Antologia - Orbite vuote

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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
TASTIERA PER COMPUTER
Proprietario
Maura Gancitano, lettrice.


Prezzo

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179 €
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A proposito di questo oggetto...
Scazzamurreddhu
di Maura Gancitano


In breve, era seduto alla scrivania e scriveva scriveva scriveva, scriveva forse un libro di scienze, un manuale di proiezioni ortogonali, qualcosa di intellettuale. Aveva già pronti tutti i disegni, tutte le foto, e l’indice in testa da un pezzo, non gli restava che mettere giù tutti i calcoli e i dati e le teorie che conosceva, e senza neanche guardare il monitor lasciava muovere le dita sui pulsanti bianchi, lettere, numeri, simboli, e la testa gli cadeva penzoloni un po’ a destra un po’ a sinistra, il pensiero chissà dove.
Un altro provava il testo di una canzone, delle rime, ricopiava tutto su un foglio di carta per non perderlo, si fermava e provava la nota, provava il verso, per verificarne l’efficacia.
Quello che invece scriveva la tesi era disperato, gli occhi di fuori e le dita anchilosate. Tenendo intorno a sé un libro un evidenziatore una penna un blocchetto di post-it scriveva una frase e andava a capo, la cancellava e la riscriveva, poi tornava indietro e tagliava tutto il paragrafo e lo incollava su un altro file per sicurezza, poi lo riscriveva di sana pianta come in preda a un raptus, poi rimaneva con lo sguardo nel vuoto e beveva un sorso di tè, e ricominciava.
Poi c’era chi guardava fuori dalla finestra, à la Conrad, e ogni tanto andava alla scrivania e batteva sui tasti per qualche decina di secondi, poi tornava alla finestra, immaginando di avere una moglie a guardarlo con biasimo.
Oppure chi aveva una lunga serie, dieci quindici cinquanta pagine, di appunti, e se le guardava e riguardava e copiava una frase da lì e una da là, e poi ci metteva del nuovo, senza paura di andare avanti fino a notte, fino a mattina, fino alla fine dell’opera.
E chi non aveva proprio voglia, e si teneva la testa con i palmi, e guardava la luce dell’abat-jour accesa verso il muro, e aspettava che facesse abbastanza tardi per dormire, e dava un’occhiata ai social network, ai siti dei quotidiani, a qualche pezzetto di carta lasciato sul tavolo.
C’era anche chi cercava le parole per una mail, la scusa giusta, il tono, una lunghezza accettabile, ed entrava quasi con le pupille tutto dentro la finestra dell’account, per quanto ci teneva a fare una buona impressione.
In mezzo a tutta quella ciurma di battitori, c’era anche chi adoperava il computer per cose da un minuto. Uno, per esempio, faceva la lista della spesa per la festa del bambino.
Di sicuro, qualche altro preparava un progetto di lavoro, con scheda tecnica, preventivo e tutto. Oppure il soggetto per un film. A dirla tutta, doveva esserci qualcuno alle prese con dei dialoghi osceni.
Il battaglione di scrittori serali stava intento al proprio dovere, quando venne fuori l’inaspettato.
Si trattò, a quanto pare, di qualcosa che in Salento si chiama scazzamurreddhu: un cosetto piccolo, un po’ bizzarro un po’ impertinente, un po’ stizzoso un po’ scherzevole, peloso, con le gambe storte, un birbantello bruttino che si diverte a burlare le donne di casa che tra stracci e padelle si sentono regine e nasconde loro la roba, gli strumenti, il mangiare, sporcando per gioco, tormentandole.
La ricostruzione più realistica lo vuole così. A dire il vero, non si sa se venne fuori di colpo. Probabilmente cominciò per gioco a prendersi beffe di un battitore, poi di un altro, poi di un altro ancora, passando di computer in computer, apparendo in uno schermo e sparendo in un altro, ma senza farsi mai vedere, assumendo la forma di una freccetta, di una finestra, di una opzione mai vista prima. E quello scherzo andò avanti per un po’, prima che gli scrittori della notte si riscuotessero dal sonno e notassero qualcosa di strano.
Se ne accorsero tutti insieme, di colpo, funziona un po’ come con le scimmie: una volta un certo Lyall Watson dichiarò di aver osservato (nel 1979) un fenomeno riguardante il comportamento di un gruppo di macachi che avevano imparato spontaneamente a lavare le patate per eliminare la sabbia e altre incrostazioni prima di mangiarle. Watson affermò che improvvisamente, dopo che novantanove macachi avevano dovuto apprendere la tecnica nel modo consueto, una centesima scimmia aveva anch'essa imparato a lavare le patate: l’esistenza di questo gruppo di scimmie igienicamente sofisticate aveva aperto una porta di natura paranormale, e da quel momento un gran numero di scimmie, non solo nella stessa isola ma persino in altre isole molto lontane, avevano cominciato a lavare le patate prima di mangiarle senza aver avuto contatti diretti con il gruppo originario.
Qualcuno s’arrischiò a parlare di inconscio collettivo, a tirare fuori teorie sull’arrivo degli alieni che da tempo erano state falsificate, ed è difficile dire se il fenomeno sia realmente calzante. Per pudore, molti scienziati hanno preferito non occuparsi della vicenda, mettendo da parte qualsiasi ipotesi.
Si può dire, senza la paura di essere smentiti, che tutti i battitori sobbalzarono nello stesso momento. Iniziarono a notare qualcosa di diverso nelle pagine che avevano davanti. Continuavano a scrivere, ma non appariva niente oltre alle lettere. Nessun suggerimento grammaticale, nessun segnetto rosso sotto una parola. Una lettera minuscola non s’ingrandiva più di colpo, un passato remoto incerto rimaneva così per come era stato battuto.
Da quel momento in poi, la parola scienza cominciò a essere scritta un po’ con la i un po’ senza, e lo stesso valigie ciliegie camicie incosciente trecce pance e tutti quei vocaboli da troppo tempo oggetto di dispute e diatribe ortografiche.
Il primo, che scriveva il libro di scienze talmente sicuro del proprio sapere da riuscire a dormicchiare e a pensare a chissà cosa mentre batteva formule, definizioni e teorie, si rizzò in piedi e smise di respirare, e portò le mani sulle cosce e non fu più in grado di continuare.
Quello che scriveva la tesi iniziò a copiare il libro che aveva a fianco, per disperazione. Quando ebbe finito di copiarlo, si abbandonò al dolore e cancellò tutto il lavoro.
Il musicista tornò alle rime che conosceva, imbracciò la chitarra e provò cento mille dieci volte lo stesso verso, e non smise più.
Anche quello che scriveva controvoglia per rispettare una scadenza iniziò a dirsi che doveva andare così, che era una giustificazione e non gli dispiaceva, e passò il resto della notte a tenersi la testa con i palmi, guardando tra la luce dell’abat-jour e il cuscino.
Altri ebbero un’altra reazione. Alcuni gruppi, si racconta, invasero Internet alla ricerca dei dizionari elettronici, ma senza risultato. Copiavano ogni singola parola per avere la certezza che fosse corretta ma i vocabolari virtuali erano in preda alla stessa febbre grammaticale, e davano notizie ogni volta diverse, discordanti, poco dopo andarono in tilt.
E allora fu tutto un correre nelle cantine, alla ricerca di vecchi vocabolari induriti dall’umidità, tutto un chiedere consiglio, ma ad ogni minuto ciascuno diventava meno certo del proprio sapere, e tutti chiedevano a tutti e nessuno conosceva una sola risposta. E allora si cominciò a parlare un po’ meno, sottraendo una frase alla volta, per timore di usare a sproposito anche il linguaggio quotidiano, e si prese a usare i gesti, e poi a tratteggiare segni imprecisi sulle pareti, sui muri, sul pavimento, per farsi comprendere, per cercare comprensione.
E nella paura che aleggiava, intanto, si sentiva come un tappeto musicale, un leitmotiv, che piano piano cresceva in una risata gracchiante, in una beffa.


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