Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
CUCCHIAIO
Proprietario
Maria Cerino, lettrice.


Prezzo

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16 €
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A proposito di questo oggetto...
L’Apocalisse Ora
di Maria Cerino

Ha indicato il corridoio a destra, dice che c’è un ingresso a parte per quelle come me. Mi accompagna a un ascensore, entro ma in attesa che lei mi segua parte senza ricevere alcun comando. Chiudo gli occhi per la stanchezza cercando di recuperare il ricordo degli ultimi giorni, nonostante gli sforzi non arrivo a capire dove sono e perché e soprattutto per quale motivo mi lascio condurre da un’estranea in un palazzo mai visitato prima; mi tocco le palpebre per controllare se siano davvero serrate poiché continuo a vedere il fumo e quella donna che sale la lunga rampa di scale, tenendo il passo con l’ascensore, come se fossero aperte. Apro gli occhi e lei è lì, chiudo gli occhi e lei è lì, un gradino in più rispetto a prima e uno in meno rispetto a dopo. L’ascensore si blocca, esco. La sconosciuta mi dice che se quella terra fosse stata sua avrebbe avuto misericordia per me e per tutte le altre.
«Per quale motivo misericordia» le chiedo.
«Perché è la misericordia che vi ha lasciato vivere prima.» Resta in silenzio mentre cerca delle chiavi in una piega che fa il vestito sulla pancia.
Vorrei dirle che ne so ancora poco di quella terra per potermi già augurare la sua misericordia o quella di chiunque altro. Sembra che lei colga la mia esitazione nel parlarle e mi sorride.
«Sei figlia mia come loro. Lui vi ha abbandonato. Non io. Vi accompagno e resto qui con voi senza che mi preghiate e non serve che supplichiate Lui, chiamatemi Mamma e avrete un secondo di sollievo in mezzo a tutto questo.»
Sto ascoltando ancora le sue ultime parole mentre mi si spalanca davanti uno spazio infinito e pieno fatto di piccoli spazi liberi tra diversi gruppi di corpi. Mi sento scendere le lacrime sulla faccia, mi volto a guardarla e anche il suo viso è piegato dai riflessi del pianto. Arrivano i singhiozzi.
«Perché ci disperiamo, mamma?» Riprendo ossigeno in un secondo di calma che capisco di aver guadagnato chiamandola mamma, come mi aveva consigliato poco prima.
«Perché conosciamo questa forma di disperazione» mi risponde. Ci sono solo donne da quanto vedo ma sono diverse anche se è complicato distinguere le sagome tante ce ne sono e tanto forte è il mio pianto.
«Cosa ci faccio qui e cos’è questo» urlo. Lei non mi risponde stavolta ma cammina verso un gruppo di corpi la cui figura diventa sempre più chiara e più distinta via via che ci avviciniamo fino a che non vediamo che una persona sola come se lì non ci fosse nessun altro nell’arco di un chilometro. La ragazza non ha oltre i ventitre anni ed è completamente nuda, sta sdraiata con le gambe larghe su un lettino operatorio. C’è una sorta di ombra asessuata che le sta scavando il ventre con un grosso cucchiaio togliendole dall’utero carne viva.
«Ti potrebbe sembrare che è la carne strappata via, il dolore peggiore. Osserva bene» mi fa segno di avvicinarmi «le sta consumando l’anima un anestesista senza occhi.» L’ombra senza lineamenti definiti e vestita da medico da sala operatoria davvero non ha occhi ma una sorta di linea retta che taglia la faccia all’altezza che dovrebbe essere delle orbite; dà uno strano effetto di scomparsa più che di mancanza assoluta, come se gli occhi fossero stati divorati dalla pelle della fronte e fossero rimaste visibili solo le punte delle ciglia.
Mi mette una mano sulla spalla e io capisco che ha il valore di un Vieni. Ci allontaniamo dalla ragazza che ora non riconosco più persa come è in mezzo ad altre centinaia, migliaia di ragazze distese su lettini a gambe larghe davanti agli anestesisti senza occhi. Attraversiamo lo spazio vuoto e poi eccoci di nuovo davanti ad altri corpi che diventano un corpo solo. C’è una femmina che cammina a carponi e gira intorno ad un’altra ombra distesa che in questo caso sembra ricordarmi le fattezze di un uomo. Si avvicina e allontana annusandola, si accosta con la bocca – che a momenti sembra trasformarsi in un muso di una bestia – e gli lecca la testa. È come se avesse riconosciuto un sapore e un odore, allora inizia a girarci intorno velocemente e quanto più è veloce tanto più è forte il lamento della donna cagna. La mia accompagnatrice mi racconta che le femmine, in quanto femmine, non dovrebbero mai abortire un figlio per un uomo perché la mancanza invece che unica è destinata ad essere doppia. Si volta verso un’altra figura che le somiglia e sta in alto come su un altare con in grembo un maschio adulto emulando la posizione de La Pietà nel Vaticano. La donna dà colpi con la testa sulla fronte dell’uomo privo di sensi. Cerca di liberare una mano da sotto le sue gambe ma il corpo scivola in avanti e quasi lo perde, quindi cerca di liberare la mano che gli cinge il collo ma il corpo gli scivola indietro e quasi lo perde. Riprende a dargli colpetti sulla fronte con il mento.
«Sei la Madonna» le dico mentre ci allontaniamo «La Madonna di Michelangelo.»
«Non ora» risponde «ora sono vostra madre.»
«E quella donna della Pietà è la madre o l’amante di quell’uomo che ha in grembo?» aggiungo.
«Non c’è alcuna differenza in questa terra che rinnega tutto» fa mentre toglie dalla piega del vestito le sue mani sporche di sangue di mestruo. «L’ho fatto per le mie figlie femmine questo» aggiunge. «Era ora che lo facessi.»
Le chiedo di portarmi dove ci sono i maschi, maschi che si muovono, ma mi guarda con un rimprovero negli occhi. Abbasso la testa – che ancora piange come piange la sua – e resto in silenzio mentre lei mi cammina davanti speditamente.
«Né qui né altrove troverai dei maschi vivi» dice. Il mio pensiero va subito a mio padre e ai miei fratelli e provo una sorta di mancamento alle gambe, un’immobilità totale che mi attraversa il corpo.
«Loro vivono un’unica terra, poi scompaiono, diventano nulla.»
«E quelle ombre?»
«Sono ombre di femmine, solo ombre di femmine anche se non sembra» conclude. «Le uniche che Lui ha preso sono le madri giuste, le partorienti.»
Subito sorrido all’immagine di mia madre vestita di bianco, lontana ed eterea.
«No, continua, tua madre è qui come te e non vi incontrerete ancora.»
«Com’è possibile? Ci ha amato, è una partoriente» incalzo.
Mi blocca spiegandomi che neppure mia madre lo è stata sempre e che in ogni caso, avendo avuto due maschi destinati a vaporizzarsi e una femmina non genitrice, non avrebbe avuto accesso al paradiso dove si può stare solo se si ha una figlia giusta da portarsi dietro. Mi viene l’asma, inizio a correre, attraverso tutti gli spazi vuoti, spezzo tutti i gruppi di corpi, ho una bolla d’aria nella gola che mi impedisce d’urlare mentre nel torace sento una parola che rimbalza e fa Mamma, Mamma, Mamma e ancora Mamma. All’infinito, Mamma. Senza alcun sollievo.


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