Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
RAMPONI
Proprietario
Daniele Pasquini, autore di "Io volevo Ringo Starr" (Intermezzi, 2009)


Prezzo

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897000 €
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A proposito di questo oggetto...
Mistero alle Svalbard
di Daniele Pasquini


1.

Kasper e Yuriy avanzavano correndo nella distesa di ghiaccio.
Sulle isole Svalbard a ottobre fa un freddo cane. A novembre fa un freddo cane. Anche a dicembre. Fino a luglio. Si parla di più di venti gradi sotto zero. Tra luglio e agosto la temperatura risale e può toccare anche i cinque gradi. A settembre ripiomba. Ma è proprio da ottobre che le cose si fanno serie.
Kasper e Yuriy avanzavano nella distesa di ghiaccio, cadendo ogni pochi passi. Provate voi a correre su una lastra scivolosa con addosso il pelo di una renna e gli stivali d’orso. E uno zaino fatto col pelo di volpe artica e con dentro il libro di matematica e il panino all’aringa per la ricreazione.
Kasper e Yuriy, undici anni avvolti in strati di vestiti, avanzavano nella distesa di ghiaccio, scappando lontani dalla scuola, sperando di non farsi vedere.
È difficile per chi salta la scuola non farsi scoprire. Alle Svalbard è tutto bianco. E i vestiti sono tutti marroni. L’unica vostra speranza potrebbe essere che qualcuno vi scambi per un alce.
E poi: anche ammesso che nessuno vi abbia visti, sulle Svalbard è difficile che qualcuno non sappia qualsiasi cosa. Tutti sono un po’ imparentati e tutti sono un po’ vicini di casa.
Kasper e Yuriy vivevano a Longyearbyen, sull’isola di Spitsbergen. La più grande città delle Svalbard, sull’isola più grande delle Svalbard.
Ci vivono in millecinquecento. Anima più, anima meno.
Kasper aveva origini norvegesi, Yuriy russe. Entrambi i loro genitori lavoravano in una miniera di carbone.

I genitori di Yuriy si erano trasferiti là nel ’79. Era una famiglia di minatori da generazioni. Era naturale che vivessero in miniera. Quando a causa delle sue dichiarazioni politiche fu allontanato dalla Russia («scommetto un milione di rubli che entro venti anni mezzi di voi staranno a ruttare coca-cola su yacht in California leccando culi di americani ricchi mentre vostra figlia sta nuda sui giornali di scandali e di tennis»), si fece spedire con la moglie alle Svalbard.
Vlad e sua moglie Anna ebbero tre figli, tra cui Yuriy.

Il padre di Kasper era arrivato nel ’99. Jakob era uno studente appena laureato in Scienze Politiche all’università di Oslo, spedito alle Svalbard come ricercatore a studiarne in maniera approfondita il caso politico, le forme di governo e a raccogliere materiale per uno studio da presentare a Bruxelles.
Forse non tutti sanno che il Trattato di Svalbard permette a tutti i cittadini dei quarantadue paesi firmatari di arrivare sulle isole e viverci e svilupparne l’economia e farci famiglia e costruirci casa ed aprire un’attività commerciale o prendere liberamente qualsiasi libera iniziativa. Alle Svalbard sono tre le cose che non si possono fare: parteggiare per qualcuno in caso di guerra, prendere le armi e formare un esercito, e sperare che venga caldo.

«Anche se quando arrivai qua nel ’79 con tua madre faceva un caldo tropicale, erano quasi venti gradi e mi sembrava il posto più bello del mondo perché c’erano tante persone felici. Poi capii che erano felici perché era la prima volta che sentivano sulla pelle il caldo, e a ottobre tutti diventarono tristi un’altra volta.» Raccontava sempre Vlad, padre di Yuriy.

Quello che successe al padre di Kasper fu che arrivato a Longyearbyen scoprì che c’era ben poco da studiare, e dopo un mese di curiosa osservazione si mise in contatto con Oslo facendogli sapere che “Tra tutte le forme di organizzazione politica e tra tutti i principi che noi supponevamo dovessero regolare la vita quotidiana del luogo da cui vi parlo, nessuno mi pare adeguato. Direi che siamo di fronte ad una forma di autogoverno, un’assemblea apolitica di stampo involontariamente anarchico. In realtà tutti quanti si fregano il cazzo di certe questioni perché troppo impegnati a non tirare le cuoia. Mi sembra, in buona sostanza, un posto in cui certe cose si fanno così come viene.”
Jakob però rimase: si era innamorato di una ragazza che viveva lì. La ragazza, pure lei di origine norvegese, non aveva resistito al fascino esotico di uno proveniente dal continente e se l’era sposato con rito ortodosso, perché il concetto di municipio sulle Svalbard era un po’ azzardato e altre religioni non erano al momento disponibili. Anche Jakob iniziò a lavorare in miniera, e a fare l’amore con sua moglie, per sentire meno freddo e per generare Kasper.

2.

Kasper e Yuriy avanzavano nella distesa di ghiaccio. Rallentarono il passo e si guardarono alle spalle: non c’era anima viva.
«Ce l’abbiamo fatta!» disse Kasper a mezza voce, per non inghiottire l’aria gelida.
«Nessuno ci ha visti» rispose il compagno.
Kasper e Yuriy si guardarono un po’ intorno.
Si osservarono attentamente le punte dei piedi.
Si guardarono negli occhi.
Si sedettero su una roccia ghiacciata e ci giocarono due minuti a mo’ di scivolo.
Si sedettero poi sul ghiaccio.
Si mangiarono il panino con l’aringa.
Cercarono di prendere a sassate una pernice.
Yuriy tirò fuori dallo zaino l’ultimo numero del settimanale Svalbardposten.
Lessero le vignette e gli annunci economici.
Kasper si fece tentare da “vendo paio di ramponi poco usati numero 41”.

C’è un motivo ben preciso, evidentemente, se i ragazzi sulle isole Svalbard non saltano neanche un giorno di scuola.
Ma l’assenza di attività e l’arrivo della noia erano un ottimo stimolo per coltivare la fantasia. Kasper e Yuriy, al riparo dal vento gelido dietro un costone di roccia, iniziarono a raccontarsi storie modificando quelle che udivano dai propri genitori.
«Ieri sera mio padre è tornato dalla miniera e mi ha raccontato che ha rivisto Troind, l’orso bianco con un occhio rosso e un occhio giallo, quello al cui interno vive lo spirito dello stregone millenario che ha fondato l’isola. C’è chi dice che Troind sia un protettore delle Svalbard, ma mio padre dice che in realtà mangia un bambino ogni anno.» Raccontò Yuriy.
«Balle» fece sapere l’amico. «Però sai cosa mi ha raccontato il mio vecchio? Mi ha raccontato che mentre tornava dalla miniera i cani che trainavano la slitta si sono fermati e hanno abbassato la coda e iniziato a ringhiare e si sono agitati. Mio padre dice che è perché sentono nel vento la presenza di sciagure. Dice che i cani sono i primi a sentire il cambiamento e l’arrivo di ogni male.»
I due amici parlarono a lungo.
Poi, tra una leggenda e l’altra, Kasper e Yuriy iniziarono ad avviarsi verso casa. Si fermarono per un attimo di fronte all’ingresso del Vault, La Banca Globale dei Semi.
C’era un piccolo vialetto con una staccionata e alcune lanterne. Il vialetto terminava proprio di fronte alla porta dell’orribile parallelepipedo grigio-bruno che si infilava per oltre cento metri nel ventre della montagna.
Là dentro da un paio di anni venivano conservati tutti i semi di tutte le piante della terra.
Impacchettati e sigillati e messi al sicuro da eventuali disastri nucleari o catastrofi climatiche. Il cuore di una montagna sulle Svalbard è l’ultimo posto sulla terra su cui può succedere qualcosa.
«Ho letto sullo Svalbardposten che mercoledì dovrebbe arrivare una delegazione dal continente a depositare nuovi semi» disse Yuriy a Kasper.
«Sì, ho visto. Portano roba nuova, credo da qualche foresta dell’Africa o del Sud America.»
Stavano per affrettare il passo, quando Kasper si fermò.
«Sarebbe bello entrarci dentro.»
«È impossibile. Non ci sono guardiani, ma credo ci siano dei sistemi di sicurezza imponenti.»
«Vorrei solo vedere com’è fatto dentro.»
«Dentro c’è un tunnel. Dal tunnel si arriva dentro una grossa stanza piena di scaffali e mensole, tipo al market di Sturm&Viks. Però di più. Su ogni scaffale ci stanno le buste sottovuoto con i semi di tutte le piante.»
«Come lo sai?»
«C’era uno speciale sullo Svalbardposten.»
Kasper sospirò, e fece cenno all’amico di allungare il passo.
Se non si sbrigavano avrebbero scoperto che non erano stati a scuola.
Probabilmente se ne sarebbero accorti ugualmente.
E a nessuno sarebbe fregato poi granché.

3.

Kasper si stava allacciando con difficoltà i nuovi ramponi, accucciato di fronte ad un costone di roccia poco fuori da Longyearbyen, quando si sentì afferrare alla gola. Iniziò a mancargli il fiato, e strizzando gli occhi vide il bianco di fronte a sé che si faceva sfocato.
Yuriy lo aveva agganciato e se la rideva da sotto il cappuccio. Lasciò la presa.
«Idiota che non sei altro.»
«Ahaha! Mi avevi scambiato per un orso!»
«Ridi, ridi.»
Kasper si scrollò l’amico e la neve di dosso, e si rimise innervosito a tentare di allacciare i ramponi.
«Sono venuto a chiederti se ti va di fare un giro. Mio padre ha detto che posso prendere i cani.»
«Ci sto!» esclamò Kasper, contento di poter fare a meno dei trabiccoli difettosi che non riusciva ad allacciare agli scarponi.

Yuriy e Kasper stavano seduti sulla slitta tirata da sei cani dal pelo bianco e grigio, dai denti color del ghiaccio e dagli occhi umani. Viaggiavano a tutta velocità nel gelo artico, giocando a evitare rocce e buche.
Quando all’improvviso i cani si arrestarono.
La slitta perse velocità e scivolò lenta, fino a fermarsi completamente.
«Che gli è preso?» si domandavano i due amici.
I cani avevano la coda abbassata e ringhiavano indietreggiando.
Di fronte a loro, le luci delle lanterne del vialetto che portava al Vault.
Intanto il vento aveva iniziato a soffiare più forte, e il freddo si faceva insopportabile. Yuriy e Kasper scesero dalla slitta per cercare di smuovere i cani. Orecchie basse, cercavano di fare dietrofront, mentre i due ragazzi li carezzavano.
In quell’istante si sentì uno strano ronzio provenire dalla montagna. Kasper e Yuriy si voltarono all’istante, e videro una delle lampade fuori dalla Banca dei Semi che sfrigolava per un contatto elettrico.
Non appena riportarono lo sguardo verso la slitta, si accorsero che i cani stavano correndo via con la slitta vuota.
«Fermi!» urlò Yuriy ai cani di suo padre, sempre più lontani nella distesa bianca.
Dopo pochi istanti la slitta era un puntino nero che andava scomparendo nelle raffiche di vento.
Kasper e Yuriy erano soli in mezzo alla tormenta.
«Non possiamo tornare a casa ora. Moriremo a metà strada. Dobbiamo ripararci fino alla fine del temporale» disse Kasper.
«Andiamo verso quella grotta là» suggerì l’amico, indicando una cavità nella parete rocciosa della montagna.

Presi dallo sconforto iniziarono a camminare a fatica in direzione di quel riparo di fortuna, quando Yuriy mise la mano sulla spalla dell’amico.
«Kasper guarda là!»
«Dove?»
«Lì, il Vault… la porta è aperta.»
«È impossibile!»
«Vedi che sta sbattendo?»
Kasper guardò verso l’ingresso del Vault, illuminato dalle lanterne. C’era effettivamente la porta che si muoveva nel vento.
«Andiamo là, forza, possiamo ripararci.»
«Stai scherzando?»
«Vuoi morire qui?»
«Ma ci scopriranno!»
«Chi?» domandò ironicamente Yuriy, guardando intorno a sé a trecentosessanta gradi, in modo da illustrare al compagno l’assurdità di quell’osservazione.
«Ma…»
«E poi non ci tenevi tanto a entrare là dentro?»
Kasper, non convinto ma incapace di ribattere, si fece trascinare verso l’ingresso illuminato, dove una delle lampade continuava a friggere a intermittenza, ma mostrando il vialetto che portava alla pancia della montagna.


4.

«Yuriy, ho paura»
I due ragazzi erano davanti alla porta.
«Guarda, non c’è la maniglia…»
L’ingresso del Vault non aveva serrature, ma dei sensori elettrici.
«…credo che ci sia stato un blackout, o un guasto all’impianto, o qualche filo rotto. La porta aperta, questa lampada che non funziona…» ipotizzò Yuriy.
L’aria che veniva dal tunnel era calda, solo pochi gradi sotto lo zero. Kasper e Yuriy varcarono la soglia e iniziarono a camminare dentro il tunnel, più lontano possibile dall’aria glaciale delle isole Svalbard.
«Avevi ragione, anche queste luci per metà sono spente. Sicuramente qualcosa nella rete elettrica non funziona.»
«Fermiamoci qui Yuriy.»
«Sta’ zitto fifone, adesso arriviamo in fondo al tunnel, dovrà esserci una stanza riscaldata da qualche parte.»
«Ma sullo Svaldbardposten c’era scritto che conservavano i semi a 18° gradi sotto zero…»
«Zitto! Sento dei rumori!»
Dal fondo del tunnel proveniva un clangore metallico, come di ferri scossi.
«Cosa sarà stato?»
«Non ne ho idea»
«Torniamo indietro?»

Già si intravedeva, nell’intermittenza delle luci, la porta di quella che a tutti gli effetti doveva essere la porta d’accesso alla Banca dei Semi.
Kasper e Yuriy camminavano piano seguendo il tracciato delle poche luci attive.
Poi la corrente tornò improvvisamente in tutto il corridoio e i due ragazzi non fecero in tempo ad abituarsi al diffuso bagliore bianco, che si trovarono davanti ai piedi una lunga striscia di sangue ed il corpo macchiato di un grosso orso accasciato.
Senza avere il tempo di dire niente, gli amici si voltarono indietro verso l’ingresso del tunnel, dove un rumore sordo e il cessare del fischio del vento avevano fatto capire loro che il punto da cui erano entrati adesso si era richiuso.

Kasper e Yuriy guardarono il muso dell’orso senza vita. Aveva un occhio giallo ed uno rosso.



5.

Le ferite sul corpo dell’orso erano mostruose. Ne aveva almeno tre solo sul fianco destro, ed erano di forma circolare e definite da decine di piccoli tagli.
«Cosa gli sarà successo?»
Davanti a loro la grande insegna Banca Globale dei Semi – accesso riservato.
Altri cartelli ed un’infinità di segnalazioni tappezzavano la parete che stava in fondo al tunnel.
La porta circolare che stava davanti a loro era socchiusa, inceppata dalla zampa dell’orso.
«Yuriy io torno indietro.»
Kasper senza sentire ragioni si avviò di corsa verso l’uscita, seguito dall’amico. Giunti di fronte alla porta la trovarono chiusa. Senza maniglia.
Si guardarono intorno alla ricerca di qualche bottone o pannello o computer. Niente. Solo una piccola mappa della struttura.
«Guarda, si vede chiaramente: la centralina è qua, accanto alla stanza dei semi. Se vogliamo uscire dobbiamo entrare là dentro…»
Kasper piangeva, e le lacrime gli si gelavano sul volto.

«Hai visto gli occhi dell’orso? Era davvero Troind, l’orso millenario!»
«E hai notato come si comportavano i cani?»
«Non erano leggende!»
«Perché è entrato qua dentro?»

Kasper e Yuriy percorsero nuovamente tutto il tunnel, fino a tornare di fronte al corpo dell’orso. Questa volta, facendosi coraggio, varcarono la soglia del Vault e immediatamente furono investiti da un’ondata di aria ghiacciata.
Di fronte a loro centinaia e centinaia di scaffali di metallo tutti uguali, contenenti migliaia di buste argentate piene di semi. Un display indicava la temperatura di conservazione: - 18°.
Ogni scaffale era contrassegnato da delle etichette. Di fronte a loro stava scritto: “EUROPA, MEDITERRANEO”. Sulle buste era tutta una sfilza di “Ocymum basilicum / Laurus Nobilis / Olea europeaea / Urtica diaica” .
Si guardarono intorno per cercare di capire dove potesse essere il pannello di controllo.
Si adentrarono nelle file di scaffali tutti identici, pieni di semi provenienti da tutte le parti del mondo.
«Ehi, Yuriy, guarda qua…»
«Dai Kasper, dobbiamo andare, non c’è tempo per le lezioni di botanica.»
«NO, Yuriy, guarda…»
Di fronte a loro stava uno scaffale in disordine. Tra tutte le buste, una era aperta.
Sullo scaffale c’era scritto “OCEANIA – AUSTRALIA”.
La busta aperta invece recitava: Cephalotus Follicularis.
«Cosa vuol dire? Chi può essere stato?»
«Non lo so, troviamo il modo di uscire e dimentichiamoci tutto…»

Fu allora che comparve.
Di fronte agli occhi terrorizzati di Kasper e Yuriy la creatura comparve.
Era alta più di due metri e muoveva i suoi lunghi tentacoli vegetali, attaccati alla base del busto di colore violaceo. Il corpo era un cilindro rosso porpora, gonfio come un sacco riempito. Alla sommità del rigonfiamento stavano due ordini di denti neri e appuntiti che delimitavano la bocca del mostro. Un’altra fila di denti circondava il coperchio del busto, una sorta di mandibola.
Il terribile essere non aveva delle vere e proprie radici, ma si spostava lentamente trascinando delle appendici simili a liane che giacevano sul pavimento. Pareva non avere occhi, naso ed orecchie, ma delle macchie nere che disegnavano un ghigno tremendo.

I due ragazzi erano immobili, incapaci di muoversi.
Nonostante il freddo sentivano il sudore colare sotto il pesante strato di vestiti.


6.
L’immensa pianta carnivora sembrava non averli né visti né sentiti, o semplicemente era disinteressata. Stava di fronte al quadro elettrico. Lì probabilmente stavano i comandi necessari a sbloccare nuovamente l’uscita del Vault.

«Yuryi» riuscì a pronunciare sottovoce Kasper «co-co-cosa facciamo?»

Yuryi in preda allo sgomento intanto era riuscito a capire la situazione: il seme era uscito (come?) dalla sua confezione e si era sviluppata in modo incredibile (forse grazie agli impulsi elettrici). Nonostante le condizioni avverse era riuscita a crescere. Era stata lei ad attaccare l’orso, entrato nel Vault perché incuriosito dalla porta aperta.

«Non lo so» rispose Yuryi, indietreggiando in silenzio. «Facciamoci venire qualche idea.»

Intanto l’enorme pianta carnivora con i suoi tentacoli afferrava interi scaffali pieni di semi e li scuoteva, facendo risuonare quel cigolio metallico nell’ambiente gelato.
Ogni tanto prendeva una busta di semi e la inghiottiva. Ne rigurgitava poi l’involucro di plastica, assieme ad una poltiglia bavosa e congelata.
La creatura aveva fame.

Yuryi e Kasper indietreggiando erano riusciti a tornare di fronte ai primi scaffali.
«Forse ho la soluzione» esclamò il primo indicando una legenda attaccata ad una delle mensole. «Tutte le confezioni con questo simbolo sopra contengono piante tossiche.»
Kasper lo fissava annuendo.
«Dobbiamo raccoglierne più possibile e darle in pasto al mostro…dividiamoci.»
I due si misero silenziosamente alla ricerca delle confezioni contrassegnate dal simbolo del teschio.

Kasper riuscì a recuperare: Digitalis Purpurea, Atropa Belladonna, Nerium Oleander, Helleborus Foetidus.
Yuryi invece raccolse: Heracleum Mantegazzianum, Laburnum anagyroides, Dieffenbachia.

Il mostro continuava a scuotere gli scaffali, e a mordere sacchetti ed interi barattoli.
«Come facciamo però ora a farne un unico pacco? Non possiamo toccarne il contenuto se è tossico…» si disperò Yuryi.
«Leghiamo assieme tutti i sacchetti» suggerì Kasper.
«Sì, ma con cosa?»
Kasper tirò fuori dalla tasca il laccio di uno dei suoi stupidi ramponi.
Yuryi sorrise, e con l’amico iniziò ad unire i pacchi per fabbricare la bomba velenosa.
«Speriamo che funzioni…»
I due si inoltrarono nuovamente tra gli scaffali.
Videro il mostro che si spostava lentamente con i suoi tentacoli, ma senza allontanarsi dal quadro elettrico.
«Dobbiamo attirare la sua attenzione.»

Allora Kasper e Yuryi afferrarono alcune confezioni di semi e le lanciarono verso la bestia, che immediatamente si voltò verso di loro. La pianta cominciò a muovere i tentacoli nella loro direzione e a spalancare la cavità buccale, mostrando i denti neri e facendoli schioccare.
Si muoveva molto lentamente, ma con le sue appendici vegetali proiettava in avanti la sua figura, riuscendo ad afferrare, stringere e spostare tutto ciò che le si parava davanti.
In quel momento Yuryi prese il pacco pieno di semi velenosi e lo lanciò dritto nella bocca di quell’essere.
La creatura inghiottì il pacco senza pensarci un solo istante, mentre i due amici indietreggiavano attendendone gli effetti.
La bestia iniziò a sputare gli involucri, mentre dalla sua bocca usciva una schiuma verde colma di fetide bolle scoppiettanti. Si divincolava sbattendo su tutti gli scaffali.
Completamente impazzita, muovendosi faceva cadere sacchetti ed intere mensole, mentre negli scossoni gli armadi oscillavano pericolosamente.
Allora Kasper corse in uno dei corridoi e assestò uno spintone ad uno scaffale, che dondolando franò addosso alla bestia, agonizzante sotto i casellari metallici pieni di semi.

Yuryi corse al pannello elettrico, segnato dalle bave e dalle mucose che vi aveva lasciato la creatura. Cercò di orientarsi nel marasma di bottoni e leve e pulsanti. Trovò quello giusto, lo spinse.

Il mostro, adesso, era immobilizzato sotto il peso del metallo.
Probabilmente era già morto, giungeva solo un rumore come di gorgoglii di succhi gastrici.
I due amici si guardarono e corsero verso l’uscita.
Kasper e Yuryi non avevano più freddo, nel gelo delle Svalbard.


7.

Svalbardposten - Editoriale
Di Birger Amundsen

Incredibile scoperta al Vault
Il mistero della Banca Mondiale dei Semi
L’orso “Troind” ha salvato le Svalbard

Quanto vi raccontiamo in questo numero ha dell’incredibile.
Senza dubbio quanto di più misterioso sia mai accaduto sulle isole Svalbard.
Vi raccontiamo quel che è stato scoperto mercoledì, mentre una nuova cassa di semi stava per essere depositata al Vault, orgoglio di questa nostra terra.
I tecnici internazionali subito hanno notato un’anomalia: all’interno del tunnel hanno trovato il corpo di un orso. Come può essere successa una cosa del genere?
Rendendosi conto che l’animale era senza vita si sono avvicinati e hanno notato delle strane ferite circolari sul suo corpo.
Ma quel che è più assurdo è ciò che li aspettava all’interno del deposito.
Decine di scaffalature divelte e ammassate. Migliaia di confezioni di semi danneggiate o perdute o fuori dagli schedari – dopo un bilancio provvisorio si ritiene siano poco meno di 2000 -.
Gravi danni all’impianto elettrico e di condizionamento.
E soprattutto, una grossa pianta nel centro della stanza, sommersa dagli scaffali.
I tecnici l’hanno identificata come una forma degenerata di Cephalotus Follicularis, una pianta carnivora proveniente dall’emisfero australe. I denti della pianta – che io ho potuto osservare in prima persona – erano a dir poco anomali.
Come è uscito il seme dall’involucro? Forse la busta era difettosa?
Quel che più lascia perplessi gli scienziati e ciò che più preoccupa i laboriosi cittadini delle Svalbard – è come sia stato possibile per una pianta crescere in un ambiente estremo come quello del Vault. Come possa essersi sviluppata senza terra. Senza acqua. Con quei denti, capaci di stritolare il metallo. Immaginate un uomo.

Ciò che ad oggi pare verosimile è che l’orso, probabilmente quello che da molti cittadini delle Svalbard viene chiamato “Troind”, si sia intromesso all’interno del deposito ed abbia ingaggiato una battaglia contro la pianta.
Il carnivoro vegetale è morto, ma anche l’orso, per difendere la nostra terra, ha pagato con la vita.


Nello speciale che abbiamo dedicato a questa vicenda troverete approfondimenti, interviste a scienziati, botanici e organizzazioni internazionali.

A seguire la nostra inchiesta, oggi estremamente attuale: “Cozze gratinate nel ghiaccio: come il surriscaldamento globale ha modificato la fauna del luogo, favorendo lo sviluppo di specie un tempo sconosciute sulle isole Svalbard.”


8.

Kasper restituì il numero dello Svalbardposten a Yuryi, attento a non farsi beccare dalla professoressa.
Nel sorriso di complicità era ancora nascosto il terrore di quanto era successo.
Yuryi strappò un pezzo di carta e di nascosto ci scarabocchiò sopra.
Lo appallottolò e lo lanciò verso il banco dell’amico.
Kasper lo aprì e lesse: “Altro che orso Troind. Noi sì che avremo una bella storia da raccontare ai nostri figli.”


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