Antologia - Orbite vuote

Antologia

Orbite vuote
17 storie selezionate dal sito!








 

Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
VENTI CENTESIMI
Proprietario
Valter Binaghi, autore di L'ultimo gioco (Mursia; 1999), I tre giorni all'inferno di Enrico Bonetti (Sironi; 2007)


Prezzo

Acquista ora!


1000 €

A proposito di questo oggetto...
IL RESTO DI UN EURO
di Valter Binaghi
(Da: "Assedi e paure nella casa Occidente", Senzapatria editore)

Alla cassa del bar lo scrittore riceve una moneta da venti centesimi: il resto di un euro, per un caffè che non hanno ancora il coraggio di far pagare cifra tonda.
Li lascia nel piattino delle mance. Non saprebbe che farsene, proprio come del resto dei suoi giorni. Lo sa da stamattina. Il tumore è inoperabile, gli resta un mese o poco più.
Un mese, una manciata di ore che non bastano a redimere una vita, pochi spiccioli con cui non si può comprare niente.
Dietro al banco Maria Asuncion è l’albero della vita, mentre si curva a versare una sambuca al ragioniere in pausa pranzo, e i suoi seni sbocciano dalla maglietta scollata come arance nel sole. E’ un’ecuadoriana di vent’anni, per lei sola lo scrittore che l’ammira ogni mattina ha ritrovato nella memoria un’apprezzamento femminile che era comune nei suoi anni verdi, i Sessanta, quando le ragazze italiane avevano cosce tornite e sapevano ancora di stalla: sana. Com’è la sorella di Tizio? “E’ sana”, rispondeva il compagnone all’oratorio, oppure “E’ bona”, se già istruito alla cineteca nazionale dove il romanesco di Sordi dominava. Sana, bona, allegria rurale che associava il fascino muliebre a quello della giovenca. Tutto questo prima che le donne diventassero sexy, interessanti ed emancipate e l’appetito sessuale somigliasse sempre più a un vizio moribondo.
Ma c’è qualcosa di nuovo stamani, in Maria Asuncion. Cos’è quell’improvvisa floridezza nelle guance, quella luce di non sola cortesia nel sorriso, la dolcezza piena nei movimenti, non rapidi come al solito ma appena più lenti, quasi meditati e finalmente offerti in una grazia speciale, che fa di un gesto un rito?
Lo scrittore l’osserva, e a un tratto crede di aver capito. E’ incinta, pensa.
L’età e l’uso sciamanico dell’immaginazione gli hanno affinato quelli che i mistici chiamerebbero sensi spirituali. E’ la capacità di percepire l’intensità di vita o il grande dolore che traspare da un essere umano anche solo leggendo ciò che scrive, l’anima che va oltre le affinità del sangue, attraversa il ronzio dei pensieri e le maschere del sembiante per cogliere dell’altro il nudo volere. E’ l’unico modo per continuare ad amare o a detestare da vecchi, quando il contatto fisico e la seduzione delle parvenze esercitano solo un debole richiamo per la tua carne stanca, sostituiti dall’illusione estrema di una vita futura degli spiriti, sottratti alla mappa dolorosa dei ricordi, per una danza smisurata e senza spartito.
Piena di vita, ecco cos’è. Potrebbe essere incinta, e comunque, guardandola sai che per lei ci sarà un domani.
Chi se ne frega? sibila improvvisamente lo scrittore, rabbioso.
E’ adesso che la vorrebbe, subito.
La guarda annebbiato dal grappino, scendendo dalle spalle all’altra curva, a quel culo plebeo e ondeggiante come una rumba. Il buco da cui la vita gli sfugge goccia a goccia si è fatto d’improvviso appetito violento. Adesso per lui la mulatta sorridente è solo culo e fica. Carne cedevole a un abbraccio di naufrago, l’afrore salmastro della femmina finale in cui morire una buona volta, tuffandosi in quella peluria sperabilmente folta.
Ora le parlerà, senza nemmeno provare a sedurla, le ingiungerà di seguirla in un posto qualsiasi dove le alzerà le sottane, e lei capirà, certo che capirà, è una ragazza semplice e sana, non si rifiuta l’ultima scopata al condannato.
Figurandosi di avvicinarla, cercando le parole, misura la fragilità della propria cortesia, la scarsa attrattiva del suo linguaggio forbito e la ridicolaggine delle sue citazioni francesi, adesso lui vorrebbe essere il garzone del macellaio che è il suo convivente, e passa ogni mattina per il caffè senza scordarsi mai di tastarla dietro la cassa prima di andarsene, traendo buoni auspici giornalieri da una carezza alla sontuosa fregna di sua proprietà.
Fotterti, farcirti come un bignè, ingravidarti perfino, delira lo scrittore senza voce, e mentre la ragazza gli passa vicino senza badargli, si contempla spietatamente ridotto al comprimario di uno di quei filmacci visti da ragazzo nelle sale di periferia, dove Renzo Montagnani era assessore provinciale, o preside, o proprietario di un autosalone, e sbavava senza ritegno dietro una ninfetta di quarta liceo sognando un dereglement di fine settimana in cui cancellare la propria irrimediabile goffaggine piccolo borghese, e allora gli spunta una lacrima, anzi due, e piange come un vecchio rimbambito qualsiasi non per l’abiezione, nè per la trivialità in cui è sprofondato un attimo e nemmeno per il maledetto carcinoma, ma per la vita pura e semplice, che se ne va via di minuto in minuto, il paesaggio fugge dal treno Humphrey, e questi sono i titoli di coda.

Via, via, fuori di lì, da questi bar del centro dove la gente indaffarata di mezza mattina si lascia dietro profumi di rappresentanza e il ticchettio frettoloso dei tacchi, e la sterzata fessa di suole di gomma che muovono dai blocchi di partenza, loro che vanno tutti da qualche parte e tu da nessuna. Meglio cacciare la testa nel decrepito Bar Cucchi, per assicurarti che come sempre a quest’ora l’unica fauna apparentemente semovente è quella dei soliti quattro pensionati che si giocano la birra a scopone più il Tarenzi, che legge la Gazzetta dello Sport a un tavolino da solo. La legge tutta, dai fulgori gigatitolati delle partite di Champion’s League ai minuscoli trafiletti dei campionati di promozione.
Qua c’è gente più consona alla situazione, piccoli roditori abbarbicati come te all’ultimo torsolo di vita, gente che mastica piano, per far durare l’ultima merenda. Mica tutti, però. Il Tarenzi si vanta che lui la fica la vede ancora: quella della badante ucraina di sua moglie, che i figli gli hanno messo in casa perchè di lui c’è poco da fidarsi. Dimentica i pentolini sul fuoco, il Tarenzi, ma la badante, una cicciona sui cinquanta coi capelli ancora biondi come le stoppie, si lascia leccare la fica e metterci il dito, e quando gode ride come una pazza – la moglie in camera non sente, con tutte le porcherie che le rifilano per calmare il dolore è più di là che di qua. Ecco, la sessualità meschina e prezzolata del Tarenzi è un buon modo per distoglierti dall’allupamento senile e farti provare una cosa a metà tra schifo e compassione, generando pensieri non dico più puri, almeno più umani.
“Come sta la Giulia?”
Lui alza gli occhi dal suo foglio rosato, e lo fissa con uno sguardo miope e stranito, prima che un guizzo impercettibile indichi l’avvenuto riconoscimento.
“Ue, lo scrittore. Come vuoi che stia? Col rosario in mano, dalla mattina alla sera. Non guarda nessuno, riconosce e non riconosce. Borbotta le sue preghiere, fin quando di là si comincia a sentire che mugola come un animale, e allora la Vania si alza e va a fargli la sua pera di morfina. Speriamo che finisca presto”
Stanchezza, disgusto, un fagotto gemente e ingombrante nell’altra stanza, e il clitoride gonfio e ancora appetitoso della badante sotto quel gonnellone di lana fuori moda, sarebbe tutto ciò che resta di quello che tutti chiamavano un matrimonio felice? Ma chi sei tu per giudicare? Che ne sai di quanto lo spettacolo quotidiano del dolore e dell’obnubilamento possano spolpare l’anima dai sentimenti e ridurla all’osso della pura sopravvivenza, prosciugata dalla compassione per i tuoi simili e perfino dall’amor proprio, quando l’esistenza si è lasciata tradurre nella chimica dei farmaci e dei bisogni?
Ecco, è questo che ti aspetta, è di questo che hai paura, più di qualsiasi altra cosa.
Tu che hai trovato parole argute e circonlocuzioni ubriacanti per raccontare l’agonia del millennio, sprofondi nell’afasia di fronte alla pura ipotesi della tua. Perchè dopotutto – così discuti con te stesso, mentre torni imbaccuccato verso casa – chi ha detto che dovrai sorbirti l’amaro calice fino alla feccia? Forse che mancano soluzioni chimiche, gassose o semplicemente meccaniche nel tuo trilocale ultramunito per saltare dal treno in corsa prima dell’impatto catastrofico, e scivolare pacificamente nell’abisso?

Una volta a casa lo scrittore accende il computer.
La posta è per metà spam, per l’altra metà inviti a presentazioni o performances di poeti locali che lui sistematicamente diserta.
Apre il browser in cui campeggia la funzione “ricerca” di Google.
Digita il suo nome.
Centonovantanovemila pagine recano il suo nome, il suo nome non sconosciuto, il suo nome rimpallato da blog e librerie virtuali, archivi di giornali e cataloghi di case editrici, recensioni benevole o semplici segnalazioni, promozioni editoriali e scambi di favori con amici degli amici. Un mosaico di tracce, una grandine di citazioni che attestano la sua esistenza storica e pubblica, e aumentano di giorno in giorno il perimetro della sua circostanza, il mausoleo dei ricordi, il vascello fantasma della sua sopravvivenza ultraterrena. E’ stato questo, fin dal primo titolo pubblicato, dalla prima segnalazione sulle pagine culturali di un quotidiano regionale, il termometro della sua consistenza, quello che pian piano ha ricevuto un’attenzione non esclusiva ma centrale, finchè i suoi rapporti umani (scrittori amici e nemici ma sempre rivali, lettori, benevoli o furenti commentatori di blog protetti da improbabili nicknames, contatti professionali) oltre che la sua agenda si sono interamente organizzati intorno all’unica questione assillante: che penserà (ma no, che pensi quello che vuole), che scriverà di me?
Tom Sawyer, fuggito sull’isola insieme ad Huck Finn e Ben Harper, si commuoveva al pensiero del suo funerale: la zia e l’odiato fratellastro Sid, ma anche la dolce Becky, avrebbero sparso lacrime sulla sua salma mentre lui, creduto morto e invece ben nascosto a spiarli, avrebbe goduto immensamente dell’amore che essi finalmente gli mostravano. Ma queste erano le fantasie di un adolescente dell’Ottocento, che poteva accontentarsi di un momento di gloria: oggi possiamo e dobbiamo aspirare alla perennità, noi che abbiamo scoperto l’ambigua consistenza del mundus imaginalis, la vita eterna del simulacro che rende puramente accidentale la consunzione dei corpi, nella Gerusalemme celeste del ciberspazio.
La ricognizione, come sempre, ha avuto un effetto rassicurante e benedicente. Adesso lo scrittore ha persino un leggero appetito. Il frigo non è che sia granchè fornito, ma due pomodori, una manciata di soncino, tonno in scatola e uova sode si rimediano sempre per una niçoise. Pane fresco non ce n’è, vanno bene i crackers.

Maledette uova. Perchè ti ostini a mangiarle, se sai che poi non le digerisci?
Il consueto pisolino postprandiale è una compilation dell’incubo. Prima ci sono immagini confuse di una partita di calcio all’oratorio, una quarantina d’anni fa. Pim, pam, bordate da un’area all’altra del campetto a sette, disimpegni a campanile alla “viva il parroco”, è tutto nel tuo stomaco che rimbalza, il bolo che ti sei trangugiato in un momento di euforia.
Poi arriva la roba seria. Il cane nero, quello di zio Ernesto.
Per capire questa parte del sogno, il lettore deve sapere che quel cane nero e brutto aveva una speciale predilezione per lo scrittore bambino. Ogni volta che andava in visita dallo zio con suo padre, mentre gli uomini parlavano e bevevano vino sotto la pergola, il cane gli scodinzolava dietro umilmente, in cerca di una carezza che raramente arrivava, e quando accadeva era accolta come un dono straordinario da quella creatura negletta, cui il padrone stesso riempiva la ciotola senza riservargli particolari tenerezze. Il bambino non era particolarmente compiaciuto di quella predilezione: infastidito, piuttosto, dall’esclusione dal discorso dei grandi, si lasciava seguire annoiato, come da un servo stupido ma indispensabile della cui goffaggine ci si vergogna. Un giorno in cui aveva tentato di inserirsi nel conversare dei due fratelli e ne era stato puntualmente respinto (“Va a giocare col cane, dai”), si era vendicato sulla povera bestia. Era entrato con lui in garage e poi ne era saltato fuori all’improvviso, chiudendo prontamente i battenti della porta e lasciandolo recluso. Il garage si trovava dall’altro lato della casa. Il padre e lo zio avevano continuato a discorrerere animatamente per tutto il pomeriggio senza udirne gli strazianti guaiti. Il bambino, seduto lì fuori, li udiva, compiangendo piuttosto se stesso che l’animale, cui aveva delegato la propria protesta per un’esistenza solitaria e insipiente. Solo al momento del ritorno a casa, gli adulti li raggiunsero e si accorsero del misfatto, riservando al bambino un poco severo rimprovero. Ma lo sguardo del cane, una volta uscito dalla sua prigione, gli aveva perforato l’anima. Era uno sguardo così terribilmente addolorato, da suonare come una condanna senza appello. Di fatto, da quella volta il cane smise di importunarlo. Anzi, durante le visite allo zio Ernesto, non gli capitò più nemmeno di vederlo, come se la bestia si rintanasse chissà dove per evitarlo di proposito.
Il sogno, dunque. Svanita la partita all’oratorio, gli pare di percorrere una galleria in penombra dove sono appesi ritratti incorniciati di personaggi fuggiti dalle più disparate letture e mitologie. Un Amleto con il teschio in mano, una Madame Bovary con generosa scollatura, l’Achille di una ceramica a figure rosse, il Cristo morto del Mantegna, Sitting Bull in una famosa foto in bianco e nero, Ben Gazzara nel ruolo del noto camorrista in un film visto e rivisto. Alla fine della galleria c’è una grande sala illuminata e al centro di questa un’enorme bilancia coi piatti d’oro. Un uomo dalla testa di sciacallo, (Anubi, il dio egizio dei morti), gli fa cenno di salire su uno dei due piatti, e lui esegue.
Un largo gesto della mano di Anubi, ed ecco uscire da non si sa dove un nuovo personaggio. E’ il cane nero, il cane di zio Ernesto. Ma questa volta l’animale non ha occhi, nè per lui nè per nessun altro . Al posto degli occhi ha due biglie bianchissime, eppure sembra che ci veda bene, perchè procede senza esitazione verso il piatto vuoto della bilancia, vi si accomoda, e con questo fa schizzare in alto l’altro piatto, dove è accoccolato lo scrittore. Possibile che un cane di taglia media pesi più di un uomo alto quasi uno e novanta e per nulla emaciato? Queste ed altre cose pensa il sognatore, prima di accorgersi che Anubi ha levato la destra nella sua direzione, ed è un gesto di condanna.

Svegliarsi sudato fradicio, alzarsi dalla poltrona, andare in bagno e scaricare uno, due fiotti di vomito nella tazza del cesso, senza nemmeno poter zittire la persecuzione del pensiero che calcola, deduce e conclude. Il cane nero. Quell’atto di crudeltà gratuita ma infantile, sarebbe il peggio di tutta una vita? In fondo, perchè no? Ne hai fatti di sgarbi, ne hai dati di ceffoni agli esseri umani, eppure ogni volta potevi dire di non essere stato tu a cominciare, hai mentito e calunniato, come tutti, ma non è forse vero che ti stavi difendendo da qualche altro genere di minaccia o persecuzione infame? Hai tradito, hai ferito, ma perfino il giudice più severo riconoscerà che dietro lo stupratore c’è un’anima a sua volta violata e incattivita. Il cane, invece. Quella violenza sull’innocente è l’atto di pura malvagità che ti condanna. Peggio ancora: che vita è stata la tua, se nemmeno una volta sei stato capace dell’equipollente follia di un atto d’amore puro e semplice, che bilanciasse il misfatto? Hai parlato, hai scritto, hai mercanteggiato compensi o successi. Argomenti importanti, certo, a volte si parla pure del futuro della specie, ma non è mai gratis: se non una manciata di euro a compenso, o una serata con la redattrice, sarà una pagina web in più ad aprirsi, un altro mattone aggiunto all’edificio della tua consistenza pubblica. Un gioco a somma zero, insomma.
Sei peggio che cattivo, sei scarso, sei niente.
E tu, che in una mezza giornata eri uscito indenne dall’orrore del declino e dallo spettro del dolore fisico, ti abbandoni finalmente a un pianto sconsolato, perchè peggio che non esser più e non esser buono è non esser stato, e adesso ti pare che quelle centonovantanovemila pagine web che recano il tuo nome siano come una cattedrale costata sangue sudore e risparmi di intere generazioni ma eretta in nome di un dio che non si è mai sognato di metterci piede.

Tutto questo, e la tua contrizione, durano fino alle sedici e cinquantacinque.
Alle sedici e cinquantasei ti telefona un amico editore, e ti chiede se ti andrebbe di partecipare con un tuo racconto a un’antologia, ci sono bei nomi, e l’argomento è abbastanza ampio da liberare la tua fantasia senza tenerti il guinzaglio corto.
La paura.
Si, certo, perchè no? Vai in bagno, ti lavi la faccia, ti metti al computer senza guardare la posta, un’idea ce l’avresti già e bisogna buttar giù una scaletta, prima che si squagli.
Gli esami clinici, il tumore, l’ultima voglia di fica, il perdono dei peccati, tutto questo passa sullo sfondo, perchè il passato è cattiva digestione e il futuro benzina per gli incubi. La vita è adesso, finchè c’è storie da raccontare, e un lettore che vuole da te l’incanto.


altri articoli horror
acquista oggetto horror