Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
LAMA
Proprietario
Maria Tiziana Lemme, lettrice.


Prezzo

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79 €
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A proposito di questo oggetto...
La lama nel cuore
di Maria Tiziana Lemme


“Accadde tutto in un minuto e in un solo minuto voglio dirvi ciò che accade”
Myna Me

Avevo ventitre anni quando Nicola fu accoltellato al cuore, io ero con lui, e non so più quanti anni ho adesso. Nicola è mio fratello anche se all'anagrafe fu registrato col nome di Pasquale, e tutti lo chiamano così. Eravamo in automobile sulla periferique di Parigi, una specie del raccordo anulare di Roma. Non la grande, immensa route 64 che collega San Francisco a New York, e che mi piacerebbe attraversare. Parlo di un anello d'asfalto circoscritto come la mia età: non adulta, non troppo giovane. Il tempo giusto per restarci secca.
Potete quindi immaginare come mi sentii quando, rintontita a causa delle circostanze che vi dirò, dopo aver visto il luccichìo della lama prima sfolgorare, poi non più dopo che infilzava lo sterno di Nicola, vidi lo stiletto sfilarsi dal suo cuore. Luccicò di nuovo. La lama grondava una goccia di sangue fresco che mischiato all'argenteo faceva un effetto come del tramonto a mare. Una visione sublime, se non fosse che un automobilista di passaggio aveva appena trafitto il cuore di Nicola, e io ero lì.
Ero appena sbarcata a Parigi, sbarcata per modo di dire. Sappiamo che sbarcare si usa sia per il cielo che per il mare. Come se mare e cielo fossero la stessa cosa. Chi ha imposto l'uso di questo verbo doveva avere una qualche ingerenza in una compagnia di armatori. Oppure credeva nella continuità dell'orizzonte visto da una spiaggia. Così, come se ci fosse il mare a Parigi, con l'aereo io ero sbarcata in quella città. Erano le cinque del pomeriggio, era novembre, e il cielo aveva la luce abbacinante delle pianure del nord Europa, opaca come un bicchiere di acqua e anice.
Il presagio, che cosa è? La valigia in terra che non viene alzata. È l'attesa. Passale, due ore così, e poi comprendi che il presagio è l'andatura instabile di chi ti viene incontro.
Zig zag sulle scale mobili, seguivo Nicola nella sua camminata, ascensore in giù verso l'abisso. Mi dirigeva nel parcheggio sotterraneo per le automobili. Quando ci stai sotto ti sembra il paradiso in bianco nero, entri nell'automobile sapendo che sopra ti aspetta l'inferno, e ci entri di malavoglia, dentro l'abitacolo. Poi ci stai dentro e accetti tutto. Che il motore si accenda per portarti sopra, nel traffico. Si assomiglia ovunque, nelle città il sopra, la terra, l'asfalto. Ma a nessun altro suono assomigliò il clacson che determinò la vita di mio fratello, e la mia tuttora, sulla periferique di Parigi.
Fu una frenata a chiodo, poi la discesa di Nicola dall'automobile, ma a dirla per bene, fu il luccichio della lama l'inizio dell'orrore. Io l'avevo vista, e Nicola se la prese nel petto senza accorgersene. Quando si sfilò, swiss, swiss, cominciò a sventolarsi nell'aria. Tra le automobili, ferme per il traffico, il coltello correva sgocciolando goccie di sangue su cofani e tettucci . Il sangue, a terra sull'asfalto, si rapprendeva in una crosta a forma di rosa ma priva di odore. La stessa orma che in Bosnia lasciavano sulla terra le frattaglie delle granate dopo essere schizzate sul corpo dei passanti.
Quando il coltello si arrestò con una frenata brusca, dopo il primo che disse «È morto» e aveva torto, io ripresi fiato, poi cominciò il vento. È così che cominciai a correre come faccio ancora perché dietro di me, all'altezza della nuca, continua a rincorrermi la lama che ha trafitto il cuore di Nicola. Cerco una sirena, una ambulanza. Non posso fermarmi nè prendere fiato. Ho la sua lama, non la spada di Damocle, dietro di me, risparmio aria.



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