Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
SVEGLIA DI PLASTICA BIANCA
Proprietario
Angelo Ricci, autore di "Notte di nebbia in pianura" (Manni, 2008)


Prezzo

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119 €
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A proposito di questo oggetto...
Il sapore del ferro
di Angelo Ricci



E continua a suonarmi dentro la testa. E continua. E continua. E continua. Senza tregua. Senza nessuna tregua. E non smette mai. Mai. Sembra il suono della sveglia. La sveglia, tutta di plastica bianca. La sveglia che spengo la mattina con un colpo della mano. La sveglia che poi fa crac quando prende il colpo. E mi piacerebbe che fosse di ferro e non di plastica. Che almeno non farebbe quel crac. Quel maledetto crac da fighetta. Se fosse di ferro non farebbe quel rumore e il ferro sarebbe freddo e non sentirei con la mano quel caldo tiepido che dà la plastica.
È il grasso che mi fa schifo. E mi fa schifo perché è tutto bianco, tutto bianco e quasi trasparente, come la sveglia bianca di plastica. E quando il grasso va sulla plastica è come se il suo caldo e quello della plastica si mettessero insieme e facessero un caldo ancora più caldo.
Invece il grasso sta bene sul ferro, sul metallo, sull’acciaio. Perché il ferro è freddo e il grasso sul ferro non diventa caldo, ma prende il freddo del ferro. E il ferro allora funziona bene e, anche se il grasso mi fa sempre schifo, senti sulla mano soltanto il freddo del ferro. Che poi tutto funziona a meraviglia. Non si blocca niente e tutto va via liscio. E anche lo scarrellamento funziona a meraviglia. E il colpo poi parte senza problemi e va a bersaglio. Perché la cosa più importante è che non si inceppi niente. L’istruttore lo diceva sempre. E, se si inceppava qualche cosa, allora lui ti prendeva a botte col ferro e tu sentivi il freddo sulla faccia e sentivi anche lo schifo del grasso, il grasso che serve a far funzionare bene il ferro, e poi tutta la faccia ti diventava calda. Calda come la plastica bianca della sveglia. Della sveglia che continua a suonarmi nella testa.

E continua e continua e continua. E continua a suonarmi dentro la testa. Senza tregua. Senza nessuna tregua. Ma io adesso ho messo tutto il grasso sul ferro e tutto è andato bene e il colpo è andato subito a bersaglio e se ci fosse qui il mio istruttore non mi colpirebbe e io non sentirei il caldo sulla faccia. E lo scarrellamento è andato bene e non si è inceppato niente. Però, se dopo devi anche lavorare di lama, il grasso lì sopra non ci deve proprio andare. Perché la lama scivola già di suo. Basta che la tieni sempre affilata. E poi ti metti alle spalle e devi stare attento a farla andare sotto alle costole, così tagli l’arteria del fegato e non rischi di spaccare la lama sull’osso della costola. Me lo diceva sempre l’istruttore. Me lo diceva sempre, in Libano, quando lavoravo con le milizie. È proprio lì che ho cominciato a sentirlo. A sentire quel suono. Che ho cominciato a sentire la sveglia nella testa. E non ha più smesso. Non ha più smesso di suonare

Ma se penso al ferro, allora mi sento meglio. Allora la sveglia, per un po’, smette di suonare dentro alla testa. Perché è il ferro che ti salva. Il grasso invece serve solo a sporcarti e sulle mani diventa tutto caldo. Come il sangue. Ma il pollo non ha il sangue. Perché io nel pollo non l’ho mai visto. Come quella volta che l’istruttore ci ha fatto fermare. Perché erano già due giorni che marciavamo e dovevamo scappare. Ma io mi sentivo bene lo stesso, perché sulle mani sentivo il freddo del ferro. Anche se era un freddo pieno di grasso. Perché erano già due giorni che marciavamo. Che marciavamo per scappare. E ogni tanto, quando mi guardavo indietro, stavo tranquillo, perché il grasso sul ferro era diventato tutto freddo e allora lo scartellamento avrebbe funzionato a meraviglia. E il ferro ci avrebbe salvato. E l’istruttore ci ha fatto fermare. E ha tirato fuori una scatola enorme. Una scatola di latta. E l’ha aperta con un colpo delle sua lama. Un colpo secco. E dentro alla scatola c’era un pollo intero. Un pollo intero, tutto nascosto nella gelatina. E era un pollo tutto freddo. E era tutto unto. E era tutto unto come il grasso. Ma poi l’abbiamo mangiato e siamo riusciti a ritirarci. E io tenevo sempre la mano sul ferro, pronto per lo scarrellamento. E poi ci siamo salvati perché siamo riusciti ad arrivare a Beirut. Ma io il sangue nel pollo non l’ho proprio visto.

E mi suona in testa. E non smette mai. Non smette mai. È lo stesso suono che ho cominciato a sentire quando siamo arrivati a Beirut. E avevamo tutti mangiato il pollo. Ma nel pollo il sangue io non l’ho mai visto. Ma poi siamo riusciti a ritirarci. E l’istruttore ci ha fatti arrivare in un grande palazzo. Un palazzo tutto pieno di buchi. Pieno di buchi come il formaggio. E a me il formaggio non piace. Perché anche il formaggio è tutto unto e tutto pieno di grasso. E poi è tutto caldo. E non è freddo come il ferro. E quel grande palazzo tutto pieno di buchi mi hanno detto che era stato un albergo di lusso. E i miei compagni delle milizie dicevano che lì si mangiavano i migliori formaggi francesi e che, per mangiarli lì, in quel palazzo pieno di buchi che era stato un grande albergo, bisognava pagare un sacco di soldi. E a me veniva da ridere. Veniva da ridere a pensare che bisognava pagare un sacco di soldi per mangiare del formaggio che era tutto unto e tutto pieno di grasso. E mi veniva da ridere a pensare che tutto quel grasso, quel grasso del formaggio, non sarebbe mai servito a far funzionare bene il ferro. Ma adesso, se ci penso bene, c’è un momento preciso in cui ho cominciato a sentire il suono della sveglia nella testa. Perché, quando ci siamo rifugiati in quel grande palazzo pieno di buchi, non eravamo soli. C’era già dentro anche dell’altra gente. E l’istruttore aveva detto che erano tutti nostri amici. E che erano nostri amici perché anche loro lavoravano per le nostre stesse milizie. E ci aveva presentato il capo di tutti quei suoi amici, che erano anche i nostri amici. E il capo aveva un nome. Anzi, aveva un soprannome, perché il nostro istruttore e tutti i suoi amici lo chiamavano il Chirurgo. E il Chirurgo era vestito come noi. Con la mimetica verde oliva. Che però era tutta piena di macchie scure. E quando io ho chiesto all’istruttore perché la mimetica verde oliva del Chirurgo era tutta piena di macchie scure, si è messo a ridere e mi ha detto vieni, vieni a vedere, così impari bene. E anche tutti i miei compagni del reparto si erano messi a ridere, perché io ero l’ultimo arrivato. E allora mi hanno fatto entrare in una stanza. E la stanza era tutta piena di piastrelle. Di piastrelle tutte bianche. E tutto quel bianco era pieno di scarabocchi rossi. Scarabocchi rossi che sporcavano tutto il bianco delle piastrelle. Bianco come la plastica della sveglia. Della sveglia che adesso spengo tutte le mattine. Anche se continua a suonare dentro alla mia testa.

Che alla mattina, quando la sveglia di plastica bianca smette di suonare, la prima cosa che faccio è quella di andare alla finestra. E mi metto a guardare fuori. E fuori vedo dei capannoni. E vedo anche dei palazzi pieni di buchi. Ma sono buchi diversi da quelli che vedevo nei palazzi di Beirut. Perché quei buchi lì li aveva fatti il ferro, mentre questi qua sono buchi che aspettano solo di essere riempiti. Di essere riempiti col cemento. Col cemento che fa diventare quei palazzi tutti bianchi. E l capannoni sembrano anche loro fatti di plastica bianca. Di plastica bianca come la sveglia. Come la sveglia che ha appena smesso di suonare sul comodino, anche se continua a suonare nella mia testa. E che è tutta bianca e quel bianco assomiglia al colore del capannone dove vado a lavorare la sera. Perché ormai sono tornato nel mio paese e le milizie non ci sono più. E allora non c’è più neanche il ferro. Il ferro che ti salva quando sei inseguito. Il ferro che se lo tieni in mano ti fa stare tranquillo, anche se le mani si sporcano di grasso. E quando è autunno e inverno tutti i capannoni sono dentro alla nebbia. Che è bianca anche lei come la plastica della sveglia. Che è bianca anche lei come le piastrelle. Le piastrelle di quella stanza a Beirut. Tutte bianche e piene di scarabocchi. Di scarabocchi rossi. Rossi come il sangue.

Che fino a quel momento io la sveglia nella testa non l’avevo mai sentita suonare. Suonare così a lungo. Senza tregua. Senza nessuna tregua. E solo dopo mi ero accorto che le macchie di nero che sporcavano il verde oliva della mimetica del Chirurgo erano le stesse che sporcavano le piastrelle. Erano gli scarabocchi rossi che, sul verde oliva della mimetica del Chirurgo, diventavano neri. E poi mi ero messo a girare intorno per la stanza e l’istruttore e il Chirurgo ridevano perché solo allora mi ero accorto che nella stanza delle piastrelle tutte bianche e tutte sporche di rosso c’erano delle sedie. E su queste sedie c’erano delle persone. Delle persone che erano sia uomini che donne. E erano sedute sulle sedie. E erano tutte legate e tutte nude e tutte piene del rosso del sangue. Il rosso del sangue che sporcava il bianco delle piastrelle e faceva diventare nero il verde oliva della mimetica del Chirurgo. E l’istruttore e il Chirurgo ridevano e ridevano anche tutti i miei compagni. E tutti mi dicevano benvenuto. Benvenuto nel regno del Chirurgo. Benvenuto all’inferno.

E suona. E suona. E suona. E non si ferma mai. Così io, la mattina, la sveglia la spengo, ma lei continua a suonare. A suonare nella mia testa. E io poi devo andare a lavorare e non posso sentire sempre il suono della sveglia. Che poi quando sono ritornato a casa mia, quando in Libano la guerra era finita e le milizie non c’erano più, il padrone, quello di adesso, mi era venuto a cercare. Perché mi serve uno con la tua esperienza. Perché nella mia discoteca e nel mio locale si esibiscono le mie ragazze che poi magari le faccio anche battere. Però mi serve uno della tua esperienza. Uno che sappia sistemare quelli che non sanno stare al loro posto. Così mi aveva detto. Mi serve uno che abbia la tua esperienza di mercenario. Uno come te. Che è stato all’estero. In giro per il mondo. Così mi aveva detto. Ma io sono soltanto uno che si fida del ferro. Sono soltanto uno che sa come si fa ad usare il ferro.

Ed è proprio lì che ha cominciato a suonarmi nella testa. A Beirut. E non ha più smesso. E l’istruttore e il Chirurgo ridevano e ridevano. E ridevano anche tutti i miei compagni. E io mi sono messo a girare attorno a quelle persone senza vestiti e legate alle sedie. E erano tutte piene di sangue. E erano tutte morte. La guerra si fa nelle strade, si fa nello Chouf, si fa nella Bekaa, ma si fa anche qui. All’Hilton. Così mi diceva il Chirurgo e l’istruttore faceva di sì con la testa. Tu finora sei stato per le strade e nelle periferie a combattere, ma ci sono anche donne e uomini da rapire, per farsi pagare un riscatto. Che ci serve per avere le armi e le munizioni e i rifornimenti. E poi ci sono le spie e i traditori. Da interrogare. Da far parlare. Da eliminare. E c’è anche la gente dei quartieri che controlliamo, che deve imparare a stare al suo posto. E poi l’istruttore e il Chirurgo erano usciti dalla stanza. Dalla stanza tutta fatta di piastrelle bianche. Bianche come la plastica della sveglia. Della sveglia che suona tutte le mattine. E io uscendo mi sono guardato indietro e ho visto tutto quel bianco sporcato col rosso. Col rosso degli scarabocchi. Col rosso del sangue. E ho sentito un odore. Un odore forte, che prima non avevo mai sentito. E ho cominciato a capire che il rosso del sangue aveva lo stesso odore del ferro.

E suona. E suona. E suona. Nella mia testa. Continuamente. Che poi ti metti un bell’abito nero e vieni a lavorare da me. Che io è di gente come te che ho bisogno. E magari c’è da fare qualche lavoretto extra. Che io poi ti pago in più. Stai tranquillo. Così mi ha detto. E allora ho cominciato a lavorare per il mio padrone. Quello di adesso. E ho cominciato a stare nel suo locale e nella sua discoteca. E anche nel capannone vicino. Che lì ci mettiamo un po’ di roba che la polizia non lo deve venire a sapere. E tu magari, ogni tanto, butti un occhio anche là. E anche quel lavoro lì te lo pago come extra. E allora ho cominciato a fare la guardia anche al capannone. Ma quello che mi piace di più è stare nel locale e nella discoteca. Perché lì ci sono le ragazze. E io lo so che loro non mi guardano. Lo so che non mi guardano perché sono grosso e brutto e sono stato in giro per il mondo a fare la guerra. Ma io le guardo lo stesso. Le guardo di nascosto. Perché, quando le guardo, il suono che c’è nella mia testa si sente un po’ meno.

E ha cominciato a suonare proprio quel giorno lì. Quel giorno lì che eravamo nell’albergo a Beirut. L’albergo dove il Chirurgo faceva tutte quelle cose che ci servivano per avere il ferro. Il ferro che ci difende dai nemici. E i nemici erano arrivati. Erano arrivati perché sentivamo il rumore del loro ferro. Il loro ferro che faceva degli altri buchi nelle pareti di quel palazzo già tutto bucato. E io però ero tranquillo. Avevo messo tutto il grasso sul ferro. Il grasso che mi fa schifo, il grasso che è caldo, ma che dal ferro però prende tutto il suo freddo. E lo scarrellamento funziona a meraviglia. E il colpo poi parte senza problemi e va subito a bersaglio. E avevo pronta anche la lama, che così nel combattimento ravvicinato potevo tagliare l’arteria del fegato, stando bene attento però a non scheggiare la lama contro l’osso della costola. E il ferro funzionava benissimo. Ma anche il ferro dei nemici andava bene. Andava così bene che erano riusciti a bloccarci lì dentro. E era passato un giorno e anche un altro. E il ferro dei nemici continuava a riempire di buchi il palazzo. E io cominciavo a pensare alla scatola che l’istruttore aveva aperto con la lama. E dentro c’era un pollo intero. Tutto messo dentro alla gelatina. E era tutto unto. Unto del grasso della gelatina. E il sangue però non c’era. E io nel pollo il sangue non l’ho mai visto. E i miei compagni continuavano a usare il ferro. Contro il ferro dei nemici. E l’istruttore e il Chirurgo a un certo punto si sono guardati. Sei nuovo. E meglio che impari subito. Così avevano detto. E mi avevano riportato nella stanza. Quella tutta ricoperta di piastrelle bianche. Bianche come la plastica della sveglia. Ma tutte sporcate dagli scarabocchi rossi. È ora che impari. Che impari come mai il nostro reparto è famoso per riuscire a combattere anche una settimana senza rifornimenti.
È li che ha cominciato a suonarmi nella testa. E non ha più smesso.

E suona. E suona. E suona. Sempre. E non si ferma mai. Nemmeno quando esco di casa, per andare a lavorare. Che poi tutte queste case bianche e tutti questi capannoni bianchi e grigi che vedo lungo tutta la strada che faccio per andare al lavoro, non mi aiutano. Perché sono bianchi come la plastica della sveglia che spengo la mattina. E sono bianchi e grigi come il grasso. Il grasso che mi fa schifo. Il grasso che è tutto caldo e che diventa freddo solo quando lo metti sul freddo del ferro. E tutto quel bianco e tutto quel grigio mi fanno diventare triste. E poi arrivo al locale e alla discoteca e al capannone e mi metto a fare la guardia. E lo so che le ragazze non mi guardano perché sono grosso e brutto e sono stato in giro per il mondo a fare la guerra. Ma io le guardo di nascosto. Le guardo e sono meno triste. Le guardo mentre ballano attorno al palo. E ballano tutte nude. Nude come le persone legate sulle sedie. E si muovono come se fossero fatte di nuvole. E ridono. Come sembravano ridere le bocche di quelle persone legate sulle sedie. Legate sulle sedie in quella stanza tutta di piastrelle bianche. Bianche e piene di scarabocchi rossi. Rossi come il sangue.

E adesso me lo ricordo bene. è in quel momento lì che ha cominciato a suonare. A suonare nella mia testa. E non ha più smesso. Le persone erano ancora lì. Uomini e donne. E sembravano ridere. Che le loro bocche erano aperte e si vedevano tutti i denti. E l’istruttore e il Chirurgo si erano guardati. E adesso erano loro che non ridevano più. E sembrava anche che non sentissero nemmeno più il rumore che faceva il ferro dei nostri nemici. Adesso è ora che impari. Sai come ingrassare un’arma. Sai come smontarla. Sai come pugnalare un nemico provocandogli un’emorragia interna, tagliandogli l’arteria epatica. Sai combattere per le strade e nelle periferie. Adesso saprai un’ultima cosa. Quella che ti farà diventare come noi. Così avevano detto l’istruttore e il Chirurgo. E poi avevano preso la lama e si erano avvicinati a una di quelle persone. Con la lama avevano cominciato a fare dei pezzi piccoli. Come noi due giorni prima con il pollo. Prendi. Avevano detto. Non ti preoccupare. Avevano detto. Ha lo stesso sapore del ferro.

Come il suono della sveglia. Adesso me lo ricordo È proprio lì che ho cominciato. Che ho cominciato a sentirlo. Anche adesso che sono tornato e mi sono messo a lavorare nelle discoteche. Un sacco di gente che stava con me nelle milizie si è messa a lavorare nelle discoteche. Perché nelle discoteche c’è bisogno di gente che sa come usare il ferro e che sa che il grasso, che il grasso che fa schifo, invece il ferro lo fa funzionare meglio. Però, dopo che hai usato il ferro, la mano ti resta sporca lo stesso di grasso. Anche la mia mano, che adesso è tutta rossa, è anche tutta sporca di grasso. Ma puzza anche di ferro, perché tutto quel rosso, che è uscito fuori quando ho usato la lama, puzza anche lui di ferro. E mi dispiace anche un po’ che le ho sporcato tutto il vestito. Che le stava così bene quando ballava sulla pedana. Quando ballava attorno al palo. Quando si muoveva come se fosse fatta di nuvole. E l’ho sporcato con il grasso che ha fatto funzionare bene lo scarrellamento del ferro e ha fatto andare il colpo subito a bersaglio. Anche la lama è entrata subito e la lama non vuole il grasso. E l’ho sporcato anche con il rosso. Il rosso portato dalla lama. Il rosso degli scarabocchi che avevano sporcato le piastrelle bianche. In quella stanza. A Beirut. Appena si è piegata per il colpo le sono andato dietro. Attento a non rompere la lama sull’osso delle costole. Perché il lavoro va fatto bene. Me lo diceva sempre l’istruttore, giù in Libano. Quando lavoravo con le milizie. Prima che venissi a lavorare per le discoteche. E lei ballava così bene con le sue belle gambe lunghe. E a me piaceva. Mi è sempre piaciuta. Con i suoi capelli lunghi e gli occhi scuri. Gli occhi scuri che ridono. Che ridono come le bocche di quelle persone. Legate alle sedie. A Beirut. È stato dopo che ha finito di ballare che l’ho accompagnata al parcheggio, a prendere la sua macchina. Perché questi sono gli ordini del padrone. Perché lei è la ragazza più bella. Perché lei è la ragazza che gli fa guadagnare più soldi. E allora, quando va alla macchina, nel parcheggio, deve essere scortata. Che poi, nel parcheggio, da dietro non si è accorta di niente. Il colpo è andato subito a bersaglio. Però dopo è sempre meglio usare anche la lama. Me lo dicevano sempre in Libano, quando lavoravo con le milizie. E adesso siamo qui, io e lei. Da soli. Qui nel capannone dietro alla discoteca e dietro al locale. Il capannone dove il padrone mette la robe che la polizia non deve vedere. Siamo qui perché io devo sapere. E c’è tutto questo rosso che puzza di ferro, ma se la tocco lei è tutta morbida. E allora le ho tolto il vestito è lei sta lì tutta nuda e mi piace perché è giovane e morbida. E allora posso usare la lama che non ha bisogno del grasso. E adesso posso provare a sentire se anche lei ha lo stesso sapore del ferro. Lei è bellissima. E tutta nuda. Come le persone legate sulle sedie. Sulle sedie in quella stanza piena di piastrelle bianche. Piastrelle bianche sporcate dal rosso degli scarabocchi. Devo sapere se anche lei ha lo stesso sapore del ferro. Non mi interessa quello che domani dirà il padrone. Io lo devo sapere. Mi metterò qui tranquillo a pensare a lei che ballava sulla pedana. Che ballava attorno al palo. Che ballava con le sue belle gambe lunghe. E comincerò a sentire il suo sapore. Cominciando proprio dalle sue belle gambe lunghe. Usando il ferro della lama. Perché so che è questo l’unico modo. L’unico modo per non sentire più nella mia testa il suono di quella maledetta sveglia di plastica bianca. L’unico modo. Sentire il sapore del ferro. Ancora una volta.


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