguardo, lanciandomi delle occhiate brevi, che mi parevano definitive, mentre l'altro annuiva in continuazione, ciondolando avanti e indietro quel testone grosso e tozzo che si ritrovava. Quando finirono di bisbigliare, vidi il ragazzo tozzo venire verso di me, con un'aria impettita, importante, che mi dispose male. Mi prese da parte, staccandomi dalle braccia della mia amica, e mi disse che Chioma, il suo amico, si era innamorato di me. Io gli chiesi: «Perché lo chiami così?». Lui si indispettì della mia domanda, perché gli pareva futile rispetto al grosso della rivelazione. «È soltanto un soprannome… – tagliò corto – ma se proprio ci tieni, si chiama Alessandro; e comunque, lui si è innamorato di te, che gli devo dire?».
Mi cigolarono i denti dalla rabbia. Sentii un fumo di vertigine salirmi dal petto, andarmi agli occhi. Mi si annebbiò la vista, e la ragione. Guardai il ragazzo, che stava lì fermo, passivo, in attesa di una mia risposta. «Che testa enorme» ne conclusi tra me e me, e non riuscii a pensare ad altro che a quell'enorme testa che mi stava davanti, piena di sangue e di materia cerebrale. Rimasi zitta, con degli occhi rigidi ma pieni di pressione, che dovettero infastidirlo. Dopo qualche attimo di silenzio alzò le spalle, guardandomi come fossi una stupida. Mi lasciò tra le mani un foglietto su cui stava scritto il numero di telefono di Chioma, e se ne andò.
In seguito a quell'episodio Chioma girava svelto agli angoli per non incrociarmi, e se proprio capitavamo uno di fronte all'altra, lui alzava la voce, sbraitando come uno spaccone con gli altri maschi, senza degnarmi di uno sguardo. Io non gli dissi mai nulla, non gli risposi mai nulla. «Ah, è così che mi ami?» pensavo con orgoglio e con stizza, scendendo le gradinate di qualche locale, andandomene via con un altro o da sola, dopo essergli passata accanto, proprio rasente ai fianchi.
Tuttavia una notte, guidando ubriaca per la circonvallazione alessandrina, mi venne l'idea di telefonargli. Avevo voglia di offenderlo, di fargli male. Oppure, di mettere alla prova il suo amore. «Vediamo di che amore mi ami» pensai cercando il suo numero.
Erano le quattro o le cinque di notte, era ancora buio, pieno inverno. Notti lunghissime, piene di tempo, come mi sono sempre piaciute. Ci puoi scavare una vita, e quanti nuovi significati!, in notti del genere. Accostai la macchina davanti alla stazione, vicino al bar Zerbino, fatiscente e avvolto dalla nebbia. Il bianco delle strisce pedonali, sull'asfalto bagnato, era candido e signorile come un fantasma. Le cime degli abeti dei giardini pubblici si muovevano appena, o forse erano ferme, soltanto un'illusione di vita. Era tutto buio ma presente, come i lumicini orrendi nelle case dei morti, sulle isole eleganti di tempi sepolti. Ma comunque.
«Sono ubriaca, c'è posto nel tuo letto?» chiesi alla voce che mi rispose dopo cinque o sei squilli. La mia domanda, così nuda, così luminosa, aveva fatto impallidire la notte. Albeggiò. Dall'altra parte del telefono sentii una voce confusa: «Chi sei?». Rimasi in silenzio, ma forse ansimavo. «È lui» pensai. Non gli dissi il mio nome, che lui forse neppure sapeva, e non cercai nemmeno di fargli capire chi fossi. Rimasi zitta: doveva riconoscermi. «Allora?» insistetti alla fine. Lo sentii esitare: farfugliò qualcosa, e mi parve disturbato. Riattaccai.
Clarissa mi si fece vicina, lasciando Chioma un poco in disparte. Mi si strusciò addosso, con quelle sue cosce piene e grassocce, facendo mostra di tenermi in gran conto, mentre spulciava via dal mio cappotto qualche capello caduto. «Ascolta, non è che mi daresti le chiavi della macchina?» mi domandò ruotando appena il volto indietro, a indicare Chioma. Io frugai nelle mie tasche, e tirai fuori le chiavi. Non avevo voglia di vedere le guance febbrili di Clarissa, ma neppure di dirle di no. Perché negarle quel piacere? Guardai piuttosto la parete che avevo di fronte, tutta inzuppata dall'umidità. Una serie di locandine di film famosi, per lo più d'autore, se ne stavano appese per miracolo al muro. Ne vidi una gialla, con sopra la faccia storta di De Niro che punta una pistola al vuoto. Mi venne da ridere, e diedi le chiavi della mia 500 Sporting a Clarissa. E che ci faranno mai in una macchina del genere?, pensai accendendomi una sigaretta.
Rimasi per un bel po' di tempo accanto a Giacomo, a fumare le sigarette che m'erano rimaste nel pacchetto. Stavo in piedi, appoggiavo il peso del corpo prima su una gamba, poi sull'altra; a volte mi accovacciavo, per osservare meglio i raggi metallici della sedia a rotelle. Pensavo ai ragazzi che si baciano. Non a Clarissa e Chioma nello specifico, ma in genere a tutti gli innamorati che si siedono sulle panchine, o sui muretti, o sui sedili delle macchine, e che ci danno dentro a limonare. Pensavo alle lingue che si toccano, avanti e indietro, fuori e dentro la bocca. Fuori-dalla-bocca-dentro-la-bocca-dentro-la-bocca-fuori-dalla-bocca-dentro-la-bocca-dentro-la-bocca-la-bocca-la-bocca-dalla-bocca-la-bocca-dentro-la-porcaputtana.
Non riuscivo a fare altri pensieri, non mi veniva in mente nient'altro. Giacomo a un certo punto mi prese per un lembo del cappotto, e cominciò a tirarmi. Lo guardai: vidi che stava indicando un banchetto coperto da un panno verde, su cui erano disposti dolciumi e biscotti a base di marijuana. Voleva una fetta di torta. Gliela comprai. Intanto, pensai, intanto che male può fargli? Gliela porsi e mi predisposi a imboccarlo, ma Giacomo attaccò a morsicare e masticare con una padronanza di movimenti che mi lasciò stupita. Sembrava un'iguana. Si vede che in quell'ambito i suoi nervi erano rimasti intatti, ne conclusi con un certo raccapriccio.
Il gruppo aveva finito ormai da un pezzo di suonare, e i suoi componenti ciondolavano su e giù per il locale con quei modi sicuri che mostrano i padroni a casa loro. Riponevano gli strumenti nelle loro custodie, con una cura e un'attenzione spropositate, che di certo riflettevano una grande stima di sé. Avevano sguardi bonari, pacati, ma in qualche modo tutti diffidavano l'uno degli altri, pronti a tirare fuori e mettere in mostra ognuno il difettuccio dell'amico, pur di apparire ciascuno un poco meno mediocre di quel che era. Non ce n'era uno – dico uno – che fosse fico, nemmeno uno. A Giacomo intanto le pupille gli si erano fatte laterali, con quello sguardo aperto che hanno le rane quando stanno pacifiche, senza puntare la preda. Io ebbi una sensazione di affetto per quel poverino, e allora gli guardai la nuca, così debole, tanto indifesa. «Se Hitler t'avesse visto, t'avrebbe subito fatto fuori» pensai carezzandogli piano quella sua testolina fragile, da handicappato.
Lasciai Giacomo lì, riverso sulla carrozzella, a guardare le locandine dei film d'autore. Uscii fuori nell'aria umida della piazza. La chiesa di Santa Maria del Castello era buia, nera, non la si poteva distinguere dalla notte. Ma io sapevo che se ne stava là, tutta robusta nei suoi mattoni rossi, scuri, violenti. Mi accesi una sigaretta, e respirai nel gelo. Mi sentivo bene, tutta compatta nel mio corpo, al sicuro, come un insetto fiero delle sue simmetrie. Spaziai con lo sguardo da una parte all'altra, in un gesto ampio della testa: non vedevo quasi nulla al di là della foschia, ma tutto era bello. Davanti a me, a meno di venti metri, c'era la mia 500 Sporting gialla parcheggiata male, e dentro c'erano Clarissa e Chioma. Se avessi fatto qualche passo avanti, avrei potuto distinguere le sagome dei loro corpi.
Fu a quel punto che avvenne una cosa stranissima. A un tratto, dalla strada laterale che si immette nella piazza, sbucò a tutta velocità una 500 Sporting gialla che andò a sbattere e a fracassarsi tutta nella fiancata sinistra della mia. «Porca puttana! – pensai – è uguale identica alla mia!». Clarissa, che era seduta dalla parte dell'autista, quella più esposta all'urto, riuscì a stento a liberarsi dal groviglio delle lamiere. Uscì dalla parte del passeggero, sorretta da Chioma, che pareva illeso. Intanto il pazzo della 500 stava sgommando in retromarcia, e in meno di un secondo aveva già sterzato per scomparire da dove era venuto. Lo seguii con lo sguardo: non riuscii a leggere la targa, ma mi parve che non ci fosse nessuno al volante.
Sentii le urla di Clarissa. Piangeva. Veniva verso di me con un braccio penzoloni. Anzi, col destro teneva su il braccio sinistro, molle, privo di vita. Gridava, e continuava a venire verso di me: ma mi aveva vista? Quando mi fu vicina le potei vedere bene il braccio: la mano pareva staccata, penzolava giù in maniera innaturale, come le lampadine quando si staccano dai lampadari, ma rimangono appese solo per i fili. Non vidi il sangue, ma ci doveva essere, doveva esserci un mucchio di sangue. «Perché viene verso di me, che cazzo vuole?» pensai. Camminava lenta, come un automa, ma stava arrivando. Io la guardai per un'ultima volta, poi girai i tacchi e me ne andai. Sentii che Clarissa emise un rantolo, una specie di pianto soffocato.
«Quello m'ha scassato la macchina e se n'è andato, bah…dalla faccenda posso considerarmi esclusa, ci penseranno carro attrezzi e assicurazione» mi dissi incamminandomi verso via Verona, giù per le viuzze di borgo Rovereto, fino allo slargo di via dei Guasco. Avevo fame, e all'improvviso mi accorsi che era giorno: l'estremità dei tetti era già smangiata dalla luce, e tutta l'atmosfera si fece candida, come una corolla di ovatta attorno alla calce dei muri, attorno alle panchine, ai pali, ai tronchi degli alberi. Alessandria allora prendeva l'aria di un fondale da teatro, di un cartone grigio in attesa d'essere solcato: ecco una città.
Entrai nella panetteria di via dei Guasco, già aperta. Presi una brioche alla marmellata. Nel momento in cui avevo la testa bassa sul borsellino, per cercare le monetine, sentii che la panettiera si rivolse a un tizio entrato dopo di me, gli disse: «Sembra che qui abbiano imparato proprio bene a fare il loro lavoro!» e poi mi guardò. Trasalii. Non potei avere la certezza che la panettiera attaccò a guardarmi proprio in relazione a quel che aveva appena detto, perché mentre parlava io ancora avevo il volto abbassato. Ma quando lo alzai, vidi che lei mi stava guardando. Le domandai: «Come ha detto, scusi?». Lei ebbe un'espressione neutrale, ma non mi rispose. Prese le monetine che le porsi, e le incassò.


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