Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
GIOCATTOLO
Proprietario
Jacopo Marocco, lettore.


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A proposito di questo oggetto...
Il ragazzo della stanza numero 16
di Jacopo Marocco



1.

L'ennesimo dottore che vuole sentire questa storia. La mia storia.
Dottori, dottori, dottori.
Non so più ormai quante volte l'ho raccontata. A quanti medici l'ho narrata. Avrebbero potuto registrarmi così avrei risparmiato tempo e fiato, ma dicono che no, non è lo stesso. Vogliono sentirla da me, dal vivo. Vogliono guardarmi negli occhi e prendere i loro cazzo di appunti mentre gli racconto di come ci sono finito qua dentro.
Come sono ingenuo io. Stupido. A lungo ho sperato che il dottore di turno mi volesse tirare fuori di qua. Che fosse venuto per salvarmi, perché magari mi credeva. I primi tempi ci speravo sul serio. Poi invece ho capito che mi usano solo per studiarmi. Vengono per studiare il ragazzo pazzo della stanza numero sedici.
I medici che vengono sono tutti giovani. Aspiranti medici che magari stanno facendo la tesi su di me, oppure un fottuto dottorato in psichiatria e sono quindi costretti a sentire la mia assurda storia.
«Caro dottor X, devi farci un tuo rapporto sul paziente della sedici, farci una tua diagnosi, dirci cosa ne pensi, se vuoi diventare un bravo psichiatra!»
Fottetevi. Tutti. Mi avete stufato. Non ho più voglia di dirvi niente. Fateveli dare dai colleghi che vi hanno preceduto gli appunti sui miei deliri.

2.

Alle tre ho l'appuntamento.
Come al solito verrà Paul, l'infermiere di colore – sì, oggi verrà Paul perché è giovedì e il giovedì lui fa il pomeriggio – in camera mia. Mi dirà: «Hai visite giovanotto!»
Mi accompagnerà nella stanza adibita al colloquio. Mi siederò davanti a un ragazzo o una ragazza poco più grande di me. Quello o quella mi farà un paio di domande su come mi trovo nella struttura e su come mi senta. Io gli risponderò come al solito: «Come cazzo vuole che ci si senta qua?!» poi, volente o nolente, dovrò attaccare con la mia storia – perchè un maledetto pizzico di speranza dentro di me rimane. L'aspirante dottore annuirà, magari mordicchiando la punta della penna, facendo finta di capire, di capirmi. Ma in realtà non capirà un emerito cazzo. Scribacchierà solo qualcosa sul suo merdoso block–notes e se ne andrà. Tornerà al suo bel corso di psichiatria criminale. Lasciandomi qui. Solo.
Come era nel principio e ora e sempre,
nei secoli dei secoli.
Amen.

3.

Davanti a me c'è un angelo. Ha gli occhi neri ed i capelli neri, ricci, legati dietro in un coda alta. Un angelo. Ha un piccolo neo vicino la bocca che la rende molto umana. Quel neo le stempera l'aria da stronza che il camice bianco inevitabilmente dona a chiunque lo indossi. Questo angelo risponde al nome di Ariel. Dottoressa Ariel Mahone. Mi dice che si è appena laureata in Psichiatria, che è specializzata in psicologia criminale. Ha sentito la mia storia, ma vuole sentirla da me. Dice che è qui per aiutarmi. Per A – I – U – T – A – R – M – I. Ho sentito bene. Sì, è un angelo.
La speranza, in tutta la sua interezza, affiora dal marasma di odio e rassegnazione in cui l'avevo seppellita. Nessuno degli altri medici che l'hanno preceduta mi ha mai detto nulla di simile, ero io a caricarli di un'aurea salvifica. Forse la mia salvatrice è davvero arrivata. Ora capisco perché Paul prima di aprire la porta della sala colloqui mi ha fatto l'occhietto.
La dottoressa poggia un microregistratore sul tavolo e preme play, dice che posso iniziare a raccontarle la mia storia quando voglio.
Non esito. Racconto.

4.

Era l'estate del duemila. La calda estate del duemila. Forse non era molto calda, ma io la ricordò così per cui.
Ariel sorride.
Iniziò tutto il giorno del mio compleanno. Il giorno in cui compii sedici anni.
Non feci una festa con gli amici, anche perché non ne avevo da invitare. Festeggiai in casa con mio padre, mia madre e mio fratello minore James, di sette anni.
A dire il vero non avevo voglia di festeggiare, ma mia madre aveva preparato la torta ai mirtilli che a me piaceva tanto ed in più aveva cotto anche il tacchino, così lasciai fare. Sorrideva quel giorno e non volli rovinargli la cosa.
Mangiammo tutti insieme. Escluso il tacchino e la torta, non ricordo bene cosa mangiammo, ma credo sia irrilevante.
Ariel annuisce.
Finito il pranzo, mia madre tirò fuori quella splendida torta che sapeva fare benissimo. La posò sul tavolo piazzandoci sopra sedici candeline. Le accese. Mio padre mise la macchina fotografica sopra il camino, azionò l'autoscatto e… cheese, finti sorrisi ed ecco immortalati i miei fottuti sedici anni.
Mangiammo la torta ai mirtilli. Deliziosa.
«Fin qui tutto bene. Vero, Constantine?» dice Ariel.
«Sì fin qui tutto bene, dottoressa» dico io.
«Ma poi che successe?»
Dopo la torta mio padre venne da me. Mi disse di chiudere gli occhi. Li chiusi. Quando li riaprii davanti a me c'era lui che mi porgeva orgoglioso una canna da pesca con legato attorno un fiocco rosso. Mia madre e James, intorno, mi guardavano sorridenti. Presi la canna da pesca in mano, non sapendo proprio che dire. Mio padre prese fuori da una busta due cappelli da baseball, uguali, con un pesce disegnato sul davanti, uno lo indossò lui, l'altro lo calcò ben bene sulla mia testa. Patetico. Poi, porgendomi una cassetta di plastica per gli attrezzi, disse:
«Campione, qui dentro ci sono un sacco di esche artificiali per black–bass e lucci.» Poi indicando con la testa la canna da pesca: «Messe su questa magica canna nessun pesce resisterà.»
Ora, c'erano due cose che non mi tornavano: la prima era che io avevo sempre odiato la pesca, e loro lo sapevano; la seconda era che mi aspettavo le chiavi di una macchina. Non per fare il ragazzo viziato, ma tutti nel mio quartiere, nella mia classe, anche quelli messi peggio economicamente, ricevevano una macchina per i loro sedici anni. Io invece non ricevetti altro che una buona dose d'infantilismo.
Mi sforzai di farmi vedere sereno, contento, soddisfatto. Ci riuscii a malapena. Non mi venne fuori altro che un triste sorriso ebete. Non si accorsero del mio malumore, o se se ne accorsero non lo diedero a vedere.
Ariel mi chiede se i miei genitori erano ricchi.
Certo, rispondo io. Mio padre era direttore di una banca, mentre mia madre era proprietaria di una concessionaria di macchine di lusso. Anche per questo mi aspettavo una macchina. Non una macchina di lusso, ovvio, mi bastava una macchina qualsiasi, anche usata.
Ariel mi dice di continuare il racconto.
Beh, fatto sta che una volta consegnatomi il regalo, mio padre andò verso la porta di casa e disse:
«T'aspetto in macchina campione, li facciamo 'neri' quei Black oggi.
Ho noleggiato anche una barchetta per l'occasione.»
Oh, fantastico, pensai io.
Mi volsi verso mia madre. Teneva James davanti a se poggiando le proprie mani sulle sue spalle. Sfoggiavano entrambi un sorriso smagliante. Erano felici per me. Io no.
Ariel mi chiede cosa provai in quel momento.
Frustrazione e rabbia, rispondo io senza esitare.
Ariel annuisce e mi fa segno di continuare.
Quel pomeriggio fu terribile. Andammo in un lago a circa una mezz’ora d’auto da casa.
In barca regnò il silenzio. Da parte mia almeno. Mio padre ogni tanto elencava qualche dato tecnico o pregio della canna che mi aveva regalato: forza di lancio, materiale di costruzione, resistenza ecc. ecc. Io mi limitavo a fare qualche lancio e a starmene in silenzio. Avrei voluto chiedergli perché ancora mi trattavano come un bambino; perché mi avessero regalato una canna da pesca invece di una macchina. Non dissi niente.
Tornammo a casa la sera senza aver preso nemmeno un pesce: evidentemente la mia negatività si propagava anche nell'acqua tenendo distanti i pesci.
Appena tornato corsi in camera mia per togliermi i vestiti. Mi spogliai completamente: avevo bisogno di una doccia. Appallottolai tutti i panni e li andai a gettare nel cesto della biancheria sporca, ma proprio mentre lo stavo facendo, qualcosa sopra la scrivania catturò la mia attenzione: c'era un biglietto con su scritto : “Per CONSTANTINE” e accanto un pacchetto regalo. Pensai subito ad un regalo di qualche parente, anche se era strano visto che da quando ci eravamo trasferiti i rapporti col parentado si erano molto allentati. Presi il biglietto e lo aprii. Dentro, in una calligrafia da bambino, c'era scritto:
“Auguri!!!” firmato “Un vecchio amico...”
Un vecchio amico? Mille domande iniziarono a rimbalzare nella mia mente. Vecchio amico? Sembrerà strano ma io di amici non ne avevo mai avuti. Conoscenti sì, ma qualcuno degno di di essere chiamato amico nessuno.
Come mai, mi chiede Ariel.
Beh, quando avevo sette anni mio padre venne trasferito per lavoro dal Rhode Island alla Lousiana. Laggiù avevano problemi con una filiale che stava per fallire, così la holding che controllava la banca dove lavorava papà, viste le sue ottime capacità dirigenziali, decise di mandarlo lì per risollevare le sorti della banca. Ero piccolo, non ricordo se avevo degli amichetti nel Rhode Island, ma di sicuro una volta venuto qui non riuscii proprio a farmene di nuovi. Quel cambiamento non mi fece un gran che bene e qui non trovai molta accoglienza. Trovai una mentalità contadina, molto provinciale, abituata ad avere paura del forestiero. Una volta bollato come quello “di fuori” lo restai per sempre. Per reazione anche io mi chiusi al mondo. Se loro non mi volevano, allora non li volevo neanche io.
Non pensi dottoressa, che la cosa sia stata difficile o molto triste. Non sono stato male senza amici. Diciamo che quando ti abitui alla solitudine alla fine non stai poi così male.
Ariel mi chiede di continuare con la storia del pacchetto regalo.
Pensai che aprire il pacchetto mi avrebbe aiutato a capire. Capire chi mi aveva fatto quel regalo. Così lo scartai. Dalla carta regalo emerse quello che sembrava essere un giocattolo: una tartaruga ninjia di plastica, che teneva in mano una spada. Si vedeva che era un giocattolo vecchio: in alcune parti la vernice non c’era più o era scolorita, in altre c’erano pezzi di qualcosa attaccati, simili a muffa. Altre parti erano smussate. Ma la cosa che mi colpì di più fu che puzzava. Quella tartaruga ninjia con la spada – che doveva essere Leonardo – puzzava terribilmente di marcio, di fradicio e di acqua stagnante.
Confuso, mi affacciai dalla porta della camera e gridai a mia madre:
«Ma’, chi è che è passato a portarmi un regalo?»
La sentii avvicinarsi alle scale.
«Come?» chiese.
«Ho trovato un biglietto e un pacchetto regalo sulla scrivania, chi l’ha portato?»
«Ma che dici?» disse mentre saliva le scale.
Indossai di corsa un paio di pantaloncini corti per non farmi vedere nudo.
Entrò.
«Cos’è ‘sta storia del regalo?»
«Eh, non lo so, è passato qualcuno a portarmi un regalo oggi?»
«No, nessuno, non è passato nessuno»
«Allora quell’affare chi me l'ha regalato?» dissi indicando la scrivania.
Mia madre si avvicinò alla scrivania, io mi ero seduto sul letto. La sentii dire:
«Quale affare?»
Guardai verso la scrivania, ma non c'era più nulla.
«Allora?» fece mia madre.
Mi alzai e la raggiunsi.
«Mah, erano qui: un biglietto d’auguri e una tartaruga ninja giocattolo. Giuro che erano qui!»
Mi sentivo come in uno di quei film horror di serie B dove il protagonista giura di aver visto delle cose e nessuno gli crede.
Mia madre mi guardò preoccupata e mi mise una mano sulla fronte.
«Secondo me hai la febbre, forse hai preso troppo sole al lago. Mettiti a letto, torno subito...» disse scomparendo dietro la porta.
Io, confuso, non dissi nulla, non protestai: sapevo che non sarebbe servito.
Mi misurai la febbre, e in effetti un po' ne avevo, ma non c'entrava. Quel biglietto e quel giocattolo li avevo toccati con mano. Ma dov’erano spariti? La cosa mi faceva un po’ paura e per tranquillizzarmi cercai di convincermi che sì, era stato il sole a scombussolarmi un po’ il cervello.
Mia madre mi portò un'aspirina e un po’ d’acqua. La presi e mi infilai a letto nonostante fossero da poco passate le nove di sera, senza farmi più la doccia. La mamma mi rimboccò le coperte e mi baciò sulla fronte: oh, quanto amava trattarmi come se avessi ancora otto anni. Scommetto che se avesse potuto, si sarebbe tirata fuori un seno e mi avrebbe allattato. Ci raggiunse anche mio padre. Mia madre non si trattenne e gli disse tutto. Anche lui, scompigliandomi un po’ i capelli, diede la colpa al sole. Poi se ne andarono insieme e io, fortunatamente, poco dopo sprofondai in un sonno senza sogni che mi traghettò fino al mattino seguente.

Quando mi svegliai, sul mio comodino trovai una spremuta d’arancia con accanto il termometro e due compresse di aspirina. C’era anche un biglietto – questo con una calligrafia da adulto, per fortuna – con su scritto “Misurati la febbre e prendi un’aspirina se hai più di trentotto” firmato “Mamma”. Mi misurai la febbre, ma non ne avevo.
La casa era deserta. I miei erano al lavoro e James era a scuola. Ero solo. Addosso sentivo una leggera inquietudine: quello che era successo la sera prima mi aveva messo a disagio. Non mi era mai capitata una cosa così strana. Non mi sentivo per niente tranquillo lì dentro, ed è una cosa bruttissima non sentirsi a proprio agio in casa propria.
Fuori c'era un sole bellissimo, che illuminava casa di una luce potentissima. Decisi di andare a fare una passeggiata, ma non prima di essermi fatto una doccia. Mi diressi verso il bagno, ma a metà strada non potei non volgere lo sguardo verso la scrivania – che fino ad allora avevo volutamente ignorato – e ciò che vidi mi fece arrestare all'istante: c’erano di nuovo la tartaruga ninjia e il biglietto del giorno prima, ma non solo. C’era anche un altro biglietto e anche questo con su scritto: «Per Constantine». Sentii un brivido scendermi rapido la schiena come una goccia di sudore. Aprii il nuovo biglietto:
“Non hai ancora capito chi ti ha fatto il regalo? Quel regalo? Come fai a non ricordarti di me? Eravamo così amici un tempo…”
Gelai.
Presi il biglietto e lo strappai. Strappai anche l’altro e li gettai entrambi nel water tirando lo sciacquone. Aprii la finestra e, stizzito, gettai la tartaruga giocattolo fuori.
Sapevo che non poteva essere uno scherzo ed era questo a spaventarmi. Non poteva essere uno scherzo perché non avevo amici che me ne potevano fare e, né mio padre né mia madre erano tipi da fare una cosa del genere. James, era un bambino di sette anni e anche se la scrittura sui biglietti sembrava quella di uno della sua età, certamente non poteva aver architettato una cosa simile. Ora, poi, non avevo più la scusa della febbre o dell'insolazione per giustificare quelle strane cose che mi succedevano.
In poco tempo, il panico prese subito i comandi della mia testa e del corpo. Iniziai a sudare a freddo. In quel momento casa mi sembrò il luogo più insicuro del mondo: qualcuno riusciva ad entrare tranquillamente in casa e lasciarmi quegli strani biglietti.

Quando mia madre tornò da lavoro, all’ora di pranzo, mi trovò seduto sul dondolo in giardino. Ero ancora in pigiama: dopo aver letto il biglietto non ero resistito più di cinque minuti in casa, qualsiasi rumore mi provocava una stretta al cuore e allo stomaco: ero perennemente in allerta. Era maggio, non faceva freddo, così ero andato fuori di corsa, senza cambiarmi, ad aspettare che tornasse qualcuno.
Provai a spiegare a mia madre ciò che era successo, e lei pensò di spiegare tutto di nuovo con la scusa della febbre, ma stavolta non c’entrava, non ne avevo nemmeno una linea. Era preoccupata mia madre lo vedevo chiaramente, e io più di lei. In casa nostra non c’erano mai stati grossi problemi, tutto era sempre filato liscio – o almeno per quanto ne sapevo io. Ma ora io sembravo dar di matto. Capivo che ciò che dicevo era assurdo eppure sapevo che era vero.

Pranzai con mamma e James. Pranzai per modo di dire perché non riuscì a mandare giù niente: il mio stomaco era blindato dall’ansia, dalla paura.
Nel pomeriggio arrivò il dottor Clark, il medico di famiglia, un uomo corpulento con degli occhialini rotondi e piccoli piccoli che stonavano con la stazza di chi li indossava. L’aveva chiamato mia madre.
Mi misurò la pressione, mi auscultò il cuore, i polmoni, insomma, tutte le cose che fanno di solito i dottori. Mi disse che non avevo niente, ovviamente. Perché effettivamente non avevo niente. Mi disse solo di uscire un po’ di più, di farmi una ragazza e di continuare a fare il bravo, insomma, tutte le cose che dicono di solito i dottori ad un ragazzo quando non sanno spiegare quello che ha. Poi uscì dalla mia camera e si fermò a parlare con la mamma nel corridoio, guardandosi bene dal far partecipare anche me alla discussione.

Dopo la visita, decisi di andar a fare due passi, così mi vestii ed uscii. Mia madre volle che mi portassi appresso James.
Camminavo, tenendo per mano mio fratello e pensando solo a quei maledetti biglietti e a quel vecchio giocattolo. Pensai che quello che mi ci voleva fosse svagarmi un po’, così andai al centro commerciale.
Dentro incontrai Tom, il bulletto della mia classe, e i suoi fedeli. Se ne stavano stravaccati davanti ad un fast food insieme alle rispettive ragazze. Forse mi dissero dietro qualcosa, sicuramente qualcosa per schernirmi, prendermi in giro, ma nemmeno ci badai. Passai dritto.
A James venne voglia di gelato. Andammo alla gelateria e fu proprio quando dovetti pagare che l’incubo mi saltò di nuovo addosso come un lupo affamato: tra le banconote che avevo tirato fuori dalla tasca per pagare c’era un pezzo di carta di quaderno. Mantenni la calma, pagai, presi il gelato e lo diedi a James, poi ci mettemmo a sedere ad un tavolinetto. Tremante, ripresi in mano il biglietto. C’era scritto:
“Cos’è? Non ti è piaciuto il mio regalo? Perché lo hai buttato dalla finestra? C’ho messo così tanto per ritrovarlo in quel pozzo….e pensare che un tempo eri così legato a Leonardo. So che ti senti solo, ma quando c’ero io non lo eri. Ricordi? Ricordi quanto ci divertivamo? Certo, non ti sei comportato molto bene con me, ma non ho rancori, ora sono tornato e non ti lascerò più. Non sarai più solo. Mai più.”
Chiusi gli occhi e feci un lungo e profondo respiro. Mi dissi: ora riapro gli occhi e il biglietto è bianco, non c’è scritto niente sopra, anzi tra le mani non ho niente. Non fu così. Li riaprii e il biglietto c’era ancora e quelle parole, pure. Chi è che si diverte a farmi uno scherzo del genere? Pensai.
Guardai James, tutto preso dal suo gelato, il nasino sporco di cioccolata. Con quel suo caschetto biondo e quegli occhioni azzurri ipnotizzati sul cono, sembrava l’icona della spensieratezza e della serenità. Io, invece, dovevo apparire come l’icona della paura e della preoccupazione. Quanto lo invidiai.
Resistetti alla tentazione di gettare via quel pezzetto di carta: anche se il solo pensiero di averlo con me mi mandava fuori di testa, pensai che dovevo tenerlo per farlo vedere ai miei, come prova per dimostrare che non ero pazzo.
Neanche a dirlo, fu tutto inutile: quando tornai a casa, quando mi trovai di fronte ai miei per fargli vedere quel maledetto biglietto, non lo trovai più. Frugai un bel po' tra le mie tasche ma niente. Il foglio era scomparso. Risultato: feci preoccupare ancora di più i miei – anche se fecero di tutto per non darlo a vedere.

Quella sera, per stemperare l'atmosfera, mio padre ci portò tutti al luna park: me, la mamma e James. E devo dire che fu una bella serata, l'ultima bella serata della mia vita, l'ultima serata in loro compagnia. Mi svagai, ci svagammo tutti. Tra zucchero filato, ottovolanti, clown, musica e giochi vari, per un po', sia io che i miei genitori, non pensammo a quello che mi stava accadendo.
Purtroppo, tutto ciò durò poco.
La sera stessa, tornato a casa, sopra la scrivania, la mia dannata scrivania, trovai di nuovo quella maledetta tartaruga di plastica e un biglietto accanto. Diceva:
“Vedo che non vuoi proprio ricordare Constantine.
Possibile che non ricordi che da piccolo avevi un amico di nome, Mark? Dai, insomma, non deve essere difficile, ero l'unico a darti confidenza da queste parti. Come sei stato ingrato con me... Ma ti ho perdonato, e ora sono qui, di nuovo con te. Perché un amico è per sempre.».
Stetti un attimo in silenzio, con il panico che si impossessava di ogni fibra del mio corpo. Poi, nel caos totale, un flash nella mia mente, un ricordo, nitido: io, da piccolo, che andavo da una specie di dottoressa, in uno studio appena fuori città.
Corsi di sotto, da mia madre. Era in cucina a bersi una camomilla. Senza girarci troppo attorno le chiesi diretto:
«Da bambino, mi portavate da una psicologa?»
Mia madre, sulle prime fece finta di niente, anzi, mi guardò stupita fingendo di non sapere di cosa stessi parlando, ma io incalzai, insistendo sul fatto che ero riuscito a ricordarmi di questa signora in uno studio, una dottoressa, da cui mi portavano. Stette un po’ in silenzio, poi, quando capì che non avrei mollato, si sedette e fece sedere anche a me. Mi prese le mani tra le sue e ammise. Ammise che da piccolo ero seguito da una psicoterapeuta.
Mi disse che non avevo preso bene il nostro trasferimento dal Rhode Island alla Louisana e che, una volta qui, mi chiusi in un mondo tutto mio. Non avevo rapporti con nessuno al di fuori dei miei genitori. A scuola mi avevano messo anche un insegnante di sostegno. Ma a scuola mi rifiutavo di andarci. Facevo di tutto per non andarci, fingevo pure di star male, che avevo mal di stomaco. Spesso mi inducevo anche il vomito per far credere che stessi male sul serio. Volevo restare sempre chiuso in casa, non volevo alcun tipo di rapporto con la nuova realtà. Tutto mi sembrava ostile.
Tutto ciò più o meno lo ricordavo, quello che non ricordavo però, fu quello che mi disse dopo. Mia madre proseguì dicendo che fu in questo isolamento quasi totale che fece la sua comparsa Mark. Quando mia madre fece quel nome – lo stesso che si firmava sui quei maledetti biglietti – a me venne quasi un infarto, sbiancai, e mia madre se ne dovette accorgere perché mi chiese se mi sentissi bene, ma io riuscii a darmi una calmata e la pregai di continuare. Beh, mi disse che questo Mark in realtà non esisteva, o meglio, esisteva solo nella mia testa. Era il mio amico immaginario: la mia mente lo aveva creato per non farmi impazzire, è curioso, no? Bel paradosso: creare un'allucinazione per non impazzire. Beh, tu Ariel lo saprai meglio di me. Posso darti del tu Ariel?
Ariel annuisce e mi dispensa un altro sorriso.
Dicevo, tu Ariel lo saprai: la mente prima di dichiararsi fuori usa diverse strategie, valvole di sfogo, e la mia, aveva deciso che era il caso di trovare qualcuno, seppur immaginario, con cui scambiare due chiacchiere perché, evidentemente, non farlo avrebbe portato delle conseguenze peggiori: alla follia vera e propria, quella permanente.
Stando a quello che mi raccontò mia madre, lei e mio padre all'inizio presero alla leggera il mio isolamento, pensavano che mi passasse col tempo, ma quando si accorsero che parlavo da solo, che agivo sempre come se accanto a me ci fosse qualcun altro e che parlavo al plurale nominando sempre un certo Mark, decisero che forse era il caso di fare qualcosa. Così mi portarono da una psicoterapeuta.
Ci andai per quattro anni, anche se la «soluzione» al mio amico immaginario fu trovata già dopo il primo anno di terapia.
Come, chiede Ariel.
Tutto fu stabilito e deciso insieme alla terapeuta e ai miei genitori. Io sapevo cosa dovevo fare anche se non mi era stato detto direttamente: infatti, per spiegarmi cosa fare, la terapeuta aveva usato l'ipnosi così da ingannare la mente che altrimenti, da sveglia, avrebbe messo a conoscenza del piano Mark. Così, un giorno, prestabilito, uscii tranquillamente di casa e andai con questo Mark in un campo di orzo dietro casa. I miei mi osservavano dalla finestra. Alla fine del campo c'era un pozzo usato per irrigare i campi. I miei solitamente non mi ci facevano avvicinare perchè era senza protezioni, ma quella volta era indispensabile che ci andassi. Mi avvicinai al bordo con Mark, ovviamente non ricordo di cosa parlammo: di quel periodo non ricordo nulla, giuro, non so nemmeno come riuscii a ricordare della terapeuta, quello che ti dico è quello che so tramite mia madre. Beh, fatto sta che mentre eravamo sul ciglio di questo pozzo, dalla tasca prendo fuori una cosa che sanciva il mio legame con Mark, il simbolo della nostra amicizia – una cosa trovata in quella casa appena mi ci trasferii, probabilemnte lasciata dai vecchi proprietari e assunto a simbolo del nostro legame: una tartaruga ninjia, quella con la spada. Leonardo. Prendo questa tartaruga giocattolo e la scaglio dritta in fondo al pozzo.
Sembra che quel giorno sia tornato a casa piangendo, dicendo che il mio amico era caduto in fondo al pozzo per andare a prendere Leonardo. Imploravo i miei di chiamare i soccorsi, di non lasciarlo lì. Ma non fecero niente.
In ogni caso il piano funzionò: per la mia mente Mark era morto, e si sa, la mente dei bambini dimentica subito, anche i lutti. Soprattutto i lutti.
Dopo questo episodio feci altri tre anni di terapia. Per stabilizzare la mia mente e per cercare di uscire da quella solitudine cronica di cui soffrivo. Mi fece bene: certo, non divenni un compagnone, l'amico di tutti, anzi, a dirla tutta non divenni amico di nessuno, ma mi aprii molto di più rispetto a prima. Ora riuscivo ad andare a scuola quasi tranquillamente e ci restavo pure. Piano piano il mondo tornò ad essere se non amico, per lo meno conoscente.
Ariel mi chiede cosa successe dopo le rivelazioni di mia madre.
Scioccato dal racconto di mia madre, me ne tornai in camera senza spiegarle il perché di tanta curiosità sul mio passato: tanto sapevo che sapeva.
La tartaruga e il biglietto erano ancora sulla scrivania. Pensai: sono tornato nella stessa situazione di quando ero piccolo, mi è saltata di nuovo qualche rotella, quei biglietti probabilmente me li sono scritti da solo. La cosa che non mi spiegavo però, era come fossi riuscito a recuperare quelgiocattolo: il pozzo dove lo avevo gettato da bambino era stato chiuso qualche anno dopo con del cemento perché troppo pericoloso. Mentre pensavo a tutto ciò mi accorsi che esser stare tutto il giorno in allerta mi aveva stremato, così lasciai il cane e il biglietto dov'erano, e mi sdraiai sul letto, ignorandoli, e cercando di addormentarmi. Purtroppo un continuo senso di panico mi invadeva a fasi alterne e non mi permise di chiudere occhio. Così scesi dal letto e andai in bagno. Pisciai, poi mi guardai allo specchio: avevo la faccia distrutta, il terrore traspariva chiaramente dai miei occhi. Ero il ritratto della paura e forse anche della follia.
Mentre mi specchiavo intravidi qualcosa passare veloce dietro le mie spalle. Mi girai di scatto ma ovviamente non c'era niente. Guardai fuori dalla porta, nel corridoio, ma anche lì nulla. Ero nella paranoia più totale. Mi ricordai che mia madre teneva del sonnifero sull'ultimo ripiano in alto dell'armadietto dei medicinali. Ne presi due pastiglie, le mandai giù con un po' d'acqua e tornai a letto.
Nonostante il sonnifero, presi comunque sonno molto tempo dopo.

Non so quanto tempo fosse passato quando riaprii gli occhi, ma era notte, notte fonda. Ero stato svegliato da qualcosa. Lì per lì non capii cosa, poi tutto divenne chiaro: lamenti, singhiozzi. Qualcuno stava piangendo. Sperai di star ancora dormendo e che quello che vivevo non fosse altro che un incubo in un sogno. Ma non era così. Quel pianto era pura realtà.
Tesi l'orecchio per capire bene da dove venisse: sembrava provenire dal bagno. Iniziai a tremare e mi rannicchiai sempre di più sotto le coperte. Poi successe una cosa che non mi succedeva da anni: mi pisciai addosso.
Ben presto la pipì da calda divenne fredda e restare nel letto con quell'umidiccio non fu più possibile.
Anche se l'idea di scendere da quel letto e affrontare quel qualsiasi cosa da cui proveniva quel pianto – allucinazione o fantasma che fosse – miterrorizzava, accesi l'abat jour e mi alzai. Dovevo assolutamente cambiarmi. E poi avrei dovuto cambiare anche lenzuola e coperte. Il materasso per il momento l'avrei solo rigirato. Il pianto continuava a sentirsi. Pensai che probabilmente lo sentissi solo io, a causa del mio ritorno di pazzia: infatti nessun altro si era alzato per controllare la causa di quel lamento.
La cosa che mi angosciava di più era la consapevolezza di non poter scappare, la sensazione di non avere vie d'uscita, di sapere in qualche modo che ovunque fossi andato quel qualcosa mi avrebbe seguito.
Stavo sudando a freddo e mi muovevo in modo frenetico nella stanza senza scopo: non riuscivo nemmeno a togliermi i panni sporchi. Mi veniva da vomitare. Mi girava la testa: ero andato in iperventilazione. Mi sentivo morire dalla paura. Non so come, ma fu allora che mi ricordai. Mi ricordai di una tecnica anti–panico che ci avevano insegnato a scuola: mi fermai, chiusi gli occhi, presi a respirare profondamente con l'addome e lasciai che la paura s'impadronisse di me. Completamente. Non opposi resistenza. Lasciai che il panico mi travolgesse in tutta la sua forza senza minimamente contrastarlo.
Non so quanto ci mise, so solo che fu terribile: nella mia mente solo pensieri terribili ed angosciosi, però poi tutto scemò. Non mi calmai completamente, perché continuavo a sentire quel pianto, ma se non altro ora riuscivo a pensare in maniera più razionale.
In uno sprint di coraggio, ora che il panico si era placato, decisi di andare al bagno, verso la fonte di quel lamento. Uscii dalla mia camera e accesi la luce del corridoio: non c’era nessuno, tutti erano nelle loro stanze: mamma e papà nella loro, James nella sua. Attraversai il corridoio ed andai in bagno. Poco prima di oltrepassare la soglia della porta però, il lamento cessò. Trassi un profondo respiro ed entrai.
Accesi la luce ma non c'era nulla. Solo una terribile puzza di marcio, di fradicio e di acqua stagnante. Feci per uscire ma con la coda dell'occhio notai qualcosa che mi fece fermare per guardare meglio. Per terra, vicino alla vasca, c'era una piccola pozza marrone. Mi avvicinai, mi chinai: era acqua sporca, acqua mista a fango e a piccole foglie fradicie. Mi accorsi che da lì partivano delle piccole orme. In quel preciso istante sentii dei passettini alle mie spalle uscire dal bagno, e la porta chiudersi dietro. Balzai in piedi, aprii la porta di scatto ed uscii. Rimasi con le spalle attaccate alla porta del bagno a riprendere fiato, a riprendermi dallo spavento. Fuori ovviamente non c’era nessuno. Stavo per andare a svegliare i miei – ormai ero stufo di quel continuo stato, volevo andare da loro e implorarli di portarmi in qualsiasi posto, fosse stato anche un manicomio – quando il lamento, quel pianto, prese a farsi sentire di nuovo: ora veniva palesemente dalla mia camera. Presi di nuovo a respirare con l'addome, lasciai perdere l'idea di chiamare i miei, e senza pensarci troppo mi lanciai verso la mia stanza: dovevo affrontare quella cosa da solo, se l'avevo vinta una volta, potevo farcela di nuovo. Così entrai.
Il puzzo di fradicio, di acqua stagnante mi buttò quasi indietro tanto era forte. La luce dell' abat jour era spenta. Premetti l'interruttore vicino alla porta, ma dopo un lampo iniziale, la lampadina scoppiò. In un film horror sarebbe stato un classico, sarebbe stato anche banale vederlo da una poltroncina al cinema, ma lì, dal vivo, giuro che non mi pisciai addosso di nuovo solo perchè avevo la vescica vuota, altrimenti lo avrei fatto ancora.
Ci misi un po' ad abituare i miei occhi all'oscurità – che non era poi totale: un po' di luce proveniva dal corridoio. E fu nella penombra che finalmente vidi cosa, anzi, chi, era la fonte di quel pianto.
Seduto sull'angolo destro del mio letto c'era quello che sembrava proprio essere un bambino.
Ariel si sta mordendo un labbro. Sembra molto presa dal racconto. Mi avvicina ancora di più il microregistratore.
A causa della scarsa luce non riuscivo a distinguere il colore dei capelli del bimbo. Non lo vedevo in viso: era girato di spalle. Vedevo solo la forma e la posizione: era chino, coi gomiti appoggiati sulle ginocchia. Singhiozzava.
Invece di scappare, quasi ipnotizzato, mi avvicinai. Più accorciavo le distanze tra me e lui, più l'odore di marcio aumentava. A nemmeno mezzo metro, il puzzo si era fatto più forte e pungente, e ora sembrava più somigliare a puzza di carne avariata, putrefatta, che di fradicio. Istintivamente pronunciai quel nome: Mark. Lo chiamai. Il bambino smise di piangere. Ma rimase girato, nella stessa posizione. Immobile. Alcuni istanti, poi gli toccai la spalla: sentii che i suoi vestiti erano bagnati e viscidi e che il suo corpo era terribilmente gelato. In quell'istante, nell'istante in cui lo toccai, il bambino si mosse, si girò e ciò che vidi mi fece trasalire. Credo che in pochi al mondo hanno avuto o avranno la possibilità di vedere una cosa così terrificante.
Il viso del bambino aveva una pelle che per quanto era pallida, chiara, sembrava fluorescente. Pezzetti di qualcosa simile a piccole foglie e detriti erano attaccati per tutta la faccia. Non aveva gli occhi: al posto delle orbite solo due grossi buchi neri. Il naso era come se si fosse asciugato, imploso, ridotto solo a due piccoli buchini. La bocca, tutta rattrappita, aveva stampato su un ghigno malefico, diabolico. Devo ammettere che quel viso aveva un che di famigliare, ma era passato troppo tempo perché ricordassi perfettamente.
Il bimbo iniziò a ridere in modo isterico e mi si gettò addosso, come per abbracciarmi. Io ebbi la prontezza di balzare indietro e fu allora che tutto successe. Presi la sedia della scrivania e gliela scagliai addosso. Il bimbo ricadde sul letto. Afferrai meglio la sedia con entrambe le mani e iniziai a scaraventargliela addosso. La cosa curiosa era che da quel corpicino non usciva né sangue, né niente; né sentivo ossa rompersi, ma soprattutto non sembravo provocargli alcun dolore. Il bambino mi fissava con quelle due buche al posto degli occhi e con ancora impresso quel ghigno sulla bocca. Sembrava che stessi picchiando un bambolotto. Quella specie di calma, quell'indifferenza, non fece altro che farmi imbestialire ancora di più, così presi a darci dentro più forte. Alzavo la sedia sopra la mia testa e la scaraventavo con tutta la forza sul letto, sul bambino, in un moto senza fine. Dopo un po' la sedia iniziò a rompersi, ma io ricordò che continuai imperterrito a picchiare. A mano a mano iniziai a sentire le braccia farsi sempre più pesanti e il sangue pulsarmi nella testa incessantemente, ma non riuscivo a fermarmi: sentivo un eccitante senso di libertà.
Non so per quanto andò avanti tutto ciò perché credo che svenni.
Quando mi ripresi, ero in giardino. Sentii subito uno strano sapore in bocca, misto tra il dolciastro e il metallico. Era sangue. Sangue di cui ero ricoperto dalla punta delle scarpe a quella dei capelli. Provai a muovermi ma avevo mani e piedi legati. Indossavo delle manette e ai piedi una specie di spago. Intorno a me un mucchio di poliziotti che mi guardavano con disprezzo. Poco più in là c'era mia madre e mio padre, uno abbracciato all'altro, entrambi in lacrime, disperati. Svenni di nuovo, e quando mi ripresi ero qui.

Quel bambino che massacrai in camera mia era mio fratello, James. Doveva esser venuto in camera mia mentre io ero in bagno. Lo faceva spesso quando faceva la pipì a letto o quando non prendeva sonno e aveva paura a dormire da solo: veniva in camera mia a piangere o a chiedermi di fargli compagnia. Veniva da me nel cuore della notte, invece che andare dai nostri genitori, o perché si vergognava della sua incontinenza o perché sapeva che lo avrebbero rimandato in camera sua a dormire da solo senza tante storie.
Era James, ma io non lo riconobbi, la mia testa non me lo fece riconoscere, sostituì il suo viso, il suo corpo, a quello di Mark, a quella specie di bambolotto senz'anima e ossa. La mia mente mi faceva vedere altro, non la realtà, altrimenti mi sarei accorto di cosa stavo facendo a mio fratello, del suo sangue che andavo spargendo dappertutto.
La sedia che gli scagliai addosso non fece un gran rumore e lui non ebbe nemmeno il tempo di urlare, così ci misero un po' i miei per accorgersi di quello che stava accadendo. Quando arrivarono in camera mia, del loro secondogenito non era rimasto nient'altro che una poltiglia rossastra: un po' spiaccicata sul letto, un po' per terra e il restante addosso a me, sui mobili e sui muri.

Il giudice mi ha dato trent'anni, accogliendo la tesi dell'accusa secondo la quale io vivevo una forte gelosia nei confronti di mio fratello che io vedevo come il preferito, tra me e lui, dai miei genitori. Non solo, sempre secondo l’accusa, vedevo James come il bambino sereno che io non ero stato, e per questo lo invidiavo. Tutto ciò avrebbe portato una personalità borderline come la mia ad uccidere. Bah.
Tutte cazzate.
Non volevo, giuro che non volevo. Sono stato vittima di un'allucinazione. Dell'esasperazione della paranoia. Punto e basta. Non avrei mai fatto del male a mio fratello, di cui non ero né invidioso, né geloso. Ero semplicemente pazzo, ma ora sto bene, sento di esser guarito. Tutta la terapia che ho fatto in dieci anni qua dentro mi ha guarito completamente. Ariel, chiedi pure ai dottori della struttura. Sento proprio che posso uscire di qua, che posso tornare a vivere.
Ariel non dice nulla. Ha cambiato atteggiamento: ora sembra fredda, sembra un dottore vero e proprio. Si alza, accenna un saluto e se ne va. Ti farò avere mie notizie, dice.
Non mi trattengo e le grido dietro: salvami Ariel! E sottovoce continuo a dire: Salvami. Portami via da qui. So che tu puoi, che mi credi. Angelo mio, salvami. Mi sento così solo qui.

5.

Ariel non è più tornata, sono passati tre anni ormai.
Sei mesi dopo la sua visita, mentre sfogliavo una di quelle riviste mediche che sono in sala lettura mi sono imbattuto in articolo. Era la entusiastica recensione di un libro. L'autrice era una certa dottoressa Ariel Mahone e il titolo del libro era: Caino e Abele, sottotitolo: Quindici agghiaccianti storie di fraticidio.

Sono venuti altri dottorandi: volevano studiarmi, sentire direttamente il loro argomento di tesi. Come al solito. Ma io non ho più detto nulla.
In Ariel avevo creduto, creduto veramente. Ma Ariel mi ha fottuto. È stata l'ennesima delusione, l'ennesimo castello in aria.
Ma non importa, niente importa più quando hai vicino un tesoro. Un amico vero. E io ce l'ho. Ora non sono più solo: c'è Mark qui con me.

Come era nel principio e ora e sempre,
nei secoli dei secoli.
Amen.

FINE



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