Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
GAMBE
Proprietario
Matteo B. Bianchi, autore di libri di narrativa e per Mtv


Prezzo

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100 €
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A proposito di questo oggetto...
L'altra gamba
di Matteo B. Bianchi


La luce che entra dalle persiane accostate mi dà fastidio, gli occhi mi bruciano. Che ore sono? Tarda mattinata, si direbbe. Ho la testa che mi scoppia. Cerco di ricordare cosa ho fatto ieri, ma non mi torna in mente nulla, un buco nero di ore, forse giorni. Ma soprattutto, dove mi trovo?
La stanza è bianca e spartana. Sono in un letto con le sponde di metallo. Accanto a me un comodino con un bicchiere d'acqua e un vasetto di fiori. Di fronte, un armadio. Basta, non c'è altro.
Sembra un ospedale. Sono in ospedale? Perché?
Cerco di tirarmi a sedere ma una fitta lancinante alla schiena mi fa desistere immediatamente. Sono senza fiato. Rimetto la testa sul cuscino e cerco di respirare con ritmo regolare. Quando il dolore si placa comincio ad avere una strana percezione. È qualcosa di quasi inconscio, non riesco a descriverlo. Compio i gesti come guidato da un istinto animale. Allungo la mano destra lentamente e l'appoggio sulla pancia. Poi piano piano scendo. All'altezza dell'inguine percepisco le bende. Scendo ancora di qualche centimetro. La mano scivola, cade sul lenzuolo, priva di appoggio.
La mia gamba destra non c'è più.
È in quel momento che inizio a urlare.

Non conosco la donna che mi sta abbracciando e piange sulla mia spalla.
«Chi sei?» chiedo.
La donna si stacca, mi guarda sconsolata e scuote la testa.
«Non mi riconosci? Sono la mamma»
È semplicemente assurdo. Questa non è mia madre, non ci assomiglia neanche in modo vago. È più giovane di lei, ha i capelli più corti e di un colore diverso, non ha il suo profumo, non ha neppure la sua voce.
«Io non ti conosco.»
La donna si asciuga una lacrima.
«L'avevano detto i dottori che al risveglio saresti stato un po' confuso. Sei rimasto in anestesia totale per tre ore...»
Questa non è mia madre. Non so perché stia recitando con me, ma sono certo di non averla mai vista prima.
«Cosa mi è successo?» chiedo.
«Non ti ricordi?»
«No.»
«Hai avuto un incidente in moto, sei stato investito.»
Questa donna dice cose senza senso. Non ho mai avuto una moto. Un motorino da ragazzino, ma parliamo di quindici anni fa. Guido una Yaris, che ho comprato l'anno scorso. Mi ricordo il modello, il numero di targa. Non sono affatto confuso. È lei che cerca di confondere me.
«Dov'è il mio telefono?»
«È rimasto schiacciato nell'urto, si è distrutto.»
«Dammi il tuo cellulare.»
«Non posso. Non ti è permesso chiamare nessuno, devi riposarti adesso.»
«DAMMI IL CELLULARE!»
«Calmati, stai calmo.»
Si apre una porta alle spalle della donna. Entrano un dottore e un'infermiera.
«Dottore...» dice la donna.
Il medico si avvicina.
«Non si agiti. Nelle sue condizioni deve limitare gli sbalzi di...»
«VOGLIO CHIAMARE QUALCUNO! DATEMI UN TELEFONO!»
«Tesoro, stai tranquillo, devi riposare...»
La donna che dichiara di essere mia madre cerca di abbracciarmi di nuovo. Cerco di sottrarmi, ma ogni movimento che faccio mi causa una fitta di dolore.
«Amore.»
La mia presunta madre si ferma e alza lo sguardo. Anche il medico e l'infermiera si voltano verso la porta.
C'è una ragazza sulla soglia.
«Amore, ti sei svegliato?»
È una donna sui venticinque anni, lunghi capelli neri, un piercing sul naso. Sta parlando con me.
Non l'ho mai vista prima d'ora.
La signora la raggiunge.
«Sonia, meno male che sei arrivata. È così scosso, non mi riconosce neanche. Prova a calmarlo tu.»
La ragazza annuisce, poi si avvicina al mio letto.
Mi accarezza i capelli. Si china e mi bacia sulle labbra.
«Paciughino, di me ti ricordi, vero?» sussurra.
Paciughino?
Non faccio in tempo a rispondere, perché in quello stesso momento l'infermiera mi ha inserito un ago nel braccio e mi inietta qualcosa.
Pochi secondi dopo sento le palpebre pesantissime e il mondo esterno scomparire.
L'ultima cosa che sento, prima che il buio mi inghiotta, è la voce del dottore. Mi sembra che dica: «Siete state convincenti. Brave».

Quando riapro gli occhi nella stanza è buio. Da fuori filtra una debole luce, forse un lampione dalla strada.
Non riesco a capire se siano trascorse poche ore o se sia stato inconscio più a lungo.
La testa mi fa ancora male, il corpo è sempre dolorante.
Mentre ancora sto cercando di riprendere possesso delle mie facoltà sono attraversato da un dubbio. Non so perché mi venga il sospetto, so solo che devo controllare immediatamente. Allungo la mano sinistra in basso, verso la coscia. È un movimento rapido, frazioni di secondi, ma sufficiente a spalancare l'abisso: mi hanno tolto anche l'altra gamba.


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