Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
TOMAHAWK
Proprietario
Fabio Centamore, lettore.


Prezzo

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85700 €
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A proposito di questo oggetto...
Senza fondo
di Fabio Centamore


Perfino la luce laggiù, nei cunicoli sotterranei di Marte, entrava con un certo timore. Quasi temesse di profanare quella santa immobilità, riverberava malamente fra tutti quegli spigoli color ruggine. Bastiano Malpelo restò quasi gelato da tutto quell'abbandono, si fermò in mezzo alla galleria scuotendo mestamente la testa. Quella desolazione non era esattamente ciò che gli avevano promesso, proprio per niente. Lasciò saettare il fascio luminoso della torcia fra le stalattiti grigio topo abbrancate al soffitto, osservò tutti quei cumuli di limatura di ferro sparsi ovunque. Gli venne da storcere la bocca.
«Dia retta a me, giovanotto, lei ha fatto un vero affarone» gli aveva assicurato l'agente immobiliare col sorriso appiccicato fra le orecchie. «Si rende conto? Ben cinquanta chilometri quadrati di suolo marziano ad un prezzo veramente misero.»
«Come sarebbe a dire suolo?» aveva chiesto Malpelo tutto sospettoso. «Mi aveva garantito che avrei posseduto anche ciò che sta sotto terra».
«Ma si capisce. Guardi la clausola undici ter del contratto di compravendita: la sua proprietà si estende fino a dieci chilometri sotto terra, non era ciò che desiderava?»
«Sì, perfetto. Sa com'è? Non si possono mantenere habitat sulla superficie di Marte»
«Signor Malpelo, sono un professionista del settore ormai da anni. Conosco la situazione su Marte. Certo, ormai vanno di moda le oasi orbitanti».
«Non mi dica. Corrono tutti a farsi una seconda residenza con vista sugli anelli di Saturno o, peggio, un bed and breakfast di lusso per le rotte commerciali o le crociere. Non fa per me, io voglio stabilità e preferisco la terra ferma.»
«Ma certo, signor Malpelo, ci mancherebbe. Vedrà che laggiù sarà perfetto, c'è perfino una struttura preesistente che può riadattare a suo piacimento: una vecchia miniera scavata da non molti anni. Ma guardi che fortuna! Il vecchio proprietario abbandonò la miniera e mise in vendita il tutto dopo appena pochi mesi di attività. Le garantisco che le vecchie strutture sono in perfetto stato, lei non compra soltanto un pezzo di terra marziana.»

Certo, come no. Davvero una struttura in perfetto stato, solo cadeva a pezzi ed era ormai priva di aria respirabile. Bastiano Malpelo si accovacciò sui talloni, non osava poggiarsi sui sassi o ciottoli che avrebbero potuto bucare la tuta ambientale. E dire che glielo avevano indicato come il più affidabile dell'intero sistema solare, quel tipo. Si rialzò tirando un lungo sospiro. In fondo, aveva quel che cercava finalmente. Con qualche sacrificio e fatica in più, rispetto al previsto, avrebbe realizzato lo stesso il suo progetto. Prima, però, occorreva almeno un tetto e un solido habitat, un posto in cui rilassarsi e potersi togliere la tuta di dosso. Fece per tornare sui suoi passi, un riflesso catturò la sua attenzione. Qualcosa di cromato scoccava flebili bagliori da dietro la svolta della galleria. Indeciso sul da farsi, pensò al rover. L'aveva lasciato in superficie, un paio di chilometri sopra la sua testa. Lassù aveva tutto il necessario, bisognava scaricare e trasportare i materiali fin dentro la rete di gallerie. Lo sapevano anche i bambini: non era mai salutare montare habitat sulla superficie di Marte, specialmente con l'avvicinarsi della notte. Spesso i notevoli sbalzi termici causavano improvvise, quanto devastanti, tempeste di vento. Difficile addormentarsi quando si rischia di venir spazzati via nel sonno. Eppure, quel riflesso laggiù pareva proprio chiamarlo. Sarebbe stata una perdita di tempo, lo sapeva, ma in fondo se la poteva anche permettere. Dopotutto, era pur sempre il padrone lì. O no? «Niente colpi di testa» si disse avvicinandosi «un'occhiatina e poi si va a prepararsi la casetta». Pochi passi dopo, si ritrovò a puntare il fascio luminoso contro qualcosa di inspiegabile. Si chinò, scostò un po' di limatura rugginosa che copriva l'impugnatura. Infine, lo sollevò interdetto. Che ci faceva un antico tomahawk nel sottosuolo di Marte? Se lo rigirò per le mani. Una, due, diverse volte, finché la luce non ebbe toccato ogni piccolo particolare dell'antica ascia da guerra. Non era un esperto archeologo, eppure aveva visto un coso del genere in tante riproduzioni e, una volta, perfino in un vecchio museo. Era proprio un tomahawk, di quelle asce che gli antichi pellerossa usavano per spaccare i crani dei nemici. Polvere a parte, sembrava anche in perfetto stato, come fosse stato abbandonato da pochi giorni. Com'era possibile? I cunicoli erano deserti da mesi, se non da anni. Cos'aveva detto l'agente immobiliare? Richiamò la scena alla memoria.
«Mi spiega come mai il vecchio proprietario ha abbandonato l'appezzamento? Sa, non capisco come mai uno possa spendere energie, tempo e denaro a scavare una rete di cunicoli per poi abbandonare tutto nel giro di pochi mesi».
«Oddio, spiegarglielo con chiarezza non saprei» si era trincerato l'uomo scostandosi a disagio dalla scrivania. «Dopotutto, sono soltanto il terzo agente incaricato alla vendita. I miei due predecessori hanno abbandonato l'incarico a causa delle dicerie.»
«Dicerie?»
«Sì, vede... la gente a volte si costruisce inspiegabili leggende. Pare che il suo fantastico appezzamento abbia una fama alquanto inusuale: dicono tutti che porti male.»
«Continuo a non capire» aveva incalzato. «In che senso porta male?».
«Ripeto, i fatti di prima mano non li conosco e posso riferire soltanto dicerie popolari. Per farla breve, il vecchio proprietario ha dovuto mettere tutto in vendita a causa di un grave esaurimento nervoso. Da lì, ha cominciato a propagarsi questa ingiusta fama di porta sfortuna. Sa, si fa presto a fare associazioni sconsiderate fra il caso e il luogo. Non è detto, però, che la cosa non sia tornata a suo favore.»
«Mi faccia capire: acquistare un appezzamento maledetto su Marte è un vantaggio?»
«Naturalmente il suo appezzamento non è affatto maledetto, si tratta solo di banale diceria popolare. Intendo dire, però, che lei ci ha guadagnato sul rapporto prezzo-valore: è il felice proprietario di un fantastico oggetto, con tanto di struttura abitativa sotterranea, ad un prezzo veramente irrisorio. Non trova?»

No, Bastiano Malpelo decisamente non trovava che il prezzo fosse stato irrisorio. Tantomeno, vedendo un simile abbandono, era del tutto convinto che quella rete di cunicoli bui e cadenti potesse definirsi “struttura abitativa”. Questa cosa del tomahawk, poi, gli riusciva completamente stonata. Chissà perché, continuava a collegarla con quanto era successo al suo predecessore. “Se un posto ti fa venire l'esaurimento nervoso” continuava a pensare “è naturale cominciare a credere che porti sfiga”. Sollevò istintivamente lo sguardo verso il fondo della galleria. Apparve qualcosa di assurdo, roba da rimanerci di stucco. La luce fredda e bianca puntò un tratto di galleria ancora inesplorata, popolato da miriadi di puntolini ghiacciati di anidride. Proprio da questi, il fascio luminoso traeva riverberi iridescenti e cangianti. Un silenzioso spettacolo di luminosi scintillii danzanti, non fosse stato per il cadavere in bella vista. Rimase a bocca aperta, una perfetta statua di sale. Si chiese se il gioco di riflessi non gli avesse creato qualche illusione ottica, si avvicinò tutto scombussolato. Decisamente era proprio un cadavere. Rigido, parzialmente gelato dal freddo marziano, posizione supina, occhi vitrei sbarrati verso la volta di roccia. Ma che razza di cadavere era poi? Si chinò, nonostante lo stomaco iniziasse già a ribellarsi. Maledizione, stava osservando un uomo morto da qualche giorno appena. La gola squarciata da un'arma da taglio, il sangue tutto rappreso nella gelida atmosfera esterna. «Oddio» si disse indietreggiando «non fosse per le temperature particolarmente basse, sarebbe già in avanzato stato di decomposizione». Il piccolo mondo sotterraneo parve fare una specie di girotondo. Si costrinse a resistere per non cedere all'imperante senso di nausea, dovette appoggiare le spalle sulla nuda roccia. Iniziò a contare i respiri, lentamente, a occhi chiusi per non vedere il morto. Pregò che la parete non fosse abbastanza aspra da bucargli la tuta, che il cadavere sparisse mentre lui contava, che il tramonto là fuori non fosse già iniziato. Pregò un sacco di cose e, allo stesso tempo, si guardò bene dal pregare seriamente. Alla fine le ginocchia smisero di tremare, lo stomaco gli parve ben saldo. Riaprì gli occhi, il morto non si era spostato. Si costrinse a iniziare una lunga serie di ragionamenti, prima che l'onda di nausea lo riafferrasse. Che razza di uomo era stato quello? Non indossava alcuna tuta ambientale, non indossava nemmeno indumenti conosciuti. Aveva la barba, cosa assolutamente poco pratica per chi vive negli ambienti a tenuta stagna delle oasi. Perfino sulla Terra, ormai, nessuno si lasciava più crescere la barba. Si concentrò sui vestiti, lo attirava quella specie di armatura che indossava sopra la giubba di pelle (vera pelle). «Ferro battuto» concluse con una rapida occhiata. «Ma chi mai indosserebbe una corazza in ferro battuto e vestiti di vera pelle quaggiù? Non si sopravvive senza tuta ambientale qui». Si accorse che il morto aveva accanto degli oggetti davvero fuori dal comune. Riconobbe un pesante spadone, corredato da un'elsa ben lavorata ed elegante, una fiasca in osso (e sì, era proprio osso) ancora piena di polvere nera e granulosa ed infine notò una specie di catenaccio brunito. Era una vecchia arma da fuoco, antica almeno quanto il tomahawk. Si sentì ancora barcollare il mondo intorno, tuttavia, stavolta, riuscì a rimanere accovacciato sui talloni. Stava osservando un uomo del passato, ma come poteva essere? Oltre al tomahawk, afferrò la fiasca d'osso e lo spadone. Rimase a guardare l'arma da fuoco per vari secondi, con le braccia già colme. Infine, si decise a tornare indietro lasciando l'antica arma dove si trovava. Aveva sentito dire che quelle cose potevano essere oltremodo pericolose, se non si sapeva come maneggiarle. “Ci mancherebbe giusto di bucare l'habitat per errore, o per difetto di prudenza con le cose vecchie” pensò allungando il passo più che poteva.
Come si era fatto tardi! Se ne accorse quando, tornato al veicolo, il pallido sole era ormai scomparso dietro l'orizzonte. Si era fatto buio pesto, a fatica distingueva la sagoma del rover sotto il fascio di luce. Mollò gli oggetti appena dietro l'entrata della galleria e si precipitò a scaricare tutta le sua roba. Per caso o per fortuna, la notte pareva più placida che immobile. Niente tempeste, forse, quella notte. Cosa, ancor più importante, avrebbe potuto fare andirivieni dal veicolo alla galleria con relativa tranquillità. Gli ci vollero quasi tre ore per scaricare il rover e montare il minuscolo habitat dentro i cunicoli, a circa cinquecento metri dall'entrata. Finalmente aveva una bellissima casetta di oltre dieci metri quadri, completa di ogni comfort, ben climatizzata e a tenuta stagna. Ricordava vagamente la forma di un igloo, sfortunatamente però non era altrettanto solida. «Che bel teporino!» concluse sfilandosi la tuta ambientale. «Chi l'ha detto che un mini habitat in polimero gonfiabile non può essere una specie di piccola reggia? D'altra parte, ora, è casa mia, quindi è una reggia extra lusso». Dimenticò il cadavere ghiacciato, il tomahawk e tutto il resto. Per le due ore seguenti si dedicò esclusivamente al bagno caldo e alla cena (scoprì di avere un grossissimo buco allo stomaco). Sebbene non ne fosse entusiasta, apprezzò perfino ben tre diversi tipi di galletta energetica e non si fece mancare una generosa razione di gelatina proteica al gusto di frutti di bosco. Fu solo durante il caffè che riprese a rimuginare sugli oggetti e sul cadavere. Prima di tutto, bisognava liberarsi del morto e dopo, cosa più difficile, doveva capire cosa fosse successo.
«Olimpo dieci» gracchiò la ricevente in risposta alla sua chiamata. «Agente scelto Amendolia, dica pure.»
«Bastiano Malpelo, appezzamento centodiciassette, Mare Borealis.»
«Signor Malpelo, non l'aspettavo così presto» ribatté l'agente modificando all'istante il tono della conversazione, da professionale a ironico. «Ci sono già dei problemi?»

Bastiano Malpelo strizzò la bocca stizzito. Ma che aveva quel tipo da ridacchiare sotto i baffi? Poi, di colpo, ricordò. Appena sbarcato, sotto le pendici del monte Olimpo, era corso immediatamente a registrarsi alla sovrintendenza. Laggiù i cunicoli sotterranei erano davvero eleganti e pieni di vita, c'era perfino qualche negozio e un paio di bar aperti a tutte le ore del giorno e della notte. Ogni mezzo chilometro, inoltre, si potevano ammirare degli schermi giganti puntati su diversi panorami marziani. Ricordò che non ne rimase molto interessato, ai suoi occhi quei deserti rocciosi e quelle creste accidentate apparivano tutti uguali.
«Agente scelto Amendolia» si era presentato il tipo dai capelli a spazzola, l'aria sveglia e atletica, dietro la scrivania.
«Piacere. Bastiano Malpelo, nuovo residente.»
«Ah! Interessante, saranno anni che non succede una cosa del genere.»
«Cioè, cosa?»
«Di veder arrivare nuovi residenti. Sono qui da quattro anni e vedo solo gente che se ne va.»
«Capito. Beh, io ho dei progetti e vengo per rimanere. Sono venuto a registrarmi.»
«Naturalmente. Favorisca il suo atto di proprietà e i documenti, per piacere. Posso chiederle che progetti avrebbe?»
«No, non può.»
«Ovviamente» si era limitato a commentare Amendolia trafitto dalla sua risposta. «Accidenti, lei è il nuovo proprietario del centodiciassette.»
«Ci sono problemi?»
«Nessun problema, per carità. Senta, non vorrei impicciarmi dei suoi affari ma... le hanno detto del suo predecessore?»
«La storia dell'esaurimento nervoso? So tutto.»
«Interessante. Complimenti per il coraggio. Sa, quell'appezzamento si è fatto una fama decisamente sinistra.»
«E allora?»
«Nulla. Fa piacere vedere che c'è sempre gente con i nervi saldi e la testa a posto. Ecco i suoi nuovi documenti, da adesso è cittadino marziano.»
«Grazie, grazie mille. Ma che diavolo ha da squadrarmi in quel modo?»
«Assolutamente nulla, ci mancherebbe. Solo... sono sicuro che ci risentiremo molto presto.»
«E che significa questa cosa?»
«Nulla» gli aveva risposto l'agente con un mezzo sorriso stampato in viso. «Assolutamente nulla. Si goda la sua nuova casa.»

Bastiano Malpelo, muto e immobile davanti al microfono, se l'immaginava ora con quella stessa espressione da idiota. La bocca piegata all'insù, le orecchie vagamente tirate verso la nuca.
«Ma cos'ha da ridacchiare di nuovo?» sbottò all'apparecchio.
«Sta bene, signor Malpelo?» ribatté quello tornando al tono professionale. «Mi dica pure cos'ha visto».
«E lei che ne sa che ho visto qualcosa?»

La trasmittente parve sputacchiare, appena una briciola di silenzio. E capì all'istante, l'istante prima che l'agente gli rispondesse.
«Vede, non sarebbe la prima volta che ricevo chiamate del genere. Il suo predecessore... Beh, diciamo che il vecchio proprietario mi chiamava spesso. Vedeva cose, cioè diceva di vederle. Lei cosa vede adesso?»
«Mi sta dando del visionario? Guardi che la chiamo solo per puro scrupolo, nella mia proprietà posso fare quel che mi pare, chiaro? Trattandosi di un cadavere, però, mi è parso corretto avvertirla.»
«Cadavere?»
«Sissignore, morto ammazzato e mezzo congelato. L'ho trovato qualche ora fa, non aveva la tuta ambientale.»
«Questa davvero non l'avevo mai sentita. Arrivo immediatamente, temo che rimarrà sveglio a lungo.»

«Idiota!» proruppe mentalmente. «Quanto gli ci vorrà a muovere il culo? Forse quasi l'intera notte». Rimase a fissare un punto semi trasparente del cubicolo, credette che il silenzio volesse spaccargli i timpani. Si decise, quindi, ad esaminare gli oggetti che aveva raccolto. E dov'erano finiti? Aveva portato dentro fin troppa roba, c'era il pavimento sparso di ogni tipo d'oggetto. Eppure, era sicuro di aver poggiato tutto nell'angolo accanto alla camera di compensazione. Spostò tre kit per la sopravvivenza, una mini scavatrice semovente, cinque lampade e due grossi contenitori di materiale elettronico. Nulla. Buttò un'occhiata intorno. I sassi colpirono la sua attenzione. Erano poggiati all'angolo opposto, in perfetto ordine, ben levigati e di colore rosso ruggine. Sassi marziani, non c'era dubbio. Che ci facevano lì? Non aveva mai portato dentro sassi, di questo era sicuro. Gli venne un dubbio grosso come una casa. Possibile che...? Masticando bestemmie e improperi contro se stesso e la sua dabbenaggine, infilò la tuta ambientale. Gli seccava moltissimo dover uscire di nuovo, a quell'ora tarda. Eppure, doveva assolutamente controllare. Lottò per entrare nella minuscola camera di compensazione, accidenti quant'era scomoda. Contò nervosamente i secondi che lo separavano dall'apertura e, finalmente, schizzò fuori fra la polvere rugginosa. Troppa foga con la bassa gravità, rischiò di rotolare fra le rocce. Alla fine, dopo aver ripreso l'equilibrio, tornò giù dov'era stato di passo buono. «Ma come poteva essere?» si ripeté svoltando le curve angosciose del budello. «Nessun fenomeno naturale spiegherebbe una simile cosa, quindi non può accadere». Eppure, con gli oggetti che aveva raccolto era accaduto: si era ritrovato con una collezione di sassi rossi. Pietre rugginose al posto di oggetti antichi. «Ma che vado a pensare? Fra qualche ora, quell'agente sarà quaggiù. Troverà una spiegazione». Si bloccò attonito. Era sbucato in uno spiazzo circolare, un soffitto di piccole stalattiti colorate, rivoli di ametista, quarzo rosa e malachite orlavano le pareti. Un bellissimo, paradossale, gioco di colori e riverberi. Qualcosa che abbacinava gli occhi e la mente, ancor peggio la ragione. Si sentì pesante, un macigno in tuta. Dovette lottare per non perdere l'equilibrio e rimanere in piedi. «Sono passato da qui, solo poche ore fa». Si aggrappò ad una colonna di roccia, era tutta punteggiata da chicchi di olivina. Indietreggiò inorridito. Marte non aveva rocce così variopinte. Peggio, passando prima, non c'era mai stata una simile grotta. Qualcosa si aprì e si richiuse all'istante. Un battito di palpebra, un mezzo secondo rotolò giù da chissà dove. Vertigine subitanea che lo attraversò da capo a piedi. Era nuovamente se stesso, leggero come piuma, vagamente instabile nello spazio stretto della galleria. Irregolari pareti rugginose, polvere opaca a galleggiare pigra nell'aria. Avanzò incredulo, senza volerlo, come un pupazzo telecomandato. Qualunque cosa fosse stata, era passata. Riecco il caro, vecchio, rugginoso Marte. «Ma cosa succede quaggiù? Cos'ho comprato?», si chiese sbirciandosi intorno. «Volevo semplicemente trovarmi un angolino tranquillo, dove nessuno potesse rompermi le scatole». Basta. In fondo, era stato poco più di un attimo. Lo spazio fra due respiri e poco più. Magari aveva sognato tutto, si sa che la tensione a volte...
«Ossignore!» sbottò ad alta voce, nella segretezza del suo casco.

La galleria si era fatta più larga e alta, le pareti apparivano quasi piallate, il terreno presentava diverse buche e sassi rotolati dal soffitto. «Ci sono, è dietro la curva». Balzò verso la svolta, atterrò con mala grazia, smuovendo una nuvola di maledetta ruggine. Era ancora lì, doveva esserci per forza. Avanzò scostando tutta la ruggine che aveva sollevato, finalmente buttò lo sguardo sul cadavere. Cioè, su ciò che avrebbe dovuto essere un cadavere. Un grosso masso, stretto e lungo, dalle vaghe proporzioni umane, ostruiva di traverso la galleria. Si avvicinò, si chinò a toccare ed esaminare. Lo ispezionò in lungo e largo. Era solo un masso, null'altro che un pezzo di roccia staccatasi da solo-il-cielo-sa-dove. Chiuse gli occhi, li riaprì. Ripeté l'operazione diverse volte. Continuava a vedere sempre il solito masso, come se il maledetto pianeta volesse prenderlo in giro. Fece per andare via, tornò verso il masso, gli girò intorno, lo scavalcò, lo guardò da varie angolazioni. Un masso e basta. Niente tomahawk, niente corno con la polvere da sparo, niente cadavere d'altri tempi. Sassi nel suo habitat, masso laggiù. Crollò a sedere sul misterioso pietrone. «E ora?». Però, era successo dell'altro. Di questo, almeno, era sicurissimo. Aveva attraversato una grotta piena di minerali inesistenti su Marte, una grotta da cui prima non poteva essere passato. Per un attimo rievocò lo spettacolo di riverberi e colori, il vertiginoso senso di pesantezza che gli faceva piegare le ginocchia. «Una gravità diversa da questa» si rispose. «Per un attimo sono stato su un altro pianeta, lo stesso da cui venivano il cadavere e i suoi oggetti?». Ma che andava a pensare? Quella era tutta roba terrestre, la ricordava dalle sue reminiscenze di storia. La vibrazione mandò in frantumi ogni altro pensiero. Scaturì dal profondo della galleria, scuotendo l'intero cunicolo. Caddero piccoli detriti dalla volta, quasi un minuscolo terremoto. Troppo breve e localizzato per un movimento tellurico. «E no, stavolta non mi faccio fregare». Afferrò la microcamera dalla borsa degli attrezzi, si diresse verso il fondo del cunicolo. Maledizione, quella era casa sua e nessuna specie di fenomeno, vero o immaginato, l'avrebbe costretto ad andarsene da lì. Arrivò una seconda vibrazione, più vicina, più forte della prima. Gli parve di scorgere un riflesso luminoso. Debole all'inizio, si fece via via più abbacinante per poi svanire insieme all'assurda vibrazione. Lo stupore durò solo pochi secondi. Bisognava venire a capo di quella cosa, prima che arrivasse il poliziotto a fargli fare la figura del deficiente. Allungò il passo e sbucò su un secondo tunnel, tangente a quello da cui proveniva. Si guardò intorno senza notare alcunché di strano o inusuale: solo monotona roccia rugginosa e polvere galleggiante a mezz'aria. La mappa interattiva, dalla visiera del caso, gli diceva che si trovava nel cunicolo diciotto. Era uno dei pochi collegati all'esterno, da lì si poteva uscire all'aperto oppure dirigersi verso la parte più profonda dell'appezzamento. Se non avesse avuto il casco, si sarebbe messo le mani ai capelli o si sarebbe grattato indeciso il mento. Invece, non riusciva a fare altro che girare lo sguardo a destra o a sinistra. La nuova vibrazione lo beccò mentre si trovava giusto al centro del cunicolo. Gli fece ballare il terreno sotto i piedi, giusto mentre qualcosa lampeggiava di verde dalla parte sinistra della visiera. I ciottoli presero a spostarsi bruscamente, come gigantesche formiche in movimento. Vide un paio di occhi giallo cupo, rilucevano in fondo al tunnel. Sbarrò le pupille inorridito. Il mostro gli stava venendo addosso, faceva tremare il suolo sconvolgendo il pigro galleggiare della polvere, correva a velocità folle. Si spostò verso l'incrocio, balzò dentro il tunnel con la foga di un rospo affamato. Gli occhi gialli erano enormi, giganteschi, abbacinanti. L'aria marziana, sebbene rarefatta, si compresse e lo sfiorò con la forza di un piccolo uragano. Il mostro di metallo sfrecciò lungo il canalone appena un istante dopo. Malpelo si rialzò a fatica, riuscì quasi a riprendersi mentre si riaffacciava sul tunnel numero diciotto. «Che razza di veicolo era?» avrebbe sbottato osservando i piccoli fari rossi allontanarsi verso il fondo della sua abitazione. Poggiò le mani guantate sul casco. Lo fece per istinto, senza pensarci, mentre il veicolo a vagoni spariva nel sottosuolo insieme alla vibrazione. «Un treno? Peggio, una specie di arcaica monorotaia. Qui, su Marte, nel mio appezzamento». Cadde a sedere. Una alla volta, osservò crollare ogni sua piccola certezza come un castello di carte al vento. «Ho bisogno di riposo» si disse «mi sta facendo crack il cervello». Sarebbe arrivato quel poliziotto, l'avrebbe di sicuro giudicato esaurito. Evvai! Un altro scombinato che si ritira in qualche oasi per la salute mentale, ovviamente a spese dello stato. Chi li aveva i soldi per le cure private? Non certo dopo aver comprato quella specie di casa delle streghe. Certo, una nuova vittima dell'appezzamento maledetto. «Ommamma, come ne esco?» si ripeteva disperato. «Volevo solo stare lontano dal chiasso e dalla maleducazione di Titano Zero, quell'oasi è ormai diventata invivibile». Troppo trambusto fra i pianeti esterni del vecchio Sistema Solare, fenomeni strani giù fra i cunicoli del vecchio Marte. «Ci sarà una spiegazione naturale, un qualcosa di identificabile. Non so, una piega nel tessuto dello spaziotempo, una specie di strappo da cui affiorano cose, luoghi e persone dal passato». La rabbia lo afferrò di colpo, senza preavviso. Proprio non c'era un minimo di giustizia in quel fazzoletto di spazio. Sollevò un pugno verso l'alto, pronto a picchiarlo contro il terreno. Si bloccò a mezz'aria. Che senso aveva picchiare un pugno sulla roccia? E poi... ma certo! Si rialzò tutto contento, proprio mentre la terra riprese a tremare. Osservò il treno passare nuovamente, in direzione opposta al precedente. «Che ideona!» cominciò a ripetere scavalcando il povero cadavere irrigidito dalle temperature marziane. «Che grossa ideona che ho avuto! Fenomeni naturali? Pieghe dello spaziotempo? Bah... sai che c'è? Me ne importa un fico secco.»

Era ciò che apprezzava di più: Marte visto dallo spazio. Una faccia mattone brunito, segnata da lunghe cicatrici e quasi inespressiva. Seminascosta dal buio multicolore dello spazio, sembrava dirgli addio. Pareva salutarlo con un ghigno sardonico stampato fra le pianure desertiche e gli altopiani dell'emisfero nord.
«Ciao ciao Marte» sbottò l'ex agente scelto Amendolia «siamo stati insieme un giorno di troppo».
«E così sia» gli fece eco l'uomo in tuta di volo. «Finalmente ce l'hai fatta, amico mio. Che posso dire? Era ora.»
«Alla buon'ora.»
«Alla buon'ora, Amendolia.»

Sollevarono due piccoli bicchieri di acqua e ghiaccio e tracannarono tutto d'un fiato, come si conviene a veri colleghi della Guardia.
«E così ti mandano fra i sassi etnei».
«Così è, destinazione Titano Tre» confermò Amendolia ammirandosi i gradi da vicecapo nuovi fiammanti. «La culla della vita».
«Secondo me ti mancherà tutta la calma di Marte, lassù sarà una bolgia.»
«Scherzi? Tu non hai idea di cosa sia stato, quattro anni e sette mesi laggiù. Quello non è un pianeta normale, credimi.»
«Questa poi! Cosa hanno piazzato là sotto?»
«Toh, l'appezzamento centodiciassette», proruppe Amendolia allargando un sorriso dal profondo. «Stai ammirando, amico mio, il primo esempio di spazio pubblicitario marziano.»
«Cosa?»

Rimasero come ammutoliti per qualche secondo. Stavano sorvolando una sterminata distesa sabbiosa, la più grande dell'emisfero nord. Opposta al sole, avrebbe dovuto essere del tutto oscurata dallo spazio. L'immagine tridi, così, risaltava magnificamente con quei suoi colori pastello. I due contemplarono in silenzio l'effigie gigantesca di Albert Einstein che, ammiccante, continuava a fare l'occhiolino. Sorridendo, l'animazione tridi pareva invitare le astronavi a buttare uno sguardo. Il ritratto ripeté l'occhiolino una seconda volta, quindi mosse l'enorme bocca lasciando apparire un fumetto.
I MISTERI ESISTONO PER ESSERE RISOLTI, COLLEGA.

«E che significa, Amendolia?»
«Un invito direi» concluse il poliziotto scuotendosi dalla contemplazione. «Diretto ai tutti gli scienziati in viaggio. L'ha messo su il proprietario, un certo Bastiano Malpelo.»
«Senti senti... ma stiamo parlando di quella proprietà che portava sfortuna?»
«Avresti dovuto esserci la prima notte che ha passato laggiù. Mi ha costretto aa andare fin lì dalle pendici del monte perché vedeva cadaveri dal passato.»
«Naaaa...»
«Giuro. Stavo già pregustando di fargli pagare una bella multa per procurato allarme invece, guarda caso, il cadavere c'era davvero. E c'erano anche un bel po' di fenomeni strani.»
«Eddai! Che genere di fenomeni?»
«Bah, treni che apparivano dal nulla, grotte da altri pianeti e altro che preferirei non raccontarti.»
«E tu che hai fatto?»
«Che potevo fare? Quel tipo ha preteso che gli facessi da testimone oculare. Siamo stati tutta la notte a riprendere con la sua microcamera, non ci siamo persi una sola virgola di tutta la sequela di fatti assurdi. Un incubo.»
«Io, al posto suo, me la sarei data a gambe.»
«Cosa che stavo per suggerirgli anch'io. Invece quel tipo che fa? Mi chiede di pubblicare tutto quanto insieme ad un dettagliato rapporto ai miei superiori: invita le università del sistema solare a risolvergli il mistero.»
«Aspetta un po'. Ho sentito di questa cosa, era su tutti i canali web. Quel tipo si fa pagare per ospitare i ricercatori.»
«Proprio così. Chi paga ha diritto a venir laggiù e studiare la cosa da vicino: lui guadagna, i capoccioni delle università gli risolvono il problema.»
«Alla faccia degli imponderabili misteri del cosmo, quindi.»
«Di fronte alla libera impresa, perfino l'imponderabile si inchina. Non fosse stato per quel testone laggiù, forse non ci avrei guadagnato la promozione.»
«Però non è affatto male come effetto pubblicitario, non trovi?»

L'immagine tridi di Einstein continuava ad ammiccare. Dall'orbita transitoria di Marte sembrava proprio gongolare verso l'infinito oceano di stelle.

FINE


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