Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
GILET
Proprietario
Giancarmine Di Matola, lettore.


Prezzo

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199 €
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A proposito di questo oggetto...
Zombie: una storia d’amore
di Giancarmine Di Matola


Due ore dopo…
Sono nascosto, ma la cosa non è poi così grave, quello che è grave e che non riesco più a chiamare in ufficio, se non avviso il capo del mio ritardo mi beccherò un cazziatone che non finisce mai, senza contare che dovrò annullare tutti gli appuntamenti con i pochi clienti rimasti in città. Qui dentro non c’è campo, dovrei uscire all’aperto ma ho paura di incontrare uno di quei mostri o peggio ancora, qualche soldato della guardia nazionale; quelli prima ti sparano e poi ti chiedono come ti chiami. In tv dicevano che la zona orientale di Napoli era stata bonificata da tutti gli infetti, compreso il Centro Direzionale, evidentemente si sbagliavano. Il tizio fermo all’incrocio di Via Emanuele Gianturco sembrava il solito lavavetri nordafricano, appena mi sono fermato lui, invece di pulirmi il parabrezza, mi ha afferrato il braccio e con un morso mi ha staccato parte del mio grosso e definito bicipite, rovinando così il frutto di anni di palestra. Per fortuna un cecchino l’ha freddato con un colpo in fronte, poi, però ha cominciato a sparare anche a me e a quel punto mi sono precipitato fuori dall’auto per rifugiarmi nel sottoscala di questa palazzina.
Spero solo che a nessuno venga voglia di cercarmi.
La ferita al braccio sinistro mi fa un male cane, la tampono con dei fazzolettini di carta, sussultando per ogni fitta di dolore e per ogni sparo proveniente dalla strada, probabilmente il nordafricano non era l’unico mostro in giro.
Aspetterò qui finché i militari non se ne andranno, poi tornerò a casa per medicarmi e cambiarmi la camicia lacera e insanguinata. E pensare che l’avevo comprata proprio ieri da “Lemo”, il negozio di abbigliamento sotto casa mia, il proprietario stava per scappare dalla città e vendeva tutto con il cinquanta percento di sconto. Nella ressa ero riuscito a comprare questa fantastica camicia a righine di Armani e ora mi toccherà buttarla via.
In tv hanno detto che basta un solo morso per contagiarsi e diventare come loro, ma io non ci credo, penso invece che sia una di quelle notizie messe in giro per spaventare le persone. Da quando è scoppiata l’epidemia il mondo sembra come impazzito, non passa giorno senza sentire notizie di città invase da mostri assassini. Anche Simona si è fatta prendere dal panico, dice che non riesce più a contattare la parrucchiera e che vuole rinviare la data del matrimonio, intanto io continuo a pagare le rate del mutuo come un idiota.
Questa agitazione mi ha letteralmente stressato, mi siedo in un angolo buio per riposarmi e senza accorgermene, chiudo gli occhi.

Ventidue ore dopo…
Sto morendo, ma la cosa non è poi così grave, quello che è grave e che non riesco più a ricordare chi sono. Poco per volta sento svanire i miei ricordi e tra questi c’è anche il mio nome, forse cominciava con una “G” ma non ne sono sicuro. E pensare che io non ho mai dimenticato il nome di un cliente, di un PIN o il compleanno della mia ragazza, ora invece non ricordo neanche di cosa mi occupavo e qual’era il mio lavoro, però ho qualche indizio su cui lavorare.
Indosso una camicia a righine davvero figa e dei pantaloni grigi di ottima fattura, forse lavoravo in uno di quegli uffici dove la competizione tra colleghi veniva esasperata da capiufficio fanatici e senza scrupoli. La cosa buffa è che prima prendevo tutto maledettamente sul serio mentre ora mi viene solo da ridere, peccato che non riesca più a muovere i muscoli facciali.
Tra poco diventerò uno di loro, lo sento, e anche se l’idea non mi alletta, si tratta dell’unico progetto a breve termine su cui posso contare. Unico e solo.
Non ricordo quando è successo, però di una cosa sono sicuro. Quello che mi ha morso il braccio doveva essere un extracomunitario: forse un cinese o un nordafricano, ad ogni modo non fa molta differenza.
Nel taschino il cellulare vibra in continuazione per i messaggi ricevuti, vorrei prenderlo ma sono così debole che non riesco a muovere nemmeno un dito, eppure il fatto di non poterli leggere non mi pesa per niente, ad un tratto quei richiami alla vita frenetica di prima mi appaiono estranei e privi di significato, adesso voglio solo abbandonarmi a questa strana sensazione di pace che mi sta avvolgendo come una coperta. La ferita al braccio non sanguina più ed ha smesso di farmi male, ma il fetore che emana è qualcosa di rivoltante, qualcosa che somiglia al puzzo di cane morto.
Questo torpore mi procura delle strane allucinazioni, sento un oscuro fruscio di voci che si armonizza fino a diventare un richiamo irresistibile, una voragine mi si apre nello stomaco e nella mente, liberandola da ogni sorta di pensieri. Improvvisamente la stanchezza che mi attanagliava sparisce, lasciando il posto ad una strana vitalità, mi alzo seguendo il flusso delle voci e senza rendermene conto, sono in strada che mi trascino in mezzo a centinaia di esseri come me.

Ventidue settimane dopo…
Sono morto da un pezzo, ma la cosa non è poi così grave, quello che è grave è che non riesco più a camminare come si deve, mi trascino per strada come un ubriaco e la cosa un po’ m’imbarazza.
Comunque, c’è chi se la passa peggio di me.
Quelli con gli arti mancanti sono i più patetici, si trascinano come vermi senza che nessuno li aiuti, ma il nostro non è cinismo, è solo che la morte ci ha regalato una nuova consapevolezza, liberandoci da facili e inutili pietismi. Quelli con le pance squartate sono i più divertenti, se ne vanno in giro con le budella penzolanti finché non ci inciampano sopra, poi ci sono quelli che indossano ancora brandelli del loro passato, di ciò che erano.
Guardando i loro indumenti, cerco di immaginare cosa facevano da vivi. Per esempio: quello con la tuta da lavoro e il buco nello stomaco poteva essere un meccanico, mentre quello con la divisa nera e la faccia sfigurata era certamente un carabiniere. Fermandomi davanti ad una vetrina a specchio ho notato una discreta perdita di capelli, labbra tumefatte e occhi violacei, ma a parte questo, non mostro evidenti segni di disfacimento, invece quelli di noi più anziani sono solo degli scheletri con addosso pezzi di muscolo, eppure, in qualche modo, continuano a muoversi.
Non ho mai visto uno di noi morire di vecchiaia; forse viviamo finché non ci siamo consumati del tutto. Quand’ero vivo ero ossessionato dal futuro, lo programmavo a tal punto che non ammettevo nessun tipo di sbaglio. Ora che non ci penso più mi sento veramente rilassato.
Da un certo punto di vista, la morte mi ha reso la vita più semplice.
Mi sto dirigendo verso il supermercato MD di San Giovanni a Teduccio, o quello che ne rimane. Stranamente la morte mi ha fatto dimenticare tutto ciò che ero, ma non i luoghi che frequentavo da vivo. Intendiamoci, per noi il cibo non è quello che sta sugli scaffali, ma i sopravvissuti che tentano di impadronirsene, perché è di loro che ci cibiamo e istintivamente sappiamo di trovarli lì.
All’ingresso del supermercato riecheggiano numerosi spari, alcuni di noi hanno trovato delle persone vive e ora se le stanno mangiando. A terra, come capita spesso in questi casi, è rimasto qualcuno dei nostri, ma cosa importa, la morte non è più una preoccupazione.
Mangiare non è un lavoro piacevole, io odio farlo, è disgustoso. Odio le loro grida e odio fare del male, ma questo è il mondo oggi, ed è ciò che facciamo. Naturalmente anch’io mangio tutto di loro, specialmente il cervello, perché quando lo inghiottisco e come se assimilassi anche i loro ricordi. Per un po’ di tempo ho tracce di piatti deliziosi, bella musica, profumi, tramonti e orgasmi. Insomma la vita. Poi, quando i ricordi si affievoliscono, mi alzo e vado via.

Ventidue mesi dopo…
Sto mangiando i polmoni di un uomo ucciso poco fa, ma la cosa non è poi così grave, quello che è grave e che non riesco a capire il motivo per cui dobbiamo cibarci di carne viva. Certamente non per digerire la carne ed assorbirne i nutrienti, anche perché molti di noi uno stomaco non c’è l’hanno più. Nessuno di noi sa perché siamo diventati così, se siamo il risultato di un qualche tipo d’infezione o di un’antica maledizione.
Dopo un po’ non resta più nulla da mangiare, almeno niente di consistente, così lascio questo scempio ai vermi saprofagi e mi dirigo verso Piazza Pacichelli, dove comincio a camminare in cerchio sollevando nuvole di polvere. Mi ricordo che quand’ero vivo queste cose non le facevo, ero cosi impegnato a stressarmi con scadenze e fatture che non ero più padrone delle mie azioni.
In effetti, essere morti è più facile.
Davanti al bar “Lorenzo” c’è una ragazza stesa a terra. Immobile. Mi avvicino incuriosito. Ha la pelle grigia e gli occhi leggermente infossati, ma a parte questo è ancora ben conservata. Indossa un gilet nero su una camicia bianca e sul petto porta una targhetta con sopra scritto un nome. Forse era una delle cameriere del bar. Quando il cibo scarseggia alcuni di noi rallentano fino a fermarsi, in pratica ritornano cadaveri. Credo sia successo anche a lei. Nonostante lo sporco il nome sulla targhetta è ancora visibile, la ragazza si chiama Carmela. Lentamente e con grande sforzo, io dico “Car…mela”. La parola rotola fuori con quel che resta della mia lingua. Parlare tra noi è un evento difficile, ci manca la dizione per ovvi motivi e in genere, comunichiamo scambiandoci grugniti e gemiti.
Ricordo che molte persone comunicavano così anche da vive.
In tutto questo, noto che la ragazza non è veramente morta, pian piano si rimette in piedi come rianimata dalle mie parole. Mi avvicino e le tocco i capelli sfibrati e stopposi, poi dico di nuovo “Car…mela” e lei sorride mostrandomi i denti marci. Per lo stupore indietreggio e cado in una buca. Carmela, senza smettere di sorridere, mi aiuta a rimettermi in piedi.
Non sono sicuro ma credo di essermi innamorato di lei.
Mi ricordo che l’amore era legato al sesso e che a sua volta era legato alle dimensioni del pene, del seno e quant’altro. Il desiderio era costantemente drogato da fattori non biologici. Ora è diverso, più semplice, anche perché credo che il pene non mi funzioni più.
Così ce ne andiamo in giro senza una meta precisa, finché non ci fermiamo sulla spiaggia che sta dietro il vecchio municipio. Appena raggiungiamo la riva, un’onda ci bagna le caviglie e Carmela si abbandona ad una specie di risata soffocata. A questo punto credo di amarla veramente.
Dalla centrale Enel di Vigliena si levano fiamme altissime e colonne di fumo, guardiamo il cielo scarlatto mano nella mano, poi goffamente la stringo a me baciandole le labbra ammuffite e penso di non essermi sentito mai così vivo.


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