Antologia - Orbite vuote

Antologia

Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
COSTOLA
Proprietario
Maurizio Donazzon, lettore


Prezzo

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1000 €

A proposito di questo oggetto...
Il libro blu
Maurizio Donazzon

«Stronza, dove sei brutta stronza?» gridò Rita. Tremante di rabbia, faticava a centrare la toppa di casa con la chiave. Alla fine spalancò il portone e lo richiuse con uno schianto. «Stronza» urlò di nuovo. Si precipitò verso la stanza della sua coinquilina. La porta era chiusa. Si trattenne dal bussare, come se l’abitudine a rispettare gli spazi altrui fosse ancora in vigore. Ma anche questa convenzione tra buone inquiline — che lei aveva sempre rispettato, certo non Valentina — venne travolta dalla sua rabbia. Picchiò sulla porta, poi la prese a calci finché, più razionalmente, l’aprì girando la maniglia. Non c’era nessuno nella tana della stronza. Avrebbe voluto scaraventare dalla finestra il portatile appoggiato sulla scrivania, ma le foto che Valentina aveva postato su Facebook mentre sbaciucchiava il ragazzo che le aveva rubato non sarebbero svanite. Sbatté la porta e fece un giro per la casa. Rendendosi conto che Valentina non c’era, la sua rabbia si spense, lasciando posto alla tristezza. Si buttò a sedere sul divano sciancato del salotto accanto alla sua borsa di tela. Piegata su se stessa si mise a singhiozzare. Aveva perso amore e dignità, ed era stata presa in giro da una stronza che faceva sempre il comodo suo in casa e che l’aveva umiliata di fronte agli amici. Per cosa? Valentina si era già lasciata con il ragazzo che le aveva rubato. Calde lacrime le bagnarono la gonna.
Valentina scendeva con un ascensore mentre Rita stava salendo con l’altro. Non si erano incontrate per un soffio. Si guardò nello specchio se era in ordine, sistemandosi una ciocca dei lunghi capelli biondi che le cadeva sempre sugli occhi. Gli angoli degli occhi — stupendi occhi azzurri, ne era consapevole — le scendevano giù spegnendo il suo sguardo, e le labbra rosse erano tese. Cosa le stava succedendo, si chiese. Toccò la borsa per rassicurarsi che fosse al suo posto, sistemò ancora la ciocca di capelli. Tra deboli sussulti, l’ascensore scendeva con un rumore monotono. Fissò lo sguardo del suo doppio nello specchio. Dov’era la Vale di sempre, dall’espressione sfrontata di chi sa quello che vuole e lo ottiene? Era quella la Valentina che amava. La luce dell’ascensore tremolò, sembrò quasi spegnersi. Lo sguardo le cadde sulla borsa di pelle, la sua faccia sembrò sciogliersi per lasciar posto all’inquietudine che le grattava nel petto. Le porte dell’ascensore si aprirono sull’entrata squallida e deserta.
Fuori, anche se erano solo le sette, era già buio. Pioveva ancora, sentì lo sciacquio delle auto che passavano distanti nella strada principale. Con un brivido si strinse nel maglione e mise una mano sulla borsa per non farla sbattere. Testa alta, si disse. Guardò più volte a destra a sinistra. Scese dal marciapiede per attraversare, ma aspettò di aver controllato di nuovo se qualche auto si avvicinava. Fai un bel respiro e stai dritta. Si mise a correre sulla strada scivolosa guardando davanti a sé.
L’auto non frenò neppure e la scaraventò addosso al muretto della casa. Un volo di qualche metro in pochi secondi. Valentina sbatté violentemente la testa, le ossa del cranio scricchiolarono per la pressione improvvisa tentando di flettersi come un elastico che però alla fine si rompe con uno schiocco. Sangue rosso e liquido cerebrospinale chiaro si mescolarono sul marciapiede bagnato. Una gamba era piegata in modo innaturale, si torceva verso il ginocchio. La borsa, qualche metro più là, aveva vomitato il suo contenuto: il portafoglio firmato, i fazzolettini, la matita per gli occhi e il fondotinta, un libro rilegato con una copertina rigida blu.

Il bibliotecario — un tizio magro mai visto prima che indossava un grembiule nero — gli consegnò il libro che aveva richiesto. Gianmarco guardò il libro senza titolo, rilegato con una copertina blu. Il bibliotecario gli spiegò con voce piatta che il libro era stato rilegato perché qualcuno aveva rovinato la copertina. Sembrava incolpasse Gianmarco del misfatto.
«Cos’è, non ci sono fondi per comperarne uno nuovo?» commentò Gianmarco. Il bibliotecario sollevò il sopracciglio. Gianmarco prese il libro e lo cacciò nello zainetto. Mentre usciva gli sembrò che l’uomo lo stesse fissando, come se il suo sguardo lo infilzasse al centro della nuca. Si voltò di scatto, ma vide che era impegnato con una studentessa.
Rientrò in casa nel pomeriggio dopo esser stato a pranzo con gli amici. Abitava nell’appartamento sotto quello dei genitori, che per una settimana erano in vacanza a Palma di Maiorca. Anche se i suoi genitori erano molto tolleranti, ora si sentiva ancora più libero di organizzare una mega-festa, così ne aveva discusso con gli altri. Buttò lo zainetto sul divano e andò a prendersi una coca cola in frigo. Si costrinse a pensare allo studio per l’esame. Non riusciva a capire cosa servisse imparare qualcosa dai libri, quello che serve nella vita sono i contatti giusti, non lo studio. Prese svogliatamente in mano il libro che aveva chiesto in prestito in biblioteca, la copertina blu era ruvida. Che idioti mi hanno dato il libro sbagliato, si disse leggendo nel frontespizio:

Valentina Zanco (1989 — 2011)
Un’autobiografia

Sfogliò distrattamente il volume, la sua attenzione venne attirata da un brano:

Quando voglio qualcosa lo ottengo. Ricordo che alle elementari sognavo uno zainetto che avevano tutti. I miei genitori si erano intestarditi a non comperamelo, così un giorno andai in una classe diversa dalla mia, svuotai lo zainetto di qualcuno e me lo presi. Quando arrivai a casa i miei andarono su tutte le furie, mi costrinsero a restituire lo zaino, ma me ne comperarono subito uno perché avevano capito che ero determinata.

Tosta, pensò Gianmanco. A tre quarti del libro lesse:

Rita e Antonio erano sempre così “carini” assieme, come direbbe Rita. Si rinchiudevano nella stanza di Rita e parlavano, parlavano, parlavano… era chiaro che non sarebbe continuato. Non si possono fare i piccioncini per due anni. Antonio è un ragazzo così sensibile, usciva a occhi bassi dalla camera e poi si scusava sempre per la sua presenza. Io tiravo certe occhiatacce a Rita. Comunque mi scocciavano: dovevo studiare per l’esame di diritto che era molto impegnativo. Ho dovuto prendere Rita a quattrocchi per stabilire con precisione dei limiti.

Per fortuna che non ho coinquilini, pensò. Ripose il libro sul divano. Visto che non poteva restituire il libro prima del giorno dopo, telefonò a Michele per accordarsi per la partita di calcetto. Michele accampò una serie di scuse — doveva accompagnare la madre dal dottore, doveva studiare — ma poi Gianmarco lo convinse. Non ti viene l’infarto a giocare, disse a Michele riluttante.

«Mi avete consegnato il libro sbagliato» disse Gianmarco la mattina dopo alla giovane bibliotecaria. Le porse il libro e la tessera della biblioteca. La ragazza — Rita, lesse sul cartellino — si scusò.
«Non c’è il bibliotecario?» chiese Gianmarco, «quello magro che somiglia al dottor Frankenstein.» Rita rispose che non lo conosceva, però era stata assunta di recente e non conosceva ancora tutti. Passò l’etichetta allo scanner e lesse il titolo sullo schermo del computer. Era il testo che Gianmarco aveva chiesto in prestito. Gianmarco prese seccato il libro dalle mani della bibliotecaria. Titolo e contenuto corrispondevano al testo che doveva usare per preparare l’esame.
«Devo essere stato ubriaco ieri sera» disse.
Rita gli rispose comprensiva, anche lei non ci stava con la testa in quel periodo, una sua amica era morta, uccisa da un pirata della strada. Gianmarco le rispose distrattamente con una formula di cortesia, non riusciva ancora a capire cosa gli era successo la sera prima, sicuramente un suo trucco complicato per non studiare.
A casa, prima di mettersi a studiare, Gianmarco telefonò a Michele per mettersi d’accordo per la serata.
«Sai che ieri sera mi sono fatto una storia pazzesca per non studiare? Mi sono inventato che il libro che avevo preso in prestito fosse diverso, che avessero sbagliato a consegnarmelo in biblioteca… l’autobiografia di una tizia mai sentita… Questo esame mi fa impazzire… studiare non serve a niente, cosa vuoi imparare all’università? Quello che conta sono i contatti, un lavoro lo trovi se conosci le persone giuste. Io lavorerò nello studio di un amico di mio padre, siamo già d’accordo… Un figlio di papà? Cresci! I libri non insegnano nulla: ci vogliono giuste conoscenze ed esperienza. Ma allora, giochi o no a calcetto?»
Michele non capiva nulla della vita, glielo diceva sempre Gianmarco. Proveniva da una famiglia di bottegai, non era certo spronato alla competizione. Comunque lo aveva convinto ad aiutarlo a scrivere la tesi, questo era importante.
Si sedette sul divano e accese la televisione. Con riluttanza estrasse il libro blu dallo zainetto. Che strazio questo esame.
Guardò il titolo incredulo, era l’autobiografia di Valentina Zanco. Sfogliò brevemente il libro rendendosi conto che non poteva essere il saggio che aveva richiesto.
«Vaffanculo» gridò lanciando il libro attraverso la stanza, contro il muro. Il libro ricadde dietro la televisione come una farfalla morta, le ali aperte. Le pagine schiacciate e piegate contro il pavimento.
«Mi state prendendo per il culo? Con chi cazzo pensate di avere a fare?» Si era alzato in piedi e ora urlava con i pugni stretti alla stanza vuota. Alla televisione, una valletta seminuda faceva delle battute ai concorrenti del quiz. «Vaffanculo, vaffanculo, vaffanculo» gridò senza ottenere risposta, solo il chiacchiericcio di sottofondo della televisione. Il buio premeva dai vetri freddi delle finestre. Rabbrividì. Decise di farsi una doccia bollente per calmarsi.
Rilassato, indossando l’accappatoio di spugna morbida, andò a recuperare il libro. Alcune pagine erano piegate, poco male, tanto nessuno se ne sarebbe accorto, nessuno avrebbe richiesto quel libro idiota. Anche un angolo della copertina rigida era ammaccato, lo sistemò alla bell’e meglio. Doveva metterlo nello zaino per riportarlo il giorno dopo in biblioteca, ma per un qualche impulso lo aprì, e un paragrafo a fine pagina attirò la sua attenzione.

Devo essermi rincoglionita, ho preso in prestito due volte un libro sbagliato. Sono peggio di Rita, che finora non ha mai sospettato nulla di me e Antonio. Santo dio, come si fa ad essere così scema, vivendo sotto lo stesso tetto ogni giorno. Qualcuno si merita

Stava per voltare pagina quando squillò il cellulare. Riconobbe la voce monotona del bibliotecario, il Barone Frankenstein, che si scusava per la consegna del libro sbagliato. Buttò il libro sul divano.
«Cos’è, vi siete messi d’accordo?» disse Gianmarco. «Sono su Scherzi a parte? Candid Camera? Una cavia per un esperimento scientifico? Me lo dica per favore.» Il bibliotecario rispose che non capiva. Gianmarco continuò: «Chi volete prendere in giro? Si può sapere come lavorate in biblioteca? Non ho tempo da perdere, ha capito? Sono due volte che vengo in biblioteca per un libro e due volte me lo consegnate sbagliato. Se questo è il servizio pubblico, povera Italia!» Il bibliotecario si scusò ancora. Gianmanco alla fine tagliò corto e chiuse la comunicazione senza salutare. Ora si sentiva meglio.
La mattina dopo ritornò in biblioteca.
«Mi ha chiamato il Barone Frankenstein ieri» disse a Rita che lo guardò a disagio. Sorrise all’incertezza della ragazza. «Cos’è, si è dimenticata che mi ha consegnato un libro dalla copertina blu, sbagliato per la seconda volta? È lei che si diverte a fare i giochi di prestigio?» Rita disse che le dispiaceva molto, ma non conosceva quel bibliotecario, aveva chiesto alle colleghe, ma anche loro non sapevano nulla. «Che mistero affascinante!» la interruppe Gianmarco con un sorriso storto. Rita lo guardò intimidita, poi suggerì che forse era un problema del software, ma le sembrava che anche lui avesse controllato il libro. Gianmanco ribattè spazientito: «Ad ogni modo io mi ritrovo con due giorni persi per lo studio con i vostri giochetti.» Rita si scusò ancora, ritirò il libro blu che gli porgeva Gianmarco, inviò una nuova richiesta, e andò a recuperare il libro. Ritornò con un altro libro dalla copertina blu.
«E questo cos’è?» disse Gianmarco. «Un altro scherzo?» Prese il libro di malo modo. «Avete proprio risparmiato sulle rilegature. Un bello stock di rilegature tutte uguali.» Rita non rispose. Gianmarco controllò con pignoleria il libro aprendolo più volte. Rita taceva.
«Spero che stavolta sia finita con i giochetti» disse. Rita controllò al computer il codice che appariva sulla seconda di copertina. «È il libro richiesto» confermò. Gianmanco mise il libro nello zainetto e se ne andò borbottando un saluto. Quando uscì dai grandi cancelli della biblioteca riaprì lo zainetto per controllare. Sfogliò il libro, era quello per l’esame. Rimase con il libro in mano. Vaffanculo anche l’esame, si disse, tanto studiare non serve a un cazzo. Ritornò al bancone e riconsegnò il libro alla bibliotecaria stupita.
Quando entrò in casa vide il libro sul tavolino davanti al divano. Ma che cazzo! Lo afferrò prima ancora di togliersi la giacca. Era la biografia di Valentina Zanco. Infiammato dalla rabbia cominciò a stracciare le pagine, urlando che gliela faceva vedere lui a quegli stronzi che volevano prenderlo in giro. Teste di cazzo. La copertina fu più difficile da sfasciare, avrebbe voluto strapparla a morsi, dilaniarla fino a ridurla a brandelli quella maledetta copertina blu. Finalmente ci riuscì e sorrise, soddisfatto come l’assassino che si è liberato del corpo della vittima tagliandolo a pezzi. Buttò tutto nel cestino, poi ci ripensò. Prese il cestino e uscì per gettare il libro smembrato nella spazzatura. Rientrò in casa più sollevato. Si guardò attorno. Bene, non c’era alcun libro. Poggiò il cestino sul pavimento, c’era rimasta appiccicata sul fondo una strisciolina di carta delle pagine che aveva strappato. Non poté fare a meno di leggere:

Accartocciai le pagine e le guardai bruciare sul terrazzo, ma quando rientrai in soggiorno

La frase finiva lì. Gianmarco fu preso da una certa inquietudine, c’era qualcosa che non andava ma non sapeva dire cosa, qualcosa che gli prudeva nello stomaco e risaliva l’esofago, come un verme che cercasse la via d’uscita dalla sua bocca. Infuriato, appallottolò il pezzettino di carta e tenendolo stretto nel pugno uscì di casa per gettarlo nel cassonetto.
Rientrò. Il libro era sul tavolino.
Sentì l’acido dello stomaco che gli bruciava il fondo della gola. Se la massaggiò, gli sembrava di strozzarsi, come se la testa del verme gli impedisse di deglutire. Stava per vomitare. Si guardò attorno, sperando di vedere qualcuno sbucare da dietro una porta per poter ridere assieme dello scherzo, ma c’erano solo lui e il libro. Fu afferrato da una paura superstiziosa, non osava avvicinarsi a quello che fino poco prima era un oggetto comune, come tanti altri. La stupida canzoncina della suoneria del suo cellulare lo fece sobbalzare, fu sollevato di sentire la voce amica di Michele. Tenendo sott’occhio il libro si sedette sul divano, rimando però a distanza.
Michele sembrava su di giri, aveva conosciuto una ragazza, per ora erano amici, ma chissà. Gianmarco rimase ad ascoltare. Avrebbe voluto raccontare la storia del libro, ma ora gli sembrava assurda. Non poteva mostrarsi spaventato da una tale cazzata, c’era sicuramente una spiegazione logica. Michele lo invitò a giocare a calcetto, Gianmanco esitava: non ne aveva voglia, si sentiva stanco, aveva studiato troppo. Michele lo prese in giro, non gli sarebbe venuto l’infarto a giocare. Di controvoglia, Gianmarco accettò. Preparò la borsa e, prima di uscire, prese con due dita il libro e lo mise nella borsa senza guardarlo, lo avrebbe gettato in un cassonetto, non quello vicino a casa, ma uno per strada.
Lo sforzo fisico lo distrasse. La compagnia dei giocatori e la vincita della squadra per cinque a due lo misero di buon umore. Si congratulò con se stesso per aver scelto di andare a giocare. Davanti al portone di casa scacciò la sensazione di vuoto allo stomaco. La casa era buia, gli dispiaceva che i suoi genitori non fossero ritornati dalle vacanze, avrebbero potuto cenare assieme. Quando accese la luce evitò di guardare il tavolino, ma fu la prima cosa che osservò. Ebbe l’impressione di vedere un vuoto tra gli oggetti ammonticchiati sul tavolino, il negativo del libro. Bene, non c’era più, pensò. La casa era silenziosa, prudentemente fece il giro delle stanze. Camminava con lentezza per non smuovere l’aria, non farla addensare nella sostanza del libro dalla copertina blu.

Si svegliò nel mezzo della notte respirando con affanno, come se avesse interrotto un brutto sogno. L’oscurità della stanza era una coperta soffocante. Accese la lampada e vide sul comodino il libro blu. Spalancò gli occhi come se avesse visto un serpente arrotolato che da un momento all’altro avrebbe potuto scattare per azzannarlo. Il cuore gli pompava contro le costole quasi volesse spezzarle. Il suo braccio si allungò fuori dalla coperta. Sentì la copertina ruvida sotto le dita. Il libro non era pesante, si sollevava con facilità avvicinandosi a lui con naturalezza. Perché lo stava sfogliando? Era ovvio, doveva aprirlo se voleva sapere cosa c’era scritto. Sulla prima pagina lesse il titolo:

Gianmarco Sentieri (1987 — 2011)
Un’autobiografia

Rilesse il titolo inebetito, poi la sua mano destra di mosse per voltare pagina.
La lampadina scoppiò con un plop, facendo precipitare la stanza nelle tenebre. Gianmanco si mise a urlare, il libro cadde sulle coperte, ma stavolta sembrò pesante come un macigno. Le lenzuola parevano afferrargli i piedi, e più scalciava più gli si attorcigliavano alle gambe. Urlava lottando contro lenzuola e coperte che lo schiacciavano verso il basso. Sentiva di precipitare sempre più velocemente in un pozzo profondissimo dalle pareti nere e viscide. Respirava sempre più a fatica, finché sentì una fitta intensa al petto, come se un coltello l’avesse trafitto, poi il dolore aumentò aprendosi un varco nella carne del braccio sinistro, della schiena, fino a raschiare i denti e la mandibola.
Infine, il buio.

Michele seguì la sua nuova amica in biblioteca per ritirare dei libri.
«Come va lo studio?» chiese Michele. «È un esame tosto.»
«Non potresti fare a meno di ricordarmelo?» rispose la ragazza. Michele si scusò sentendosi in colpa per aver ferito la sensibilità dell’amica.
Avevano fatto richiesta per due copie dello stesso libro. Il bibliotecario con il vecchio grembiule nero mise sul bancone i volumi, sopra quello rilegato con la copertina rigida blu. Spiegò che il libro si era sfasciato, così l’avevano fatto rilegare, ma erano due copie identiche. La ragazza afferrò il libro blu. «È più bello, lo prendo io» disse a Michele che acconsentì con galanteria.
Seguita da Michele, la ragazza uscì impettita dalla biblioteca con in mano il libro blu, mentre il bibliotecario la fissava in silenzio.


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