Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
BICICLETTA DA DONNA
Proprietario
Roberto Saporito, autore del "cult" "Harley-Davidson Racconti", Stampa Alternativa Editore (1996)


Prezzo

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89 €
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A proposito di questo oggetto...
Scomparsa
di Roberto Saporito


"Credo che si debba uccidere per
avvicinarsi al mistero; o uccidersi."

(Lorette Nobécourt)

Mia sorella è scomparsa il 6 giugno 1992. Quel giorno avevamo festeggiato la firma del contratto per il mio secondo romanzo e il suo relativo anticipo: dieci milioni di lire, un sacco di soldi, quanto meno per me, sicuramente tanto per un mio libro.
Quella sera avevo dato una piccola festa, molto piccola: oltre a mia sorella, c'era Clemente, che è poi il mio migliore amico, Cecilia, che è la mia migliore amica, Diego, che era il mio vicino di casa, pittore, nonché recente amico e Stefania, la sua convivente. Un paio di bottiglie di champagne, formaggio, salame, olive, e per finire una bottiglia di vodka.
Alle undici e mezzo mia sorella Angela, mi ha baciato entrambe le guance, mi ha rifatto gli auguri, mi ha sorriso benevola, ha salutato tutti, ha inforcato la sua bicicletta olandese nera e se n'è andata. Per sempre. Inghiottita dalla notte quasi estiva.
Scomparsa.
Non l'abbiamo più trovata. Sparita. Un vero mistero.
Io all'epoca avevo trent'anni e lei trentacinque. L'ho cercata con ostinazione per quattro anni, poi ho smesso, pian piano, come si smette di piangere prima o poi, anche solo per sopravvivere.
Poi però la ricerca si è trasformata in paranoia, idea fissa, ma senza azione, tutto un lavorare dentro la testa: una malattia della mente. La mia.


Una settimana fa, forse, l'hanno trovata. Hanno trovato i resti di un corpo umano facendo dei lavori di ristrutturazione nelle cantine del palazzo dove abitava lei: hanno trovato quello che sembra un cadavere murato nella cantina di mia sorella, hanno trovato un corpo e una bicicletta. La bicicletta di mia sorella. La polizia mi ha detto che il corpo è stato murato insieme alla bicicletta. Hanno detto che non si sa ancora se è stata uccisa, non si sa ancora molto: stanno indagando.
Oggi avrebbe quarantacinque anni e io ne ho quaranta, e quello che sto scrivendo da dieci anni a questa parte è un libro sulla sua scomparsa, un libro che non pubblicherò mai, come non ho mai pubblicato il secondo romanzo per il quale avevo firmato un contratto dieci anni fa: ho speso l'anticipo alla ricerca di mia sorella. Alla ricerca inutile di mia sorella.
«Se n'è andata» diceva sempre Clemente.
«Ma perché così all'improvviso?» domandavo io.
«Si sarà stufata di fare la professoressa…di vivere in questa città…» diceva lui, ma poco convinto.
A lei piaceva insegnare, e aveva da poco avuto la cattedra nel liceo dove avevamo studiato lei ed io. Anche quella volta avevamo festeggiato, a casa sua.
No, non se n'era andata, le era successo qualcosa: già, ma cosa? Cosa?
Come si fa a sparire, mi chiedevo. Succedeva tutti i giorni, ma quello che capita agli altri, quello che leggi sui giornali, quello che vedi alla televisione, ti accorgi che non è la realtà finché non capita a te.
La realtà è solo la tua, il resto è cronaca.

«Potrebbe non essere sua sorella» dice l'ispettore che segue le indagini.
«Già, ma la bicicletta è la sua» ribatto.
«Dopo l'analisi del dna non ci saranno più dubbi» dice lui annuendo stringendo le labbra quasi femminili in una maniera buffa.
«Già, e poi?» domando.
«E poi cosa?» chiede aggrottando la fronte e toccandosi il naso.
«E poi cosa avete intenzione di fare?» chiedo un po' ottuso.
«Indagini…è il nostro lavoro.»
«Già, certo…come dieci anni fa…» sospiro.
Lui non dice niente. Continua a toccarsi il naso.

Il 7 giugno 1992 alle due del pomeriggio, come tutti i giorni, chiamo mia sorella al telefono, ma non risponde nessuno. Alle cinque del pomeriggio chiamo mia sorella ma non risponde nessuno. Alle nove di sera uguale. Alle dieci passo da casa sua, ma non c'è nessuno.
Il giorno dopo la storia non cambia. Non avevo neanche nessuno da avvertire: i miei genitori erano morti e parenti non ce n'erano. Il terzo giorno, quando non si è presentata neanche a scuola, ho fatto denuncia di scomparsa ai carabinieri.
«Sarà da qualche parte con un uomo» hanno detto loro tranquilli.
«No, non penso proprio» ho detto io sicuro.
«Perché no… novantanove volte su cento è così… non si preoccupi… nel giro di due giorni sarà a casa…»
Avrei voluto dire loro che mia sorella era lesbica, ma avevo paura della loro reazione: chissà poi perché. Sono stato zitto.


«È sua sorella, col dna non si sbaglia…mi dispiace…» dice il solito ispettore di polizia.
Lo guardo e annuisco lentamente chiudendo gli occhi sospirando.
«Non sappiamo ancora come è morta» dice lui.
Bravo, avrei voglia di urlargli. Cosa pensi che si sia suicidata murandosi viva in cantina? Ma da dove esci, da un brutto cartone animato giapponese? Da un racconto del terrore di Edgar Allan Poe?
«L'avranno ammazzata e poi murata in cantina… o qualcosa del genere…» dico.
«No, è questo che è strano, era viva quando è stata murata… e lo strano è che all'interno è stato trovato il necessario per costruire un muro, come se sua sorella si fosse murata dentro da sola… sembra che il muro sia stato costruito da dentro…» afferma titubante osservandosi nervoso le mani.
«Ma cosa dice!» mi infiammo.
«Quello che ha capito, sembra che si sia murata da dentro… sembra che si sia murata da sola… sembra che si sia suicidata…» non sa più dove guardare.
«Ma cosa dice… le sembra il modo di uccidersi… ma per favore… ma la smetta di dire stronzate» dico sospirando forte.
«Sembra che sia andata proprio così… mi dispiace…» afferma lui sempre più nervoso.
«Non è possibile… non ci credo… non può essere» dico scuotendo energicamente la testa «non è vero… no…»
«Mi dispiace…» ripete.
«La smetta di dire mi dispiace… la smetta…» urlo e mi allontano correndo fuori dal commissariato.


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