Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
CAPPIO
Proprietario
Rosa Tiziana Bruno, autrice di fiabe per bambini.


Prezzo

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50 €
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A proposito di questo oggetto...
Il salotto verde oliva
di Rosa Tiziana Bruno

Questa è la storia più vera mai raccontata, anche se ogni volta nessuno ci crede. È inquietante come la gente non sia disposta a credere il vero.

Il protagonista è il signor G. Vale la pena citare solo l’iniziale, il suo nome era così banale che non avrebbe senso ripeterlo per intero, verrebbe dimenticato in pochi istanti. Il Signor G aveva una vita qualunque, un lavoro qualunque, in una città qualunque. Impiegato in un’azienda di trasporti, passava la giornata a timbrare fogli, dietro il suo box, in una stanza dalle pareti alte e grigie, dove il soffitto era identico al pavimento. Iniziava alle otto di mattina, poi la pausa pranzo, e alle diciannove raccoglieva minuziosamente le proprie cose (perché il signor G. era molto ordinato) e si dirigeva verso casa, dove viveva da solo. Il suo appartamento era spartano: quattro mura color verde oliva, un divano imbottito, una camera con letto e sedia, la cucina in formica stinta dal tempo. Appena rientrato si sedeva, leggeva il giornale, dieci minuti non di più, poi si alzava, preparava la cena. Dopo ripuliva la cucina e leggeva di nuovo, giusto per favorire la digestione. Una scrupolosa toletta in bagno alle 23 e, infine, andava a dormire.

Le giornate del Signor G. erano tutte uguali, tutte dello stesso colore che variava dal grigio-ufficio al verde-oliva. Ma, una mattina, accadde qualcosa di veramente inaspettato per lui. Mentre si recava al lavoro notò che ad una passante era caduto qualcosa dalla borsa, per l’esattezza si trattava di una foto. Provò a raggiungerla, ma la donna era sparita in fretta dietro l'angolo.

Si fermò sbuffando, il Signor G. era già in ritardo al lavoro, rischiava una ramanzina e la punizione di un centinaio di fogli in più da timbrare. Guardò la foto, era il ritratto di una bambina che sorrideva. Pensò che lui non aveva nessuna foto, non era mai stato fotografato. Il Signor G. la mise in tasca e la portò con sé in ufficio. In verità non poté fare a meno di guardarla per tutto il giorno. Si sentiva attratto da quella immagine, in una maniera irresistibile.

Tornò a casa, dimenticò di mettersi a leggere, non aveva nemmeno fatto la spesa. Non riusciva a pensare ad altro che alla fotografia. L’attaccò, in bella vista, nel suo soggiorno verde oliva. Da allora il Signor G. s’innamorò dei colori delle vite altrui e iniziò ad inseguire le persone per capire dove abitassero. Appena uscivano di casa, lui, passando inosservato con il suo cappotto grigio, s’intrufolava nell’appartamento e rubava foto dai cassetti e dalle cornici. Tornato nel suo salotto, la sera, le appendeva alle pareti verde oliva.

Divenne bravissimo. Imparò dove le persone tenevano le fotografie, frugava negli armadi e nelle scatole nascoste con enorme maestria, la stessa con la quale scassinava le porte. Il suo soggiorno si trasformò in un grande murale di vite altrui, dove sorrisi belli e brutti erano accostati senza senso, casalinghe spettinate accanto a uomini in giacca e cravatta, bambini in festa vicino a spose in abito bianco. Le cose andarono avanti per un bel pezzo e il Signor G. divenne famoso. I giornali titolavano a caratteri cubitali: Altro furto di fotografie, incredibile! Finché un giorno arrivò una soffiata, il signor G. fu seguito e colto in flagrante.

Durante la perquisizione del suo appartamento, il commissario Pasetti rimase sbigottito davanti all'enorme collage di foto che copriva totalmente la carta da parati verde oliva. Il poliziotto staccò imbarazzato una sua foto da giovane che lo ritraeva mentre mostrava stupidamente i muscoli in spiaggia. La nascose in tasca, sperando che nessuno di colleghi presenti lo avesse notato. Poi si rivolse al Signor. G. «La dichiaro in arresto.» La città intera ormai parlava di lui.

Rimasto solo in casa, Pasetti proseguì la sua perquisizione fino a tarda notte, era un tipo scrupoloso, ma soprattutto voleva chiudere il caso, visto che aveva già i biglietti pronti per Cuba, dove lo aspettava la diciannovenne Conchita.
Si tolse le scarpe e si buttò sul divano. Era stata una giornata pesantissima e ancora gli mancava il movente per archiviare il caso. Inoltre c’erano un paio di foto sue, di quando faceva il barman da studente, che voleva assolutamente recuperare, anche se alla parete non era riuscito a vederle. Chissà, magari il signor G. aveva un computer da qualche parte dove archiviava il suo bottino. E poi la storia della semplice collezione di immagini non lo convinceva. Non poteva essere tutto lì, bisognava scavare ancora, di sicuro la verità se ne stava nascosta, indisturbata, da qualche parte.

Si accasciò sul divano, chiuse gli occhi e cercò di rilassarsi per qualche attimo. Infilò casualmente la mano sotto il cuscino e sentì che c’era un foglietto di carta. Lo raccolse e lo girò. Stampato nel mezzo c’era l’indirizzo di un sito web con i dati di accesso, username e password. Estrasse dalla borsa il suo portatile, lo posò sul tavolino e lo avviò. Accese una sigaretta mentre aspettava. Si collegò alla rete wireless della polizia, e digitò l’indirizzo trovato sul bigliettino. Apparve una schermata dal fondo viola, con la scritta:

Il video dell’evento sarà trasmesso oggi alle 21,00

E immediatamente si aprì una nuova pagina, con alcune voci tra cui poteva scegliere. Cliccò sulla prima voce e vide centinaia di foto in miniatura che ritraevano gente di ogni tipo, compreso lui. In alto lampeggiava la scritta Clicca su una foto. Una sensazione di disagio iniziò a salire improvvisamente dalle viscere. Cliccò sulla propria foto e si aprì la sua pagina. La vista gli si annebbiò un po’, mentre vedeva caricarsi miniature di proprie immagini prese di nascosto ovunque: in strada, nel suo ufficio, nei negozi e, cosa che lo paralizzò quasi del tutto, in casa sua mentre dormiva. Sotto le foto c’era la biografia: Commissario Pasetti, 48 anni. Nato a Forlì, vive a Milano da 18 anni. Capelli neri, occhi castani. Il testo proseguiva, ma lui scelse di tornare alla pagina precedente e di esplorare la seconda voce: Risultati. Attese il caricamento della pagina. Pochi secondi, eterni. Si aprì la solita pagina con sfondo viola:
QUESTA SETTIMANA ABBIAMO SELEZIONATO: commissario Pasetti
Clicca qui per assistere all’evento in diretta!

Tornò alla Home page del sito e seguì il link per l’evento in diretta. Si aprì una cornice che chiedeva i dati di accesso, digitò quelli trovati sul foglietto e attese. Lentamente apparve una sua foto con sotto la scritta:
VITTIMA DELLA SETTIMANA: commissario Pasetti
METODO DI MORTE SCELTO: impiccagione
Clicca qui per il video in diretta!

Attese il caricamento dei dati. Quando comparve la prima scena riconobbe la sala verde oliva della casa del signor G., proprio quella in cui si trovava lui. Sentì un gran freddo lungo la schiena e si accorse che si stava bagnando i pantaloni di urina. Nel video la ripresa era dall’alto: lui stava di spalle, seduto davanti ad un computer portatile. Dietro, un uomo con una corda in mano si stava avvicinando lentamente. Si girò di scatto e, con la coda dell’occhio, notò un gancio sul soffitto che durante la perquisizione era certo di non aver visto. Fu giusto un attimo, un attimo eterno. Sentì i suoi piedi staccarsi da terra, e la sua testa lasciare il corpo, mentre l’aria intorno diventava vuota. Si vedeva morire, come quando guardava gli indiani sgozzati nei film americani. Solo che adesso la scena era vera, tutta sua. Dolori compresi. Lancinanti, soffocanti, sordi.
Intanto, il signor G. se ne stava nella cella grigia di quel carcere spoglio, alla periferia della città.
Seduto sulla branda, dopo una cena ai limiti del disgusto, poco prima di addormentarsi, aveva estratto dalla tasca la foto della bambina trovata per caso, la prima della collezione. L’aveva infilata, con gesto consumato, nel chiodo attaccato alla parete disadorna. Ecco, adesso si sentiva in compagnia. Il signor G. aveva bisogno di colore là dentro, nonostante sapesse con certezza che in breve tempo sarebbe uscito.


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