Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
CASA VECCHIA
Proprietario
Enrico Macioci, autore di "Terremoto" (Terre di mezzo, 2010)


Prezzo

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350000 €
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A proposito di questo oggetto...
La casa vecchia
di Enrico Macioci


Quando Ettore Polis scorse la via bianca che dal marciapiede scendeva sulla destra, decise subito d’imboccarla per raggiungere la casa. Si tolse la giacca inforcandola nel dito indice e posandosela sulla spalla, mentre il battito cardiaco accelerava: era emozionato. Dalla strada asfaltata, attraverso una siepe traboccante di calabroni, la casa pur visibile solo a tratti aveva attirato la sua attenzione; ora riusciva a scorgerla meglio. La viuzza digradante era invasa ai due lati dalla vegetazione di metà giugno, e solcata nel mezzo da un tappeto d’erba; proseguiva oltre la casa addentrandosi nella vallata; a un certo punto, una cinquantina di metri più giù, svoltava a sinistra sparendo dietro un gruppo d’ippocastani. Da qualche parte giungeva un rumore di ruspe ma velato, irreale. Forse c’era un cantiere laggiù. Ma a Ettore Polis interessava la casa.
Si trattava d’un’abitazione composta da due edifici, uno basso e lungo e l’altro più corto e a tre piani, divisi da un terrazzamento sepolto dai rovi. In mezzo ai rovi sostavano immobili nelle chiazze di sole sbavate dalle fronde cinque o sei gatti; i loro occhi brillavano come pezzi di mica; i gatti, così fermi, sembravano finti. L’edificio basso, ancora in buone condizioni, s’appoggiava a destra contro una parete della valle ove pioveva una cascata d’edera, olezzante da ferire le narici e ombrata da nugoli di moscerini; dal suo petto emanava un impasto di ronzii e sussurri, come se dietro vi si nascondesse qualche strano popolo d’esseri fantastici presi in un’interminabile confabulazione. L’edificio alto aveva perso il tetto e dal suo grembo svettava contro il cielo turchese un cipresso lucido come una lama; dalle mura diroccate e dalle finestre orbe s’affacciavano rampicanti e rami penduli, simili a braccia prigioniere. Sui rami si dondolavano nel vento gazze, merli, corvi che tacevano con solennità; parevano finti anche loro.
Rispetto alla via la casa si trovava in basso, cosicché man mano che Ettore Polis discendeva avvicinandosi al cancello godeva d’una visione più chiara. Non esisteva giardino, o meglio tutto era oramai giardino. La natura procace e tremenda della stagione calda aveva seppellito ogni mistero. Le fronde dei tigli, delle betulle e dei mandorli erano talmente cresciute da ripiegarsi all’ingiù a causa del loro stesso peso, ma a mezza altezza lambivano le erbacce cresciute dal terreno creando una sorta di fantastico intreccio vegetale, una cupola viva e fremente di fiori, frutti e nidi. Api brusivano pigre, ragnatele lucevano, il sole cuciva nel verde arazzo una miriade di pizzi dorati o, laddove l’ombra era più densa, di pallido platino. Una legnaia sonnecchiava ai piedi dell’edificio alto traendo sin dentro il buio fresco, sospeso sulla polvere e i trucioli, l’occhio e la mente.
Ai lati del cancello divelto cui finalmente Ettore Polis era giunto salivano due pini col fiero capo immerso nella luce meridiana. Ai loro piedi l’aroma stagnava forte come un vino. Al centro di quella che doveva essere stata un’aiuola figurava una decrepita carriola piena di terra, da cui misteriosamente germinava un noce alto dieci metri. Grandi boccioli celesti e indaco ornavano una rete arrugginita senza far mostra di steli, enormi coriandoli d’un carnevale fiabesco. File di vasi stagliavano sul muro dell’edificio basso fiori simili a fiamme coralline. Sul tetto del medesimo edificio le tegole sparivano sotto un drappeggio di ranuncoli e begonie, nasturzi e margherite. La natura mescolava le leggi e le stagioni. Su una malridotta sedia di legno giaceva una fionda, il cui laccio era avvolto attorno a un oggetto bianco che parve a Ettore Polis un piccolo teschio. Su una panca se ne stava arrotolata una fune. Uno spicchio di finestra mostrava un lembo di cucina. Sul davanzale della finestra c’erano barattoli di vetro colmi di liquido rosso – pomodoro? Uno spago appeso al canale di scolo dondolava e all’estremità vi pendeva qualcosa di lucente e tondo: un’azza? Un ciondolo? Il dondolio proiettava al suolo un’ipnotica danza di riflessi. Qua e là l’erba pareva schiacciata, orme correvano vicino alla porta d’ingresso oltre la selva che aveva invaso il giardino. Cantava lontano, forse nella valle, forse altrove, un tordo. Ettore Polis si fermò. Voleva la casa, oh se la voleva.
Sulle colonne di pietra del cancello non figuravano campanelli né cassette della posta. Ettore si guardò intorno e si rese conto d’essere solo; sopra di lui udiva il passaggio delle macchine e di fronte, dall’altra parte del bosco, vedeva i palazzi, le strade, le quinte della città addossata ai colli; vedeva anche il parcheggio della stazione e le auto brillare nel sole. La casa sembrava occupare un ritaglio estraneo allo spazio e al tempo. A quell’ora vi stagnava già l’oscurità gettata dalla scarpata da cui Ettore Polis aveva occhieggiato il tetto e un’azzurra frescura l’inondava, carica di presagi notturni, di buie precocità. “Ed è quasi ora” pensò Polis controllando l’orologio. “A chi domandare?” In quel mentre sbucò in fondo alla strada dietro gl’ippocastani un uomo alto con una falce in spalla; camminava piano, un po’ curvo in avanti, e portava un cappello di paglia a tesa larga da contadino. Anche il vestiario era da contadino: pantaloni pesanti, maglia lisa, scarpe infangate. Polis senza volerlo gonfiò il petto dentro l’elegante camicia beige e poi si terse il sudore dalle tempie col fazzoletto, espirando. Quindi fece scricchiolare le dita. L’uomo in avvicinamento sembrava abbastanza giovane ma non era facile dargli un’età a causa dell’espressione idiota che si portava appresso. Era brutto d’una bruttezza subdola che s’insinuava nelle fattezze infettandole da dentro più che plasmandole apertamente: occhi grandi e un po’ sporgenti, naso grosso, labbra sottili da cui balenavano denti guasti e vuoti paurosi, mani grandi e luride, mento squadrato che gli conferiva, unito allo sguardo vacuo, una certa volgarità non estranea alla violenza. L’insieme si coordinava male, come se l’uomo fosse il risultato dell’assemblaggio di più parti non omogenee.
L’uomo si fermò dinanzi a Polis e lo fissò senza parlare.
Polis pensò: se vuole, mi fa a fette con quella falce senza che anima viva s’accorga di nulla. Invece rimise il fazzoletto nel taschino e domandò, appurando con sollievo di non aver perso la voce: «Mi sa dire di chi è questa casa, o se è in vendita?»
«Sì» rispose l’altro. Parlava come se in bocca gli s’agitasse un topo morto.
«Ah, dunque è in vendita?» s’accalorò Polis.
«No» biascicò il tizio. Masticava qualcosa, forse tabacco.
“È abbandonata?»
«Sì… no… boh» ruminò l’individuo.
«Io sono Ettore Polis, psichiatra nonché psicoanalista. Con chi ho il piacere di parlare?» Non senza disgusto porse la mano.
L’altro non si mosse e Polis ritirò la mano. «Con chi ho il piacere di parlare?» ripeté più spazientito che sconcertato.
«Mi chiamo Guido» ribatté il tizio fissando il vuoto coi suoi brutti occhi. E poi aggiunse, indicando la casa con un cenno del capo: «Neanche manutenzione, ci vengo a fare. Non è più in vendita.»
Polis s’illuminò: «Dunque un proprietario c’è!»
«Eh» ruminò Guido. «Uno, e certe volte neppure basta.»
«Si spieghi meglio per favore. Io vengo da fuori. Vorrei comprare la casa e ristrutturarla. Non appena l’ho vista, ovvero cinque minuti fa, me ne sono innamorato. A chi debbo rivolgermi?» Ma si pentì d’aver confessato i propri intenti al bifolco con dovizia di particolari.
«Eh, ristrutturarla» rispose Guido ridendo il suo riso guasto. «A chi rivolgersi, poi… Direi che deve andare dal signor Alfio… Direi che non c’è dubbio che tocchi a lui… Ma forse è meglio che se ne torna da dov’è venuto.»
«E perché mai?» In Polis il nervosismo non riusciva ad avere la meglio sulla paura, né questa su quello.
«Senta» sbuffò Guido «io facevo solo manutenzione. Potavo, pulivo, davo da mangiare alle galline finché campavano, tutto qua. Ma adesso…»
«Adesso?»
«Adesso no.» E sputò un liquido che parve muco.
«Chi è il signor Alfio?» domandò Polis con un principio di nausea.
Guido lo guardò come se l’idiota fosse lui. «Il proprietario, no?» grugnì. Aveva davvero un aspetto orribile ma probabilmente non era pericoloso, solo un po’ tardo.
«Va bene, ma il cognome? In che modo posso rintracciarlo?»
«Alfio Corona.» Guido sembrava stufo. Il respiro nell’aria afosa gli usciva a fatica. Gocce di sudore gli scendevano da sotto il cappello sulla fronte bassa e poi lungo le guance, scavando scie chiare nello sporco accumulato sulla pelle. Masticava sempre.
«Alfio Corona» ripeté Ettore Polis. «E dove lo trovo?»
Guido sbuffò in maniera più teatrale. Rifletteva se rispondere o no, e la cosa sembrò a Polis offensiva; infine alzò con solennità la falce dalla spalla destra e la puntò contro la collina di fronte, oltre la valle; la lama emanò un bagliore fugace ed eterno. «Lo vede quel palazzo arancione?» e indicò con la falce un edificio di cinque piani sul fianco d’un quartiere popolare.
«Sì» confermò Polis, che non riusciva a non tener d’occhio la lunga lama.
«Alfio Corona» chiosò Guido masticando. «Terzo piano. Non mi ricordo da che lato.»
«Grazie» replicò Polis con voce meno salda di quanto volesse.
«Mm» consentì Guido per poi rincamminarsi verso la sommità della viuzza, senza salutare. Sulla schiena era più sudato che davanti. Il solco fra le natiche smunte nereggiava come inchiostro.
«Perché ha smesso di fare manutenzione?» chiese ancora Ettore Polis da dietro.
«Loro non hanno più voluto» borbottò Guido di spalle.
Scoccarono le cinque nel petto biondo del pomeriggio.

Pur guardando con estremo sospetto a ogni indizio d’ossessione e pur sembrandogli il proprio violento, improvviso amore per la vecchia dimora un’ossessione in piena regola, Ettore Polis raggiunse la macchina e si recò seduta stante da Alfio Corona. Gli aprì la porta un signore anziano, alto, magro, canuto, con occhi grigi e lunghe mani sottili, vestito con decorosa semplicità, un po’ tetra ma atta all’ambiente, immerso in una semioscurità che contrastava col bagliore abbacinante dell’esterno.
«Sono Ettore Polis. Lei è il signor Alfio Corona?» esordì Polis.
«Sono io» ribatté l’altro sulla difensiva. «Che posso fare per lei?» La sua voce suonava stanca. Stanca, sopra ogni altra cosa.
«Piacere» disse Ettore porgendo la mano.
Stavolta l’offerta fu accettata e ricambiata. La mano di Corona era quella d’un uomo che ha rischiato l’assideramento.
Poi Polis, senza indugio: «Vorrei acquistare la sua casa.»
Corona tradì un istante di smarrimento ma si dominò, si fece da parte, chiuse la porta e fece strada fino a un salotto spartano dal cui balcone si dominava la vallata. Fuori faceva un caldo davvero eccezionale per il mese di giugno.
«S’accomodi» esortò Corona.
Sedettero su due poltrone soffici in cui s’aveva la sensazione d’affogare.
«Desidera qualcosa? Una bibita? Un the freddo?» chiese Corona.
«Voglio la casa» rispose Polis con enfasi francamente eccessiva.
Alfio Corona guardò fuori e per un poco non parlò. Il pomeriggio era incredibilmente silenzioso. «La casa vecchia non è in vendita» disse col volto tirato.
Ettore Polis avvertì un tuffo al cuore. Aveva perso la testa per quella casa e più se ne rendeva conto, più ne restava sgomento, più la voleva. «Guido m’ha detto di rivolgermi a lei» s’ostinò.
«Non è in vendita» ripeté Corona non prima d’aver indirizzato a Guido un pensiero, parve a Polis, affatto benevolo.
«Ma cade a pezzi» osservò Polis.
«Tutti cadiamo a pezzi, prima o poi.»
Polis ebbe un guizzo. «Non io, non ancora. E neanche la casa, se lei me la vende. Quanto ne vuole? I soldi non mi mancano. Tornerà come nuova.»
«Era un bel po’ che qualcuno non veniva a domandare della casa. Anni. Da quando ho tolto il cartello VENDESI (FORSE), e ho dato ordine a Guido di non curarsene più. Oramai le galline saranno ridotte a minuscoli scheletri sotto quella giungla.» Corona rifletteva. «Eh, bella è bella, e da quassù si vede ancora bene nonostante la vegetazione e il resto. Ma lei come diavolo l’ha scovata?»
«Un lampo fra gli alberi» spiegò Polis. Non riusciva a non usare frasi a effetto a proposito della casa.
«Uhm» esclamò Corona con malcelata ironia.
«Perché non vuole più venderla? Ha deciso che ci è troppo affezionato? Guardi…allora…» e squadrò il vecchio «posso aspettare che lei… insomma, posso aspettare che… ci siamo capiti, basta che lei mi dia qualche garanzia per il futuro… per dopo, intendo.» Ettore Polis non credeva a quel che aveva appena affermato. Arrossì ma non retrocesse dalla propria posizione.
Corona tacque senza aver in apparenza accusato il colpo; poi, col tono di chi ha deciso di vuotare il sacco fino in fondo, spiegò: «Eravamo cinque tra fratelli e sorelle. Io ero di gran lunga il più piccolo. Sono l’ultimo rimasto.» E allargò le braccia smunte come a dire: che ci posso fare?
«Capisco. Una questione d’eredità.» Polis tradì un moto di delusione e si dimenticò di chiedere scusa.
«Affatto» ribatté Corona.
Polis sgranò gli occhi. «Vuol dire che è rimasto solo lei… in assoluto?»
«Esattamente.»
«Nessuno di voi ha avuto figli, o s’è sposato?»
«Nessuno.»
Polis sospirò, sprofondando nella poltrona impregnata d’un lieve odore di medicinale.
«Io ho novant’anni» riprese Corona. «Ho vissuto nella casa fino a vent’anni fa, quando morì Mariuccia. Del resto, Mariuccia non m’avrebbe mai permesso di farlo… Ma dopo che lei morì non potevo più restare. La casa era troppo vuota… e troppo piena. Allora presi in affitto quest’appartamento (non avrei mai potuto comprarlo, sarebbe stato offensivo), da dove posso controllarla. Ogni giorno mi metto alla finestra e la osservo. È bello osservarla. Non ci si stanca.»
«Capisco.» E Polis capiva davvero.
«Quando io nacqui Anselmo aveva ventotto anni, Gertrude ventisei, Ascanio ventidue, Mariuccia quindici. Mia madre fu una fattrice di straordinaria precocità e stupefacente longevità. Mio padre fu uomo virile fino alla fine. Noi figli invece ci siamo guardati dall’imitarli.»
«Vedo» commentò Polis non aggiungendo altro. Percepiva qualche abisso all’intorno.
«La casa fu quel che ci lasciarono, e della casa ci siamo occupati. Non abbiamo mai pensato ad altro. Le faccende importanti esigono sacrifici importanti.» L’espressione di Corona diventava sfuggente, quasi selvatica.
Polis era perplesso. Lo stupiva specialmente l’incapacità di disapprovare del tutto il racconto del vecchio. «Beh, la casa è davvero bella, è… fascinosa» disse solo.
«Ma sarebbe stato meglio se non l’avessimo fatto. Fino a dieci anni fa ho provato a venderla. Sa, allora non ero ancora così vecchio… Alla mia età, vede, uno deve entrare nell’ottica che qualsiasi momento può essere quello buono. Qualsiasi. E quand’è così, i timori si fanno più grandi e i ragionamenti più piccoli.» Corona tacque in attesa che Polis dicesse qualcosa poi, dato che l’altro non parlava, riprese: «A quel tempo riuscivo ancora a non preoccuparmi di certe cose, ma loro hanno sempre cercato di proteggermi dalla mia avventatezza…»
Polis cominciava a sentire freddo. Fuori il fitto bosco mareggiava placido e la casa vecchia vi sostava in un nido d’ombre assorte e tersi nastri solari.
Corona continuò: «Iniziò Anselmo a far da maestro, d’altronde era il più grande, poi Gertrude lo seguì con fedeltà e così via e così via, fino a me. Ma si può senz’altro affermare che il primo in assoluto fu Anselmo.»
«A fare che?»
Corona parve non udire la domanda. Gli occhi acquosi tremavano, scossi da un vento interiore rimasto chissà quanto imprigionato. Aggiunse con strana ironia: «Io sono stato il più recalcitrante. Forse, la diceria secondo cui l’ultimo figlio è quello che dà più guai ha un fondo di verità. Non è che non ci credessi, anzi non ne ho mai dubitato, ma dubitavo – e dubito – che in sé sia una cosa giusta… ecco, una cosa buona e giusta.»
«Non riesco più a seguirla» borbottò Ettore Polis, in parte mentendo.
«Perciò» riattaccò l’altro immobile nella poltrona «misi su il cartello e provai più volte a venderla; e intanto la facevo curare da Guido, per quanto possibile. Ho continuato a tenerci le galline e a piantarci le patate, i pomodori e i vari ortaggi. Facevo la vendemmia e la raccolta delle mandorle, delle noci e della frutta. Ma poi, dopo il quindicesimo tentativo, ho smesso.»
«Tentativo di che?»
«Di venderla. Tutti gli acquirenti, anche i più convinti, anche quelli letteralmente fanatici, se la sono data a gambe; e nessuno ha superato l’esame.»
«Quale esame?» A Polis tremavano le mani, così le premette una contro l’altra.
«Della prima sera. Ma se lei lo supera la casa è sua. Io resto sempre dell’idea che non si tratti d’un buon affare. E forse lei non è capitato qui per caso. Forse lei è un…liberatore. Un liberatore, ecco.» E Corona disegnò una smorfia amara.
Ettore Polis senza avvedersene assunse una posa altera. Smise di torturarsi le mani benché sentisse sempre più freddo. Malgrado il sollievo di scoprire che nessun ostacolo pratico intralciava l’acquisto della dimora, la follia lucida e rassegnata del vecchio l’infastidiva sin quasi all’esasperazione. Ma forse la causa del suo fastidio non era tutta lì. Ettore Polis non riusciva a sottovalutare l’insana potenza con cui la casa l’aveva catturato, non riusciva a non pensare che la casa possedesse qualcosa di speciale; e, faccenda ancor più inquietante, non riusciva a scacciare la sensazione che la casa riservasse quella specialità solamente ad alcuni. A denti stretti domandò: «E cosa succede la prima sera, signor Corona?»
Corona abbozzò un sorriso simile a un rictus. «Oh, non lo so. Non ero presente, io. Ma lei tollererebbe di buon grado un’invasione di domicilio? Una violenza domestica? E perché mai loro dovrebbero?»
Polis si riappropriò con uno sforzo del proprio intelletto. «Signor Corona, io sono uno psicoanalista e un neurologo. Molti sostengono che me la cavi assai bene nel mio lavoro, e fuori dai denti lo penso anch’io. Posso senz’altro descrivermi come un uomo razionale, lontano da ogni forma di superstizione, da ogni debolezza della mente. I suoi fratelli stanno al camposanto, e lei soffre d’una grave forma depressiva. Non ha superato i suoi lutti. Mi spiace dover essere così franco con lei, in fondo ci conosciamo da pochi minuti appena. Ciò non toglie che io desideri acquistare la sua casa. Se il problema consiste in quattro persone morte, un problema allora non c’è.» Polis predicò con un tono secco e dottorale. Ora fissava Alfio Corona in attesa di risposta.
Corona disse con estrema tranquillità: «La mia pensione da ex-maestro elementare è davvero misera… E torno a ripetere che la faccenda non è buona, nessuna faccenda di clan e territorio lo è, né lo è mai stata… E come potrebbe? Dover vivere sempre nello stesso posto...»
«Signor Corona, me lo lasci ripetere: lei è malato.»
«Regoliamoci così: stasera ci faccia un salto, loro sanno già tutto, ne sono certo. Se…se non le fanno storie la casa è sua. Dalla mezzanotte in punto. Ne ho piene le tasche… Lei potrebbe essere in fin dei conti il liberatore… Che vita spaventosa, sempre e solo tra noi! Quante noie in cambio d’una certezza! Quant’è noiosa la certezza! Quant’è tirannica! Quante gioie perdute! Quanto mondo segato! Quanto gran tempo, in così poco spazio!» Il vecchio appariva affranto. La testa china, ricoperta da una sottile e candida peluria, faceva tenerezza e paura insieme.
«Stasera riparto» spiegò Polis «ma tornerò la settimana prossima. Le prometto che stipuleremo un buon contratto e che non la trufferò. Consideri la cosa già regolata.» S’alzò dalla poltrona, e gli parve di risollevarsi da un incubo. Sentì di dover andar via.
«No. Prima deve farci un salto.» Il vecchio rialzò il capo con lo sguardo irremovibile del fanatismo. Pur fermo nella poltrona e nelle membra vizze, vibrava ora in lui una corda arroventata, un’ansia fonda e cupa. Era l’ansia di chi sta giocando una chance importante, forse l’ultima.
Polis fu il primo a stupirsi quando udì se stesso domandare: «E se stasera faccio un salto lì e… va tutto bene?»
Alfio Corona stirò la bocca in un sorriso antico. «La casa vecchia è sua.»

«Come va, Ettore?» chiese il dottor Sevi al dottor Polis. Erano colleghi di vecchia data.
«Bene» rispose Ettore Polis dal lettino.
«Bene» ripeté il dottor Sevi. «Desideri parlarmi di qualcosa?»
«No. E tu?»
Il dottor Sevi represse una piccola smorfia. «Nemmeno.»
«Ottimo. Allora stiamocene qui in silenzio.»
«Non direi. Stiamo lavorando, Ettore. E tu lo sai.»
«Lo so?»
«Sì. Lo sai.»
«Uhm.»
«Non vuoi parlarmi del tuo problema, Ettore?» domandò Sevi con una punta d’ansia mista a rabbia.
«Il problema è tuo, non mio.»
«Ettore… ehm… te l’ho già spiegato. Sei tu che hai perso il lavoro, la moglie, i figli.»
«Occorre star soli e non distrarsi. La famiglia non ammette infiltrazioni né impegni di sorta.»
«Questo me l’hai già spiegato e ripetuto. Ne abbiamo discusso a sufficienza.»
«Perché continui a chiedermelo allora?»
«Fa parte del lavoro che stiamo svolgendo, Ettore.» Il dottor Sevi sbuffò.
«Noi non stiamo lavorando.» Ettore Polis sorrise. «Noi stiamo perdendo tempo. Tu stai perdendo tempo. Rilassati e lascia perdere. Neanch’io ai miei bei tempi sarei riuscito a risolverla, questa storia.»
«Fin quando pensi di continuare, Ettore?»
«Semplice. Fino a che non morirò.»
«Ettore, com’è potuto accadere? Voglio dire così, tutt’a un tratto?» Il dottor Sevi era sul punto di piangere, non si capiva se per il dispiacere o la frustrazione. Voleva bene a Ettore Polis. Aveva sempre ammirato la sua intelligenza e la sua professionalità. Non riusciva ad affrontare la faccenda esclusivamente da un punto di vista clinico, professionale. Era troppo coinvolto… e infuriato. Era infuriato.
«Bisogna stare soli per formare una vera famiglia» ripeté Ettore Polis con voce fissa, sognante. «Me l’ha detto l’altra notte Anselmo mentre giocava a briscola con un gufo, su un raggio di luna. Il raggio era obliquo ma le carte non scivolavano mica giù. Alcune lucciole facevano da spilli e le carte stavano al loro posto, una per una. E il gufo le spostava col becco. Ci sapeva fare, come no. Credo abbia vinto lui.»
«Non esiste più nessun Anselmo.»
«E me lo spiegò anche Gertrude mentre cucinava quel delizioso brodo di stelle cadenti. Le catturava con una retina fatta di baffi di gatto e poi le metteva nell’acqua della gora, che bolliva su un fuoco dipinto dai nani. I nani dipingono nel bosco, sotto i portici di muschio. Utilizzano a mo’ di pennelli le felci ancora umide di guazza o di torrente, raccolte all’alba proprio quando il sole sorge. L’hanno dipinto loro, il fuoco sotto la gora.»
«Quale gora?»
«La gora che non s’asciuga mai, che nutre e che disseta. Esce dal tronco d’un acero morto due milioni d’anni fa, e proviene direttamente dal centro della Terra. E Mariuccia mi disse pure, mentre dirigeva nel frutteto un concerto di grilli e upupe su un’aria di Bach esalante dalle pigne: dopo Alfio toccherà a te, c’è posto per tutti quelli davvero interessati. E si raccomandò pure Ascanio, mentre le falene gli facevano aria a mo’ di ventagli e lui giocava a morra con gli scoiattoli, in cima al mandorlo dai petali di neve, una neve che non s’asciuga mai nemmeno d’estate perché è neve che cade dalle profondità più remote dello spazio. Mi disse le stesse parole: c’è posto per tutti, qua. Per tutti quelli che scegliamo noi.»
«Sì Ettore, al cimitero c’è posto per tutti, ahimè.» Il dottor Sevi apriva e chiudeva di continuo il cappuccio d’una penna. Avrebbe voluto piangere ma non ci riusciva. Era la rabbia per un’ingiustizia così grande a impedirglielo. Un’ingiustizia così grande e inspiegabile. E nemmeno ripensare a quanto in passato fosse stato invidioso della bravura e del prestigio di Ettore Polis attenuava il suo furore; lo aumentava anzi sin quasi a spaccargli il petto in due.
Ettore Polis frattanto divenne serissimo e dolcissimo. Il suo sguardo andò più lontano, in un posto umanamente irraggiungibile. «E poi c’è Alfio, naturalmente. L’hanno perdonato. Sono generosi oltre ogni limite. Se ti adegui, loro finiscono sempre per perdonarti. Basta adeguarsi. L’altra sera avresti dovuto vederlo sullo sgabello ricavato da un abbraccio di mantidi religiose, la schiena contro il muro laddove pioveva una pozza di Via Lattea, che beveva di buona lena un boccale di quel magnifico vino blu. Il vino di laggiù. Lo ricavano spremendo un po’ di tramonto coi canti più affilati degli usignoli, ma solo quando il cielo è sereno e le stelle son precise come asole e la luna è una vela di batista. E lui era molto più bello e più giovane di quando lo conobbi da vivo.»


[Foto: Flickr]




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