Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
INTERRUTTORE
Proprietario
Massimiliano Nuzzolo, autore de "L'ultimo disco dei Cure" (Sironi Editore, 2004) e "Tre metri sotto terra" (Coniglio Editore, 2007)


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1000 €
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A proposito di questo oggetto...
Le strane cose del sabato
di Stefano Barbarino e Massimiliano Nuzzolo

E’ un sabato indistinto che soffoca incolore sotto una cappa di nebbia, invisibile come il ciao che sto per centrare immettendomi da una laterale.
Il traffico si premura di ricordarmi un ritardo accusato nel tour settimanale con tappa prima al videonoleggio, poi al supermercato, rispettando un itinerario dettato dalle istruzioni per la conservazione dei surgelati. Dopo aver graziato il motorino e il suo cavaliere – è stato duro, credetemi! – seguo il ticchettio nervoso e ovattato della freccia, ne seguo la direzione, trovandomi immediatamente dietro a quelle due ruote che, come prevedevo, non si scostano dal centro strada, per tre o quattrocento metri, poi il semaforo impone la propria estatica contemplazione. Respiro con calma, anche se rilevarlo non m’aiuta, distendo i miei pensieri al di là del finestrino, lungo l’asfalto, grigio nonostante l’umidità. È un passante a interrompere le mie sinapsi stanche, prima del verde, penetra nel campo visivo come un fastidioso insetto nell’occhio, subito scacciato, poi inquadro e metto a fuoco. Avrà la mia età, considero, ricordandomi per un momento undicenne, goffo e paffuto. L’attraversamento per lui è un impegno serio, nessun giochetto con le zebre: i passi pestano con rigida attenzione ora il nero ora il bianco in una calcolata sequenza. A meno di due metri dal marciapiede – oh agognato traguardo! – per un istante,
i nostri sguardi si specchiano e a causa di un gesto frettoloso delle sue mani tenute finora ben calcate nelle saccocce adorate del suo giubbino blu, qualcosa cade, lui non se ne accorge nemmeno, senza rumore, senza rotolare, una caduta fiacca e definitiva. Un battito di palpebre e le sue pupille sono sfuggite,lontane: troppo tardi per avvisarlo della perdita di qualcosa.
Solo ora lo distinguo come un piccolo pacchetto, blu e
regolare come il giaccone, con un nastrino giallo che lo chiude – un regalo? – del cui destino mi sento in qualche modo responsabile.
La circolazione riprende con maggiore rapidità di qualsiasi mia reazione, ora mi spinge a svoltare a destra, la direzione che ha preso il ragazzino, il motorino è ormai lontano per un’altra strada. Curvando faccio attenzione a non schiacciare il regalo con le ruote, anche se per un momento vorrei distruggerlo e farla finita, invece lo seguo con lo sguardo, curioso di capire cosa possa contenere, ma se già l’involucro è del tutto anonimo, la sua forma rettangolare non lascia intuire nulla, immagino al suo interno una scatola che, come contenitore supplementare, renda ancor più vano ogni tentativo di comprensione.
Costeggio il bordostrada, cercando di intravedere il bambino tra gli spazi casuali della siepe divisoria, mentre nella mia mente si sovrappongono i regali di quell’età, i primi che potessi permettermi, anche se si trattava di una riconversione delle mance. Il loro ricordo, l’assoluta importanza di quei modesti ma preziosi oggettini comprati con l’intento ancora approssimativo di accedere ad un gusto che non fosse il mio, questa molla spinta con tanta forza dal passato trasforma una cortesia in una necessità personale. Provo ora, con la stessa chiarezza con cui dopo anni riaffiorano i profumi completamente dimenticati, la precisa sensazione che nei miei regali si nascondesse qualcosa di talmente inatteso e impensabile, da non poter essere non solo indovinato, ma neppure concepito. Il blu del giaccone filtra scuro in mezzo al verde degli oleandri, faccio un’inversione e accelero verso l’incrocio, dove sono costretto a fermarmi nuovamente, localizzo l’involucro ancora intatto e continuo a ripetermi la stessa domanda, ora è divenuta una vera ossessione: cosa c’è dentro?
Accosto, due ruote sul marciapiedi subito dopo l’angolo, le quattro frecce a segnalare l’emergenza, faccio in tempo a raggiungere il mio oggetto senza dover attendere ancora l’avvicendarsi delle luci sul semaforo, ma non a tornare alla macchina, abbandonata sull’altro lato e in quel momento mi accorgo che il bambino, in lontananza, sta tornando indietro, con gesti smarriti che cercano nelle tasche e nella ricostruzione del percorso. Voglio solo vedere, giuro, poi qualcosa farò, lo restituisco, dico di averlo trovato già aperto, che glielo stavo riportando o se mi sbrigo a finire di scartarlo lo lascerò in vista, affinché lo trovi, il nastro ormai è strappato, lo getto al di là del muretto, ecco, sul muretto lo lascio, la carta tanto vale stracciarla ormai, ne troverà dell’altra, la lascio per terra così si accorge dov’è ciò che ha perso.
Un interruttore.
Bianco, rettangolare, di plastica. Sembra di quelli che si collegano tra due fili, un’estremità alla lampada, l’altra alla presa della corrente. Ormai è vicino, scappare non avrebbe senso, è il suo regalo e non potrei portarmelo via, però non riesco ancora a capire ciò che non potrei sicuramente chiedere.
Perché incartarlo? La mia curiosità si è spostata ora, non più sul contenuto, ma sulla sua funzione, che un regalo serva a qualcosa non è neppure necessario, ma un paradosso non può celare un simile mistero.
«E’ mio! Dammelo!»
clic
Dall’altra parte della strada un boato mi scaraventa a terra, sulla carcassa della mia macchina in fiamme le frecce hanno smesso di lampeggiare, del bambino vedo solo le spalle allontanarsi con assoluta calma.

Può un sabato essere a tal punto indistinto da insinuarsi, incolore, sotto una cappa di nebbia? Certo è che un ciao con il faro spento diventa praticamente invisibile, tanto che sto per centrarlo immettendomi da una laterale. Cerco di ripigliarmi inserendomi nel traffico, che sembra organizzato appositamente per attutire il mio ritardo nelle incombenze settimanali: tappa al videonoleggio, poi al supermercato, un meticoloso percorso tra la superstizione e la conservazione dei surgelati, per evitare conseguenze inimmaginabili. Dopo aver graziato il motorino e il suo cavaliere – giurerei piuttosto d’averlo preso, credetemi! – seguo il ticchettio surreale della freccia, ne prendo la direzione, trovandomi immediatamente dietro a quelle due ruote che mi riportano alla realtà, non si scostano dal centro strada. Seguo quell’ombra appena tre o quattrocento metri, poi il semaforo, all’improvviso, impone la propria trascendentale contemplazione. Respiro con calma, anche se rilevarlo non mi aiuta, distendo i miei pensieri al di là del finestrino, lungo l’asfalto, grigio come il cemento da cui mi sento avvolgere, nonostante l’umidità. È di un passante l’ombra che irrompe dal nulla, prima del verde, penetra nel campo visivo come un minuscolo impercettibile insetto nell’occhio, subito scacciato, inquadro e tento di mettere a fuoco ciò che ancora non comprendo. Avrà la mia età, considero, ricordandomi per un momento undicenne, goffo e paffuto. L’attraversamento per lui è un impegno serio, quasi gli fosse stato impedito di giocare con le zebre: i passi pestano con rigida attenzione ora il nero ora il bianco in una calcolata sequenza. A una distanza imprecisabile dal marciapiede – ma che ci sarà, poi, dall’altra parte? – per un istante, i nostri sguardi si intuiscono, sembrano riconoscersi attraverso gli anni, ma a causa di un gesto frettoloso delle sue mani finora sparite nelle anse senza fondo del suo giubbino verde, qualcosa cade, lui non se ne accorge nemmeno, senza rumore, senza rotolare, una caduta fiacca e definitiva. Un battito di palpebre e le sue pupille non sono mai esistite: troppo tardi per avvisarlo della perdita di qualcosa.
Solo ora lo distinguo come un piccolo pacchetto, verde e regolare come il giaccone, con un nastrino giallo che lo chiude – un regalo? – del cui destino mi sento in qualche modo responsabile.
Abbasso il finestrino e grido al giovane distratto, ma quello fila via dritto, sembra non sentirmi, grido più forte e quello scompare dietro l’angolo. Scendo dall’auto, raggiungo il pacchetto verde, lo sollevo, lo scuoto e corro dietro al ragazzino.
Ma dietro l’angolo non c’è nessuno. Dove può essere finito?
Non mi rimane che scartare questo bel pacchetto.
Lo apro.
Un interruttore.
Bianco, rettangolare, di plastica. Sembra di quelli che si collegano tra due fili, un’estremità alla lampada, l’altra alla presa della corrente.
Provo a pigiarlo.
clic
Il cielo diventa ancora più piatto, di un grigio uniforme, apatico, e un oscuro silenzio riempie l’aria. I clacson delle automobili interrompono il loro gracchiare isterico. Tutto sembra immobile. Mi guardo intorno: non c’è anima viva. Mi metto a correre, entro prima in un bar, poi in un negozio, in un altro.
Nessuno.
Solo il silenzio e il rumore del vento che soffia.
Come in un episodio di “Ai Confini della Realtà”…

Che razza di sabato! Striscia privo di luce sotto una coltre di nebbia, cupo al punto di inghiottire il ciao che per poco non centro immettendomi da una laterale. Il traffico snervante si premura di ricordarmi un ritardo accusato nel tour settimanale con tappa prima al videonoleggio, poi al supermercato, rispettando una gerarchia pronta a culminare nei surgelati. Dopo aver risparmiato il motorino e il suo cavaliere – oh, in una giornata come questa il presagio è un lugubre, provvidenziale timoniere, credetemi! – seguo il ticchettio secco e angosciante della freccia, ne seguo la direzione, trovandomi immediatamente dietro a quelle due ruote che, come prevedevo, non si scostano dal centro strada. Seguo il persecutore appena tre o quattrocento metri, poi il semaforo impone la propria assurda contemplazione. Respiro con calma, anche se rilevarlo non m’aiuta, distendo i miei pensieri al di là del finestrino, lungo l’asfalto, reso ancora più scuro e viscido dall’umidità. È un passante a infiltrarsi nelle mie orbite irrequiete, prima che si
possano liberare di quel rosso, penetra nel mio campo visivo come un sudicio insetto nell’occhio, subito scacciato con repulsione, poi inquadro e metto a fuoco. Avrà la mia età, considero, ricordandomi per un momento undicenne, con quell’aspetto e movimenti che, in confronto agli altri, mi facevano sentire deforme. L’attraversamento per lui è un passaggio compassato, le sue scarpe pestano con grave determinazione ora il nero ora il bianco in una calcolata sequenza, noncuranti delle zebre che sopportano in silenzio. A meno di due metri dal marciapiede – oh, illusorio traguardo! – per un istante, i nostri sguardi si incrociano e a causa di un gesto frettoloso delle sue mani tenute finora ben nascoste nelle tasche imperscrutabili del suo giubbino nero, qualcosa cade, lui non se ne accorge nemmeno, senza rumore, senza rotolare, una caduta fiacca e definitiva. Un incauto battito di palpebre e le sue pupille sono già dinanzi a lui, sicure e lontane: troppo tardi per avvisarlo della perdita di qualcosa.
Solo ora lo distinguo come un piccolo pacchetto, nero e regolare come il giaccone, con un nastrino giallo che lo chiude – un regalo? – del cui destino mi sento in qualche modo responsabile e protagonista. Rido, nervosamente, mentre penso alla stupidità e all’incredulità di quel bamboccio quando si accorgerà di aver perso il pacchetto. Accosto con l’auto e con nonchalance lo raggiungo e lo raccolgo da terra.
Lo scarto lentamente.
Un interruttore.
Bianco, rettangolare, di plastica. Sembra di quelli che si collegano tra due fili, un’estremità alla lampada, l’altra alla presa della corrente. Chissà che succede a schiacciarlo, michiedo mentre le mie dita anticipano il pensiero.
clic
Guardo verso l’alto e una strana cosa nera si avvicina, crea un cono d’ombra che cresce veloce e inesorabile sulla città: è un meteorite enorme. Non ci darà scampo, oddio sto per morire…

Sabato cerca di passare inosservato, sotto una cappa di nebbia che lo strangola, invisibile come il ciao che sto per investire nell’immettermi da una laterale. Il traffico mi riassorbe repentino, nel riportarmi al recupero di quel ritardo nel solito giro settimanale, la tappa al videonoleggio e poi il supermercato, per non far soffrire i surgelati. Evito di coinvolgere il ciclomotore – che tentazione, credetemi! – seguo la raffica appuntita di ticchettii della freccia, ne prendo la direzione, per tallonare quelle due ruote che, come prevedevo, altro non fanno che seguire la linea di mezzeria. Incalzo il mio persecutore per soli tre o quattrocento metri, poi il semaforo impone la propria indesiderata contemplazione. Mi sforzo di respirare con calma, ma rilevarlo non m’aiuta, getto i miei pensieri al di là del finestrino, stendendoli sull’asfalto, grigio e ruvido nonostante l’umidità. Un passante irrompe incautamente nella mia visuale, prima che si decida il verde, penetrando nel mio campo visivo come un seccante insetto nell’occhio, subito scacciato, che poi inquadro per mettere a fuoco. Avrà la mia età, considero, ricordandomi per un momento undicenne, goffo e paffuto. L’attraversamento per lui è un impegno serio, senza considerare alcun gioco con le zebre: i passi calpestano con rigida attenzione ora il nero ora il bianco in una calcolata sequenza. A un paio di metri dal marciapiede – maledetti incroci – per un unico istante, un attrito tra i nostri sguardi, poi estrae in fretta le mani, vuote, dai meandri del suo giubbino rosso e qualcosa cade, senza rumore, senza rotolare, una caduta fiacca e definitiva, lui impassibile, non se ne accorge nemmeno. Un battito di palpebre e le sue pupille sono schizzate via, lontane: troppo tardi per avvisarlo della perdita di qualcosa. Solo ora lo distinguo come un piccolo pacchetto, rosso e regolare come il giaccone, con un nastrino giallo che lo chiude – un regalo? – del cui destino mi sento in qualche modo responsabile.
Suono il clacson. Il ragazzo si gira ed io gli indico ciò che ha perso, proprio lì, in mezzo alla strada. Quello non capisce e si volta per la sua strada. Allora scendo dalla macchina, raccolgo il pacchetto da terra e lo inseguo. La curiosità mi spinge a scartarlo, anche se non dovrei, ma che importa?
Un interruttore.
Bianco, rettangolare, di plastica. Sembra di quelli che si
collegano tra due fili, un’estremità alla lampada, l’altra alla presa della corrente. ‘Sti giovani non finiranno mai di stupirmi.
Ci giocherello un po’.
clic
Lo raggiungo e batto sulla sua spalla per fermarlo, gli porgo il pacchetto, il ragazzino mi sorride, estrae una pistola dalla tasca e fa fuoco. Io cado a terra in una pozza di sangue che fa rossa la strada, poco dopo sento il suono delle ambulanze lontane…

È sabato, per quanto soffochi indistintamente incolore sotto una cappa di nebbia, invisibile come il ciao che sto per centrare immettendomi da una laterale. Il traffico mi coinvolge, forse per farmi recuperare un ritardo accusato nel tour settimanale: supermercato, videonoleggio, sbattendomene di una gerarchia che culmina nei surgelati. Dopo aver schivato il motorino e il suo occupante – che manovra, eh? – seguo con la mano sul volante il ticchettio ritmato della freccia, la sua direzione, trovandomi immediatamente dietro a quelle due ruote che, figurarsi, sembrano progettate per correre su una striscia
discontinua. Seguo la mia persecuzione per appena tre o quattrocento metri, poi il semaforo impone la propria alternata contemplazione. Rosso. Respiro con calma, mi stupisco a rilevarlo, poi sgranchisco i miei pensieri al di là delle trasparenze del finestrino, lungo l’asfalto, grigio, umido e tappezzato di cicche. È solo un passante quello che interrompe la mia contemplazione, prima del verde, scocciando il mio campo visivo come un misero insetto nell’occhio, subito scacciato, poi inquadro e metto a fuoco. Avrà la mia età, considero, ricordandomi, ma solo per un momento, undicenne, goffo e paffuto. Ma attraversare per lui sembra una faccenda già troppo seria, nessun giochetto con le zebre: i passi pestano con rigida attenzione ora il nero ora il bianco in una noiosa sequenza. A meno di due metri dal marciapiede – capirai che traguardo! – per un istante, i nostri sguardi si intersecano, ma per un gesto incauto delle sue mani tenute finora ben calcate nelle calde saccocce del suo giubbino marroncino, qualcosa cade, neanche se ne accorge, né io percepisco alcun rumore, rotolamento, solo una caduta fiacca e definitiva. Un batter d’occhi, come si suol dire, poi le sue pupille son dritte avanti, lontane: troppo tardi per avvisarlo della perdita di qualcosa.
Solo ora lo distinguo come un piccolo pacchetto, marroncino e regolare come il giaccone, con un nastrino giallo che lo chiude – un regalo? – del cui destino mi sento tuttavia in qualche modo responsabile. Povero ragazzino!
Il semaforo scatta verde ed io ingrano la prima. Il pacchetto marroncino viene disintegrato sotto le mie ruote e un sorriso beato mi si stampa sul volto. Ora la mia giornata sarà sicuramente più bella. Svolto a destra e vedo il ragazzino che si sta frugando nelle tasche, ha un’espressione stranita, povero stronzetto. Non riesco a trattenermi e gli faccio un gestaccio dall’abitacolo.

È un sabato indistinto che soffoca incolore sotto una cappa di nebbia, invisibile come il ciao che sto per centrare immettendomi da una laterale. Il traffico si premura di ricordarmi un ritardo accusato nel tour settimanale con tappa prima al videonoleggio, poi al supermercato, poi chissà dove.
Basta non far squagliare i surgelati. Dopo aver graziato il motorino e il suo cavaliere – oh, è stato un giochetto, credetemi! – seguo il ticchettio nervoso e ovattato della freccia, ne seguo la direzione, trovandomi immediatamente dietro a quelle due ruote che, come prevedevo, non si scostano dal centro strada. Seguo il mio persecutore per appena tre o quattrocento metri, poi il semaforo impone la propria estatica contemplazione. Respiro con calma, anche se rilevarlo non m’aiuta, distendo i miei pensieri al di là del finestrino, lungo l’asfalto, grigio nonostante l’umidità. È un passante ad interrompere le mie sinapsi stanche, prima del verde, penetra nel mio campo visivo come un fastidioso insetto nell’occhio, immediatamente scacciato, poi inquadro e metto a fuoco. Avrà la mia età, considero, ricordandomi per un momento undicenne, goffo e paffuto.
L’attraversamento per lui è un impegno serio, nessun giochetto con le zebre: i passi pestano con rigida attenzione ora il nero ora il bianco in una calcolata sequenza. A meno di due metri dal marciapiede – oh agognato traguardo! – per un istante, i nostri sguardi si specchiano e a causa di un gesto frettoloso delle sue mani tenute finora ben calcate nelle saccocce adorate del suo giubbino giallo, qualcosa cade, lui non se ne accorge nemmeno, senza rumore, senza rotolare, una caduta fiacca e definitiva. Un battito di palpebre e le sue pupille sono sfuggite, lontane: troppo tardi per avvisarlo della perdita di qualcosa.
Solo ora lo distinguo come un piccolo pacchetto, giallo e regolare come il giaccone, con un nastrino dello stesso identico colore che lo chiude – un regalo? – del cui destino mi sento in qualche modo responsabile. Scendo dall’auto e raccolgo il pacchetto, svolto l’angolo inseguendo per un attimo il bambino, ma non lo vedo. Dove può essere finito? Poi la curiosità ha il sopravvento e inizio a scartare il pacchetto.
Un interruttore.
Bianco, rettangolare, di plastica. Sembra di quelli che si collegano tra due fili, un’estremità alla lampada, l’altra alla presa della corrente.
Lo schiaccio.
clic
Niente.
clic
Niente di niente
clic
clic
Maledetta lampadina. Rinuncio definitivamente ad accendere la luce, mi giro un’altra volta e riprendo a dormire.
Tanto… è sabato.


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