Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
SPECCHIO ROTTO
Proprietario
Tina Caramanico, lettrice.


Prezzo

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39 €
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A proposito di questo oggetto...
Due
di Tina Caramanico

Nella penombra, guardo la forma oscura che lo specchio, sebbene incrinato, riflette e non la riconosco. Vedo un corpo che si muove come io mi muovo e che ripete i miei gesti più consueti, ma non sono io. Mi avvicino e mi perdo nello sguardo che quel volto gelido, solo in parte conosciuto, mi rimanda. Poi, all’improvviso, l’orrore della consapevolezza mi riempie, e mi tormento per capire come ci sei riuscita: quella che si muove in quello specchio, ne sono sicura, non sono più io, sei tu.

(A scuola solo una di noi faceva i compiti, studiava, prendeva appunti; ma i professori non lo sapevano. Non ci distinguevano. Facevano finta di riconoscerci, ma se li mettevamo alla prova sbagliavano, tutte le volte.)

Infine mi hai tolto l’unica cosa che avevo conservato per me sola, che credevo tu non avresti mai potuto contendermi: il mio corpo. E ora dovrò restarmene qui, a guardare quello che vorrai fare di me. Non è possibile, non è giusto, forse non è reale. Non posso smettere di sperare che tutto questo sia solo un incubo. Forse è solo il mio odio per te, l’ossessione che ha avvelenato tutta la mia vita, che ora mi fa vedere quello che non c’è, mi fa osservare in uno specchio il tuo corpo che si muove come fosse il mio, estraneo ai miei pensieri e alla mia volontà, ma non alle mie sensazioni, né al mio sguardo.

(A quattro anni facevamo disegni sui muri, quando mamma non guardava. Una di noi, sempre la stessa, dava il via e decideva cosa bisognava disegnare, dove, e di che colore. Mamma poi, quando vedeva, si arrabbiava moltissimo, era una cosa quella che la faceva impazzire. Ma scopriva sempre una sola di noi con la matita in mano.)


Sei stata sempre con me. Dal primo istante in cui tutto, nel buio, è cominciato, tu c’eri e mi rubavi il sangue, il nutrimento, lo spazio. Più tardi ti sei presa i sorrisi di tutti, le parole che sapevi usare meglio di me, l’affetto di quelli a cui volevo bene. Io ero nessuno, ero la tua brutta copia. Mamma giocava a renderci ancora più identiche: stessi vestiti, stessi colori, stessa pettinatura, ma erano i vestiti, i colori e la pettinatura che piacevano a te. Dicevano che eravamo inseparabili, che tra noi c’era un’intesa segreta ed esclusiva. In parte era vero, ci capivamo benissimo: tu sapevi tutte le mie paure, le mie debolezze; io vedevo la crudeltà nei tuoi occhi, che agli altri sembravano identici ai miei, ed ero l’unica al mondo ad esserne terrorizzata.

(A vent’anni abbiamo avuto lo stesso amante; una delle due lo amava, l’altra lo faceva solo per scherzo o per invidia. Lui non si è mai accorto della differenza;e non si è mai accorto che eravamo in tre, in quel gioco.)

Eri cattiva, solo io lo sapevo: profondamente, irreparabilmente cattiva. E usavi me come testimone e come complice, sicura che non avrei mai avuto il coraggio e l’autonomia per distinguermi, per prendere una posizione che fosse diversa dalla tua. Hai sempre trovato il modo di farmi apparire malvagia, stupida, ostinata. Ti sei presa tu la parte solare, generosa, divertente. E Dio sa quanto sapevi mentire bene.

(A nove anni, a scuola, ai giardinetti o in cortile, una di noi trovava divertente inventare parole crudeli o scherzi pesanti per far piangere i nostri compagni di giochi più fragili, soli o indifesi; ma una sola andava da loro e diceva quello che l’altra aveva pensato.)


Mi giro verso il letto. Se sei tu quella che ho visto riflessa nello specchio, allora non so più di chi sia quel corpo bianchissimo che spicca sul lenzuolo viola scuro. Non sta dormendo, ma l’unico segno della morte è il suo viso sospeso e assente: il mio, il tuo.

(Ci piaceva ballare, eravamo brave, e abbiamo studiato tanto. Ma poi una di noi ha avuto figli e ha rinunciato; così ora i suoi figli la guardano con sufficienza, mentre ammirano ed amano quella che è rimasta libera ed ha avuto successo.)

Non è accaduto niente di strano: ho solo avuto voglia di stare un po’ sola, credevo di averne diritto, almeno una volta. Pensavo di andarmene e di lasciarti qui: sapevo che a te non sarebbe piaciuta la mia assenza, ma solo perché non avresti più avuto nessuno che ti reggesse il gioco. Credevo di avere così l’ultima parola, nella nostra lotta, e invece hai vinto tu, di nuovo, e non so capire come hai fatto. Come hai trovato questo modo mostruoso per non lasciarmi andare, per continuare a tenermi con te, eternamente, e per continuare a fare di me la tua ombra, la tua bambola.
Mi giro di nuovo verso lo specchio e spero ancora, debolmente, di scoprire che tutto è solo un sogno, un’illusione, una occasionale, fuggevole manifestazione di follia. Invece sei lì, ostinatamente, ti vedo: stai danzando, leggera, e ridi. Di me.


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