Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
MOSTRO INCONCEPIBILE
Proprietario
Gregorio Magini, cofondatore insieme a Vanni Santoni della SIC - Scrittura Industriale Collettiva.


Prezzo

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57000000 €
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A proposito di questo oggetto...
La venuta
di Gregorio Magini


È immane. Quando è apparso, riempiva già l’orizzonte. Non si può dire che sia precisamente apparso, né che riempia l’orizzonte nello stesso modo in cui una nube o una montagna potrebbero riempirlo. Infatti, oltre che apparire, si è delineato, ma non come si delinea qualcosa risalendo lentamente la linea dell’orizzonte, o passando dall’oscurità alla luce: piuttosto, come qualcosa che da sé si disegni, se non fosse che il mostro in larga misura non ha linee. Si è manifestato un po’ per volta, in un periodo di tempo, per quanto indeterminabile, comunque non troppo lungo, dato che nel momento in cui ci siamo accorti della sua peculiare specie di presenza, abbiamo anche avuto la chiara sensazione che non poteva essersi manifestato in quel preciso istante, e doveva essere in corso di manifestazione già da un po’ di tempo. Inoltre, il mostro non è mai completamente presente, ma è in tutta evidenza sempre in arrivo, sempre in via di manifestazione, il che lo rende, assieme alle altre sue caratteristiche, assai incerto alla percezione, o sarebbe meglio dire alla cognizione, dato che gli occhi, e anche parzialmente il naso, lo registrano, e anche assai vivamente, nitidamente, in una vertiginosa ricchezza di costrutti, elementi, particolari, sfumature, che lo hanno caratterizzato nel volgere di pochi istanti come terribile, sia per dimensioni che per caratteristiche che per atteggiamento. Ciononostante, o forse per questo, il mostro sembra perdersi da qualche parte nella mente durante il percorso che dai sensi conduce alla coscienza, anzi, sembra rutilare attraverso la mente, sollecitare ogni possibile associazione di idee, scoperchiare con la sua silenziosa furia le memorie più recondite, abbattere con la sua deflagrante presenza i ponti più solidi, le connessioni più usate. Si riversano così, con lui davanti, nella nostra coscienza, un profluvio di immagini, forme, emozioni che sarebbe vano tentare di afferrare, mettere anche solo parzialmente in ordine. Il semplice tentativo di fermarne una per osservarla nella sua individualità ci provocherebbe un dolore morale intenso: il mostro ci fa qualcosa, o siamo noi a farci fare qualcosa da lui, che ci fa sentire come vagamente blasfemo un intervento deliberato su qualsiasi cosa lo riguardi. Questo stato di confusione, che ci atterrisce e insieme ci muove al riso, sarebbe interpretabile con alquanta forzatura come una forma di controllo mentale, ma la sola ipotesi che lui possa avere una mente è raccapricciante. Esso ci sovrasta. Occupa gran parte della visuale, almeno davanti a noi. Dietro, non avremmo il coraggio di guardare. I suoi confini tuttavia non sono netti: non solo i ramificati e graduati confini esterni, ma anche quelli interni sono confusi. È come se osservandolo, a tratti, si aprissero o si chiudessero in lui degli spazi di dimensioni immisurabili, in cui lui non c’è e in qualche modo ricomincia il mondo, il resto. Alcuni di questi spazi, del resto mobili o probabilmente solo difficilmente localizzabili, sembrano dei buchi, attraverso i quali si intravede il paesaggio o il cielo, superstiti al di là; ma altri, più che buchi paiono escrescenze sulla cui superficie turbolenta e curva, indifferentemente concava o convessa, si dispiegano diffrangendosi altri cieli, altri paesaggi. Ogni battito di ciglia ci restituisce intatta la visione del mostro, eppure radicalmente differente, sia nella posizione complessiva che nella disposizione delle parti, che però non si potrebbero chiamare parti, dato che sono tutte interconnesse le une alle altre, ognuna di esse a tutte le altre; e allo stesso tempo dobbiamo chiamarle parti, perché nella loro inamovibile ubiquità sono ben distinte, anche se inqualificabili. Se il terrore non ce lo impedisse chiuderemmo sicuramente gli occhi, nella speranza che scompaia, ma il pensiero che la sua presenza possa persistere nelle nostre menti senza il suo corrispettivo sensoriale ci spinge contemporaneamente a desiderare che non si allontani mai più. Il battito delle ciglia ci consente anche di appurare che il suo colore dominante non è il nero, per quanto sembri mediamente nero, in una congestione di innumerabili tinte iridescenti, anche di colori chiari, o brillanti, abbaglianti. Infatti durante la breve intermittenza involontaria del nostro sguardo, che cerchiamo di diradare il più possibile a costo di un bruciore insopportabile degli occhi, possiamo constatare che il nero palpebrale è ben diverso da ciò che in lui noi diciamo nero: la stessa differenza che intercorre tra una cosa vista e una solo ricordata. Il suo comportamento, poiché da ciò che in qualche modo fa noi siamo costretti ad attribuirgli una cosa così umana, o piuttosto, animale come un comportamento, è similmente indecifrabile. È certo che il mostro agisca. Addirittura, distrugge: ci è parso di vedere un palazzo in fiamme in prossimità dei suoi margini. Il suo agire è un’indistricabile congerie di influssi emotivi e di quasi casualità. Si muove senza descrivere vettori. Ha velocità, sebbene aleatoria, e senz’altro un ritmo, anzi molti, innumerevoli ritmi: ondula, vibra similmente alla corda di uno strumento risuonante, quasi, di ogni possibile tono. Esprime con ciò una potenza enorme, ed è anche per questo che lo diciamo distruttivo, ma la sua potenza è paragonabile meno a quella del maglio che a quella del vento. In un certo senso, il mostro è anche etereo. Si libra infatti agilmente al di sopra di tutto senza mai smettere di schiacciarlo. Ogni tanto si allontana, o si avvicina. A volte è come se si protendesse verso di noi, e alcuni muoiono di paura. Presto tramonterà il sole, e sarà inevitabile vederlo interagire con le tenebre.


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