Antologia - Orbite vuote

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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
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Proprietario
Fabio Centamore, lettore


Prezzo

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15000 €
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A proposito di questo oggetto...
In archivio
di Fabio Centamore




Tutte le parolacce, gli improperi, le bestemmie del mondo non sarebbero bastate. Livida di furore, buttò giù la cornetta. Aveva due occhi che lanciavano fulmini e saette ma, in fondo, Nicol amava non trascendere: pazienza prima di tutto. Diciassette e dieci. L'ultima ora, dunque, era già iniziata da un pezzo: una banale, indolore, sessantina di minuti la separava dalla libertà. Il rito della quotidiana galera in ufficio, anche quel giorno, stava ormai per consumarsi. Perché, allora, doveva capitargli proprio all'ultima ora? Respirò a fondo. Aveva bisogno di raccogliere le forze residue, placare i marosi che le si agitavano dentro. Sbuffò afferrandosi i capelli in un gesto repentino. Si accorse che iniziavano a venirle le doppie punte, la piega, poi, le cedeva brutalmente sulle spalle. “Ossignore” pensò rilasciando le braccia sulla scrivania “bisogna già tornare da Giacomo. Chissà quanto mi prenderà stavolta”. Ancora un respiro, il più profondo possibile. Infine, si alzò rimettendo a posto la gonna e il golfino nuovo. “Sessista di merda!” sbottò mentalmente. “Se mi impolvero il maglioncino, parola mia, gli metto la fattura della tintoria nella nota spese”. Occhi socchiusi, passo finalmente deciso, si diresse bella concentrata verso le scale. Girò alla larga dalla scrivania di Fabrizio, quello, però, le scoccò lo stesso la solita occhiata da lupo in calore. Lo sorprese a mimare un silenzioso fischio con le lebbra mentre le agitava lentamente una mano aperta. “Sì, non smentirti mai, Fabrizio. Saluta pure la gnocca, tanto la vedi solo da lontano”. Distolse lo sguardo per non dover incontrare quello di Elvira, la dirimpettaia di Fabrizio. Quella la squadrava sempre come se volesse analizzarla, la faceva sentire ogni volta tutta sottosopra quella stronza. Girò finalmente oltre l'angolo del distributore dell'acqua. Un breve corridoio e poi le scale per l'archivio, quella specie di antro buio e maleodorante. “Ma perché proprio all'ultima ora? Sempre a me tocca”. L'ombra scaturì da dietro la macchina del caffè, l'afferrò all'improvviso per le spalle.
«Graur!» ruggì attirandola verso la bocca. «Sei mia, ti mangio tutta.»
«Michele, idiota» strillò lei con il cuore che le batteva all'impazzata e le ginocchia che tremavano.
«Eddai, Nicol» ridacchiò l'uomo togliendosi la maschera da gorilla dalla faccia «è carnevale: ogni scherzo vale.»
«Sei solo uno stupido, tutti voi del magazzino sapete solo fare scherzi idioti: a momenti ci morivo.»
«E quanto sei paurosa! Credevi fossi il mostro dell'archivio?»
«Non dirlo nemmeno per scherzo, lo sai anche tu cos'è successo in quell'archivio.»
«Bah, tutte leggende da ufficio. Io mi faccio un caffè, vuoi?»
«No, mi ha appena chiamata il grand'uomo: devo fare una cosa in archivio, urgente.»
«Mmmm...» strabuzzò gli occhi infilando la monetina. «Rischi la vita là sotto, ti prenderanno l'anima.»
Gli voltò le spalle senza ribattere. Fannullone di un magazziniere, che ne poteva sapere lui di cosa poteva agitarsi nel buio di quel loculo? Si parlava da sempre degli incidenti che avvenivano laggiù, tutte cose assolutamente inspiegabili. Scese il primo scalino. Il mormorio soffuso dall'ufficio si smorzò di colpo, come soffocato da una cappa invisibile. Ecco, stava succedendo ancora. Quella brutta sensazione di scendere verso un altro mondo, la avvertiva ogni volta ce si avvicinava a quelle scale. Si bloccò dopo il terzo scalino, qualche altro passo e le scale avrebbero svoltato verso l'ignoto. Marzorati, quello dell'ufficio paghe, era sceso là sotto una sera di venerdì. Lo avevano ritrovato lunedì mattina, tutto sconvolto a blaterare frasi senza senso. Lei non aveva mai incontrato Marzorati, solo le avevano detto che, da allora, era stato confinato in una filiale lontanissima da lì. E che pensare, allora, di Ughini, il collega degli acquisti? Come aveva potuto rompersi una gamba senza nulla da cui cadere? “Oh, insomma” si disse scacciando via quei pensieri. “Non sarà certo la prima volta che scendo in archivio”. Giusto. Giustissimo. Era solo la prima volta che era costretta a farlo da sola, nell'ultima ora di lavoro. Si lisciò i palmi sulla gonna, notò che le unghie si stavano sfaldando. Colpa dello stress, stare dietro alle commesse, alle scadenze, ai pensieri. Sì, decisamente troppi pensieri. Da quanto tempo non andava alla beauty farm? Colpa di quelle zuccone di Alice e Marta. Troppo occupate a star dietro agli uomini, tutte prese dalla foga di metter su famiglia. “Ossignore, è così brutta la crisi dei trentatré anni?” pensò girando attorno all'angolo. “Mi ridurrò anch'io a dare la caccia agli uomini? Abiti succinti, tacchi a spillo, sempre allo specchio. Tutto nella speranza di trovare quello giusto. Bleah!”. Spalancò la porta. Cos'era quel tonfo? Perché l'aria sapeva di ghiaccio? Macché tonfo, c'era un silenzio che quasi mandava fuori dai gangheri. Nicol avrebbe potuto sentire i capelli rizzarlesi in testa e le mosche ronzare, se lì dentro ce ne fossero state. Invece, non c'era proprio nulla laggiù. Era soltanto uno stanzone anonimo, pieno di scaffali e fascicoli polverosi, malamente illuminato da uno scialbo lampadario. Entrò lasciando aperta la porta. Cos'aveva da dondolare quel maledetto attrezzo lassù? Non era la prima volta che trovava il lampadario ad oscillare pigro su quella sua cordicella consunta. Proiettava una luce gialla, priva di tono, appiattiva ogni profilo. Cosa ancor peggiore, con quel suo continuo pencolare a destra e a manca, pungolava le ombre dello stanzone, le faceva sembrare vive. Lo sembravano soltanto, poi? Si girò di scatto.
«Chi c'è lì?» sbottò fissando il vano buio e vuoto della porta. «Non fare lo stupido, lo sai che odio questi scherzi.»
La bocca rettangolare rimase muta e spalancata, esattamente come lei stessa l'aveva lasciata. Si guardò intorno. Faldoni, carte, fascicoli, scaffali bruniti dalla polvere. “Che sciocca! Ma perché, poi, questo posto deve farmi un effetto così devastante?”. Era una domanda inutile, lo sapevano tutti in ufficio. Da quando, anni prima, l'archivio era stato scassinato, da quando erano stati trovati laggiù tutti quegli oggetti strani, disposti secondo una specie di rituale... Ebbene, giusto da allora l'archivio aveva cominciato a farsi quella sua assurda fama. “Oddio, tutti i fenomeni inquietanti accaduti qui sotto non sono dicerie e chiacchiere”. Soffiò una brezza da chissà dove, si sentì sfiorare lentamente dalla nuca alle gambe. Non era aria. Si girò di scatto per imboccare le scale ma una gigantesca mano verdastra sbucò da sotto uno scaffale, le artigliò la caviglia. Soffocata dalla presa viscida, balzò di lato perdendo una scarpa. Si mise a urlare incespicando verso le scale semi buie.
«Ma che fai, vai via senza una scarpa?» rise l'uomo in tuta da magazziniere sbucando da sotto lo scaffale.
«Michele!»
«Oddio, dovresti vederti in questo momento: sei quasi diventata verde dalla paura.»
«Idiota» gli urlò in faccia arraffando la scarpa che le porgeva. «Appena torno su, scrivo un'email al direttore del magazzino. Te lo faccio io uno scherzo da rotolarsi dalle risa, stupido che non sei altro».
«Eddai, Nicol, calmati: ti sei agitata tutta per niente.»
«Non mi toccare, vai via!»
«Buona, non fare così. Dai, vieni su che ti offro un caffeino.»
«Lasciami, ho detto. Non voglio niente da te.»
«Mannaggia che testona! Ma lo vuoi capire che quaggiù non c'è nulla? Non vedi? Scaffali, carte e polvere. Sono tutte cavolate, questo è solo uno stanzone.»
«Non m'importa» urlò Nicol spintonando l'uomo. «Non avevi il diritto di farmi prendere uno spavento del genere, ora ne paghi le conseguenze.»
«Eddai, ragioniamo.»
Gli voltò le spalle per la seconda volta. Si diresse verso le scale con le lacrime agli occhi, doveva pagarla, avrebbe fatto di tutto per far allontanare quel deficiente, l'avrebbe immediatamente denunciato all'ufficio del personale. La brezza soffiò ancora, forte e improvvisa, le scompigliò i capelli. La porta sbatté con un fragore assordante, giusto davanti ai suoi occhi. Con un balzo, si appese alla maniglia, tentò di aprirla più e più volte.
«Bloccata» concluse girandosi verso l'uomo.
«Ma che dici? Non c'è nemmeno una chiave: si sarà incastrata, lascia fare a me.»
«Da dove è arrivato quel vento?»
«Ma che ne so?» ribatté Michele spingendo con tutte le sue forze. «Ma che ha 'sta porta? Sembra che qualcosa la tenga bloccata dall'esterno.»
«Stammi a sentire, se è un altro scherzaccio idiota...»
«Non c'entro nulla stavolta, lo giuro. Ti dico che la maledetta porta è bloccata, non riesco a...»

Non seppe mai cosa volesse dire. Si alzò un brusco vento gelido, scompigliò capelli e vestiti. Scoppiò un tuono assordante, l'intero stanzone vibrò come scosso da un tremendo terremoto. E finalmente, senza il minimo preavviso, cadde il buio. Qualcuno urlò.
Ancora oggi, se verrete a trovarla all'ospedale psichiatrico, Nicol vi apparirà molto scossa e fortemente agitata. Comprensibile forse, dopo aver passato una notte intera accanto al cadavere sbranato dell'uomo. La vedrete abbastanza invecchiata, di certo, anche scarmigliata e male in arnese, si lamenterà dei farmaci e dei dottori che tentano di ridurla a vegetale. Tuttavia, non smetterà di raccontarvi la sua versione. Del resto, lo fa con tutti i visitatori, i medici, gli infermieri e perfino con gli internati che condividono la sua stessa condizione.
«Quella voce» vi dirà fissandovi con uno sguardo perso «non era affatto umana, non aveva nemmeno corpo. “Mi avete offeso” continuava a ripetere “dovrò punirvi”. Non ricordo molto altro, solo che qualcosa dal buio ha afferrato Michele e la fatto urlare per moltissimo tempo. Sì, proprio tanto tempo ha urlato. La vita è misteriosa, non trovate?»

FINE


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