Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
CASA NEL BOSCO
Proprietario
Gordiano Lupi, autore di "Cuba Magica. Conversazioni con un santero" (Mursia, 2003) e "Cattive storie di provincia" (Agar, 2009).


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135000 €
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A proposito di questo oggetto...
La casa scomparsa nel bosco
di Gordiano Lupi



1. Antefatto

La notizia del giorno appassiona i vecchi pescatori che passano il tempo alla Marina guardando i colleghi più giovani che tornano dalla pesca con reti cariche di prede. Il sole riscalda un freddo mattino di marzo nella città di mare e i vecchi ascoltano parole che riportano alla luce incubi lontani. Parole che qualcuno legge dal giornale del mattino. Parole che scoprono ricordi e paure nei loro pensieri.
Teschio nel bosco riapre un mistero - Durante una romantica passeggiata nella macchia trovano il macabro reperto.
Un teschio in buono stato di conservazione che fa pensare a una morte avvenuta alcuni anni fa nella fitta foresta del Belagaio. «La foresta risucchia tra le sue spire chi vi si avventura» dicono i vecchi. «La foresta rapisce e non restituisce i corpi». «La foresta divora come un orco famelico». Il giornale racconta di una passeggiata tra i boschi del Belagaio, una foresta impenetrabile tra Siena e Grosseto, che si trasforma in diabolica avventura per due ragazzi.
«Ricordate cosa accadde molti anni fa?» domanda uno dei vecchi pescatori con aria preoccupata.
«Eravamo più giovani, ma chi può dimenticarlo?» replica un altro.
«La foresta del Belagaio custodisce un triste segreto» fa l’ultimo.
Per puro caso mi trovo alla Marina e mentre ascolto le parole dei vecchi scatta la solita molla della mia curiosità. Raccontare storie è il mio mestiere e quando ne trovo di nuove sono sempre pronto a raccoglierle. L’unica cosa che ricordo sulla foresta del Belagaio riguarda il bandito Antonio Masini, detto Basilocco, che nel 1800 si era rifugiato là per scappare ai carabinieri. So che ancora oggi è una foresta impenetrabile, insidiosa, fatta di piante e strade bianche tutte uguali per ettari ed ettari, il luogo ideale per far perdere le proprie tracce e per isolarsi dal resto del mondo. Al Belagaio si sono persi molti cercatori di funghi e tempo fa anche due donne hanno rischiato di passare la notte in mezzo ai cinghiali. So che è una macchia pericolosa ma non ho mai sentito parlare di misteri e segreti, per questo mi avvicino ai pescatori e ascolto incuriosito.
«La casa scomparsa era proprio al Belagaio. Ne sono certo, anche se nessuno l’ha mai trovata.»
«Appare e scompare nelle notti di nebbia.»
«E non è solo la casa ad apparire…»
Sono ancora più incuriosito. Non ce la faccio a trattenermi e mi avvicino per chiedere spiegazioni. Posso sembrare un impiccione che ascolta i discorsi degli altri, però voglio solo capire.
«Cosa è accaduto in quella foresta?» domando.
Uno dei tre vecchi pescatori gira la testa e mi guarda meravigliato.
«Davvero non lo sai?»
In questo paese nessuno si fa mai gli affari suoi e quindi i tre vecchi pescatori non si meravigliano se mi intrometto, anzi pare che non aspettino altro. Sono ansiosi di raccontare la loro verità.
«No, non so niente» rispondo. E attendo la spiegazione soprannaturale, la solita storia di fantasmi e diaboliche presenze che raccontano i pescatori. So come sono fatti questi uomini che passano il tempo a scrutare i venti di libeccio e maestrale. Quando andavano per mare favoleggiavano di mostri marini e di squali enormi che divoravano le reti. Adesso che da anni non prendono più il largo, mordono un sigaro toscano tra i denti, bestemmiano al vento le loro paure, masticano ricordi e inventano storie. Racconti d’altri tempi, di quando erano giovani e pieni di speranza, parole che li fanno sentire ancora vivi e che allontanano la paura della morte. Mi capita spesso di vagare per la città a caccia di racconti, ormai so dove ne posso incontrare, conosco i posti migliori. Tra le storie dei vecchi ho scovato trame per romanzi e racconti dell’orrore, sceneggiature per fumetti del brivido velati di sesso, spunti per articoli su misteriose leggende. La storia della foresta del Belagaio non me la posso far scappare. Mi siedo su una panchina in marmo della piazza protesa sul mare, guardo una paranza che prende il largo seguita dal solito volo di gabbiani affamati e ascolto.
Il vecchio pescatore si schiarisce la voce e comincia a parlare.
«È una storia di molti anni fa. Me la ricordo bene perché da ragazzo ne rimasi sconvolto. Fatti come quelli non accadevano tutti i giorni.»
«Non era come adesso» aggiunge un altro.
«Ora sono diventate cose normali» fa il terzo.
Sono sempre più interessato a quella storia, ma pare che i tre vecchi me la vogliano proprio far sudare.
«Ma cosa è accaduto in quella foresta?» chiedo spazientito.
«Un brutto fatto di sangue in un periodo difficile della nostra città. Lui era un operaio della Magona, uno che da quel bosco del Belagaio veniva ogni giorno a Piombino con la corriera. La Magona era una fabbrica che allora dava lavoro a molta gente e lavorare là dentro era un vero privilegio. Ma poi arrivò la crisi e l’uomo fu tra i primi a essere licenziato…»
Ascolto con attenzione ma non comprendo cosa c’entrino le vicissitudini operaie con i misteri della foresta. Conosco la crisi della Magona e so che la città ha passato un periodo di fame e disperazione con tanta gente che emigrava per cercare lavoro. Mio padre me l’ha raccontato tante volte. È una storia dei primi anni Cinquanta, io non ero ancora nato, ma lui diceva sempre che ha sbarcato la crisi meglio di altri perché era manovale in ferrovia.
«L’operaio del Belagaio non trovava lavoro e aveva una moglie e un figlio da mantenere nella casa che si era costruito pietra su pietra in quel posto sperduto. Lui non sapeva che fare. Si sentiva inutile…»
Il vecchio fa una pausa per tirare il fiato. Raccontare quei fatti pare che gli metta addosso una grande angoscia. La storia di quella casa nella foresta è parte della sua giovinezza, un terribile ricordo che torna improvviso davanti ai suoi occhi.
«Sono io che ho trovato i corpi» dice il vecchio.
Una lacrima riga il volto scavato dalle rughe. Il terrore si dipinge sul viso segnato dal libeccio.
«Quali corpi?» domando.
«I poveri resti del bambino e di sua madre seppelliti alla meglio sotto un cumulo di terra. Non c’era rimasto molto. Poche ossa spezzettate, frantumate da colpi d’accetta. L’uomo li aveva macellati e scarnificati, credo che avesse mangiato parti dei loro corpi.»
«E lui?»
«La carcassa del folle assassino pendeva da una quercia vicina. Un cappio legato alla gola e una smorfia di paura. I piedi ciondolavano nel vuoto. Dopo il gesto omicida si era impiccato.»
Una storia terribile. E io non ne sapevo niente. Il mio editore sarà entusiasta quando consegnerò il racconto che ne ricaverò.
«Davvero una storia macabra» concludo.
«Non è ancora finita» dice il vecchio.
Attendo il finale a sorpresa come si conviene a ogni buon racconto del terrore. Ormai sono un esperto nel genere, da un po’ di tempo a questa parte scrivo solo storie di paura. Mi piace spaventare, far rabbrividire, mettere angoscia. I lettori cercano quello, non so perché, come se non ci fosse abbastanza orrore nella vita di tutti i giorni.
«Io ero nella foresta con alcuni amici per cercare funghi. Siamo andati subito a cercare aiuto per far portare via i cadaveri, ma quando siamo tornati con i carabinieri sul luogo dell’eccidio non c’era più niente.»
«Come sarebbe a dire?»
«I corpi erano spariti e non c’era neppure l’uomo impiccato. La casa dove vivevano si era volatilizzata nel niente.»
«Impossibile…» dico.
«L’ho pensato tante volte anch’io che fosse una storia assurda. Credevo di aver sognato, di essermi immaginato tutto, però eravamo in tre ad aver visto quella orribile scena. I miei amici sono morti anni dopo e io resto il solo testimone di quei fatti.»
Penso che il vecchio ha molta fantasia. I suoi compagni rincarano la dose e dicono che la foresta nasconde ancora oggi un terribile segreto e che le persone non ne escono fuori, se si trovano a passare dalle parti della vecchia casa scomparsa. Nessuno sa dove sia, ma a chi la vede non resta tempo per raccontarlo. Lo so che sono tutte storie, l’ho messo in conto dal momento che ho chiesto di farmele raccontare, ma ogni volta capita che resto sbigottito dalla fantasia delle persone. Se solo sapessero scrivere mi ruberebbero il mestiere…

2. Cercando tra i misteri

Appena rientro a casa comincio a pensare alla mia storia da scrivere e per prima cosa so che devo documentarmi sull’accaduto. La prima regola per uno scrittore è che deve occuparsi solo di cose che conosce bene, questo ormai l’ho imparato, non sono alle prime armi.
Il Tirreno di oggi è la mia fonte principale di documentazione, dopo le storie dei vecchi pescatori sul molo di Marina. Paola non è in casa, forse è uscita per fare spese, nessuno disturba la mia lettura seduto sul divano, giornale tra le mani. Il teschio recuperato aveva una frattura alla base del cranio, forse la persona era caduta nel bosco dopo una corsa affannata perché il trauma era molto evidente. L’uomo aveva picchiato la testa o forse era stato colpito da un corpo contundente. Il cronista non sa spiegare l’accaduto, scrive solo che intorno al teschio non hanno trovato vestiti, né occhiali e neppure il resto del corpo. Il fatto risale ad alcuni anni prima, pure se non è facile dire quando e soprattutto come sia accaduto. C’è chi parla di un uomo inghiottito dal bosco, un cercatore di funghi scomparso, una persona che vagava da giorni senza trovare una via d’uscita. Ne ha parlato anche la televisione alcuni anni fa, ricordo una puntata di Chi l’ha visto? su un uomo di quasi ottant’anni che soffriva di silicosi e problemi circolatori, smarrito nel bosco del Belagaio. Setacciarono le macchie in lungo e in largo, arrivarono sino a Civitella e a Roccastrada, si spinsero dalle parti di Monticiano, ma non trovarono niente. Ricordo che misero di mezzo pure un mago e addirittura un contingente di cavalleria. In un’altra parte dell’articolo si dice che l’uomo poteva essere un extracomunitario, un tagliatore di legna slavo. Ce ne sono molti in quella zona, adesso il più antico dei mestieri maremmani lo fanno soltanto loro; il taglio del bosco del racconto di Cassola è solo un ricordo del liceo. Tutto cambia, prima o poi. Tutto si modifica. Ma a parte le nostalgie, l’articolo dice che l’uomo potrebbe essere un albanese morto sul lavoro, uno che forse non era in regola e per questo non è stato denunciato. Una cosa terribile, un vero orrore, forse più di quelle storie di case e persone che appaiono nelle notti di nebbia raccontate dai pescatori. Ricordo che alcuni anni fa nel bosco del Belagaio ci nascosero persino una ragazza rapita e la tennero chiusa in un capanno sperduto in mezzo alla macchia infida e terribile. Forse era quella la casa dei racconti del pescatore? Anni dopo la polizia e i carabinieri hanno setacciato la macchia per cercare un altro rapito; il bosco del Belagaio offre rifugio sicuro a chi vuol far perdere le proprie tracce. Un vecchio piombinese c’è scomparso dentro e dopo dieci giorni che la famiglia lo cercava il bosco l’ha restituito cadavere. Un bambino di Montecatini è caduto nel pozzo di Sant’Antonio e per fortuna l’ha salvato un cacciatore. Un escursionista esperto si è perso mentre con la bicicletta percorreva le strade bianche del Belagaio. Dormì nella macchia al freddo e il giorno dopo vide in lontananza il castello che domina la foresta e trovò la via di casa. Lui almeno l’ha raccontata. La lettura del giornale mi fa appassionare ancora di più a questo mistero, così scopro la storia di due donne che si sono salvate grazie al telefono cellulare. I vigili del fuoco sono entrati nella macchia e le hanno trovate rannicchiate e impaurite ai piedi d’una vecchia quercia. Non ricordavano perché fossero entrate in quel bosco.
La voce di Paola interrompe i miei pensieri. È appena entrata in casa portando con sé due grandi borse di plastica e non me ne sono accorto. Non ha fatto rumore oppure ero troppo preso dalla lettura.
«Ci sono grandi novità in cronaca, a quel che vedo…» ironizza.
«Mi sto documentando su una cosa che mi hanno raccontato tre pescatori di Marina.»
«Ho capito. Racconto in vista?»
«A dire il vero c’è materiale per un romanzo.»
Paola è appassionata quanto me di cose misteriose e spesso è lei che mi dà l’idea giusta per scrivere racconti dell’orrore. La sua vera passione però sono i film del brivido che non si stanca mai di guardare e coinvolge pure me che ne farei anche a meno. E poi è una critica feroce, se una storia non va è la prima a capirlo, me lo dice senza tanti problemi, così cancello tutto e ricomincio da capo. Se non ci fosse lei non saprei come fare, credo che non potrei scrivere. Adesso però so che devo fare una cosa, se voglio davvero cominciare questo romanzo sulla foresta del Belagaio che inghiotte i viandanti. Domenica devo andare a vedere il luogo misterioso, la macchia impervia e paurosa dove ambientare la storia, perché uno scrittore deve parlare di cose che conosce e io la macchia del Belagaio non l’ho mai vista.

3. La foresta del Belagaio

Oggi è domenica e Paola mi accompagna con entusiasmo alla foresta del Belagaio. La giornata è grigia, il cielo quasi cupo minaccia pioggia, non è proprio il giorno più adatto per andare a fare una gita nei boschi. Ma ormai ho deciso. Devo rendermi conto con i miei occhi del posto dove ambientare la storia. I racconti e gli articoli di giornale non bastano, per capire bene serve una visita al luogo.
Arriviamo vicino al paese di Civitella e fermiamo l’auto alla fine della strada pietrosa che tra sterpi e boscaglia conduce al paese, una mulattiera d’altri tempi che i boscaioli percorrevano con l’asino, proprio dove un cartello indicatore dice che stiamo entrando nella zona del demanio e che siamo vicini alla foresta.
«Mi sembra d’essere in un romanzo dell’orrore» fa mia moglie.
Un po’ è vero. Ce ne sono molte di storie misteriose che parlano di ragazzi che si perdono nel bosco e noi siamo al Belagaio proprio per capire il motivo delle sparizioni, per venire a capo di un mistero o per capire che non ci sono misteri. Sì, perché tanto lo so che la cosa più probabile è proprio quella. Gente che si perde nel bosco. Altro che misteri e sparizioni. Altro che case sperdute e corpi di impiccati che penzolano da rami di quercia nelle notti di luna piena.
«La macchia comincia qui» dico indicando un viottolo che conduce dentro una foresta di querce e di lecci.
«Andiamo» fa lei.
Paola è più coraggiosa di me che adesso invece mica avrei tanta voglia di andarmi a infilare dentro quel ginepraio di sterpi e di arbusti, tra foglie secche e bagnate, muschi e funghi che crescono ai piedi di radici eterne.
«Mica avrai paura?» domanda.
Non rispondo. Ci avventuriamo tra la fitta boscaglia. Mentre cammino sposto i rami che cadono sopra le nostre teste e faccio un po’ di rumore con un bastone di legno che ho portato da casa per spaventare le vipere. Non si sa mai. Quelle sono un pericolo reale, di sicuro molto di più delle case stregate e delle presenze maligne. Mia moglie ogni tanto si ferma a raccogliere funghi.
«Già che ci siamo ne approfitto» dice.
Crescono molti porcini nella foresta e poi non ci viene tanta gente a raccoglierli. Io ho altro da fare. Scrivo pochi appunti nel mio taccuino, annoto il tipo di piante, il muschio, la vegetazione da macchia mediterranea, gli animali che vedo, i piccoli roditori, il paesaggio fatto di colline e sullo sfondo anche un castello diroccato. Tutte notizie utili quando dovrò scrivere la mia storia. L’ambientazione è una delle cose più importanti, ormai lo so che deve essere credibile, si deve toccare con mano, il lettore deve sentirsi dentro a quella foresta come se ci fosse finito davvero. Mentre penso al racconto che devo scrivere entriamo nel vivo della boscaglia che adesso si infittisce sempre di più sino a far scomparire ogni traccia di cielo. Non si vedono che i nostri volti in mezzo a quella macchia oscura, sentiamo solo i passi che crepitano sulle foglie secche, ogni tanto finiamo in una pozza d’acqua fino a metà gamba però andiamo avanti. Non credevo che fosse così difficile districarsi in questa foresta, pure se i pescatori mi avevano detto di fare attenzione e i giornali parlavano di labirinto di arbusti e di strade sempre uguali. Mia moglie è subito dietro di me che si fa strada tra alberi che sporgono rami scheletriti davanti ai suoi occhi.
«Tu sai dove siamo?» domanda.
«Sì. Dobbiamo attraversare la parte più fitta di foresta per raggiungere la prima strada bianca che conduce al castello» rispondo.
«Forse è proprio il castello la misteriosa casa dei tuoi pescatori.»
«No. Non può essere. Il vecchio mi ha parlato di una casa nel bosco che appare e scompare. Sono tutte balle, lo so. Vaneggiamenti di un pescatore a riposo abituato a raccontare favole ai nipoti. Però secondo lui la casa dell’operaio era in mezzo al bosco.»
«Come poteva vivere qui dentro?»
«A quel tempo il posto non era così selvaggio. L’uomo aveva disboscato una parte di macchia per costruire la sua casa. Non sappiamo dove, però viveva da queste parti.»
Finalmente ci allontaniamo dal primo tratto di foresta e raggiungiamo una strada bianca e polverosa che si ricongiunge a una nuova zona di macchia mediterranea. In lontananza vedo due figure umane.
«C’è qualcuno là in fondo» dico a Paola.
«Forse sono cercatori di funghi» risponde.
Raggiungiamo le due persone che ci vengono incontro lungo la strada polverosa. Si tratta di una donna vestita di nero che porta un fazzoletto in testa per raccogliere i capelli grigi e di un bambino con i pantaloni corti, entrambi sono vestiti come tanti anni fa. Da queste parti la gente vive isolata, un po’ fuori dal tempo, e poi i contadini non fanno caso alla moda, spesso si mettono le cose che trovano.
«Andate via!» grida la donna.
Ha gli occhi spiritati e la voce roca. Pare fare una gran fatica a parlare. La guardo attentamente e noto che ha il volto pallido, le guance scavate e le mani ossute. Grida e si agita come un’indemoniata
«Andate via, per l’amor di Dio!» grida ancora.
Provo a parlare.
«Ma perché? Cosa sta succedendo?»
Subito penso a un gruppo di cinghiali inferociti stanati dai cacciatori che magari hanno ucciso i piccoli e che adesso potrebbero attaccare chi si avventura nella boscaglia. Non sarebbe un pericolo da poco.
Mia moglie grida. Non comprendo che cosa può essere accaduto. Non vorrei che si fosse imbattuta in un animale selvatico. Incontro il suo sguardo e mi accorgo che il suo viso è una maschera di terrore.
«Il bambino…» mormora.
Guardo il bambino che afferra la mano della madre. Ha gli occhi fissi nel vuoto come a esplorare il niente, il viso pallido, le labbra serrate, ma soprattutto ha una ferita nel petto, una ferita da taglio profonda dalla quale esce sangue, molto sangue…
«Signora, suo figlio sta male…» provo a dire.
«Mio figlio non lo può salvare nessuno» risponde.
La donna subito dopo prende il bambino in braccio e si allontana, scappa via come un animale in fuga, corre lungo la strada bianca che porta alla foresta e alla fine sparisce dalla nostra vista.
Io e mia moglie ci guardiamo negli occhi. Un paura improvvisa scuote le nostre membra come una brezza di vento gelido.
«Cosa avrà voluto dire?» domando.
«E quel bambino ferito… mio Dio» fa lei.
Ma ormai siamo quasi arrivati alla nuova boscaglia e non voglio tornare indietro. Tanto più che adesso vedo una casa che forse può essere quella che stiamo cercando, una casa che si erge in mezzo alla foresta poco prima del castello del Belagaio. Mia moglie ha paura, invece. Non vorrebbe proseguire. Lei dice che vuole tornare nel mondo civile per parlare con gente normale, non con dei pazzi spiritati che ci terrorizzano in mezzo al bosco.
«Arriviamo a quella casa» dico.
«No. Ricorda cosa ci ha detto quella donna» risponde spaventata.
«Era solo una povera pazza. Siamo venuti per trovare una casa e non me ne andrò proprio adesso che è davanti ai miei occhi.»
La casa è proprio in fondo alla sterpaglia di arbusti bassi e fitti, vicino a un roveto e a una scarpata sassosa che si affaccia sul castello diroccato, tra querce secolari e lecci alti e frondosi. Tutto intorno foglie secche e piccole ghiande che sono cibo per scoiattoli e roditori. Vedo una quercia imponente accanto alla casa, un vecchio albero gigantesco che espande i suoi rami sino a toccare il cielo e fa sporgere fronde nell’oscurità della macchia. La casa nel bosco, proprio come nei racconti dei vecchi pescatori.
«Mio Dio…» mormora mia moglie.
«Cosa succede?» domando.
Lei balbetta. Non ce la fa a parlare. Protende l’indice nel vuoto in direzione della quercia secolare vicino alla casa. Seguo la direzione tracciata dal suo dito e osservo un orribile spettacolo. Comincio a sudare freddo. Deglutisco saliva e resto impietrito quando vedo un uomo sfilarsi un cappio dal collo e scendere da una quercia robusta. L’uomo è vestito di blu, indossa una tuta da lavoro sporca e rammendata, una di quelle tute che un tempo usavano gli operai, ha gli occhi iniettati di sangue che scrutano il vuoto. Stringe un coltello da cucina tra le mani e corre verso di noi come un pazzo. Grido come un forsennato. Non trovo niente di meglio da fare. Tutto inutile. Nel bosco non c’è nessuno che mi possa sentire. E allora prendo mia moglie con me e scappo via, corro a ritroso verso la strada bianca, cado in mezzo agli sterpi e alla fitta boscaglia, mi alzo di nuovo. Però mi accorgo che Paola non è più insieme a me. Lei è rimasta intrappolata tra i rovi e l’uomo l’ha raggiunta. Grido ancora. Grido per ogni coltellata che si abbatte sul suo petto e squarcia il cuore di Paola. Grido e piango come un disperato. Poi scappo via. Scappo tra le foglie secche e l’erba bagnata, in mezzo alle pozze d’una maledetta foresta, tra i rovi che interrompono la mia corsa e graffiano le mie mani. Il pazzo potrebbe raggiungermi. Lo immagino che sferra pugnalate sul corpo di Paola. Alla fine mi accorgo che sono fuori dal bosco. Ce l’ho fatta. Sono ancora vivo, grazie a Dio. Adesso devo fare qualcosa per fermare quel pazzo. Al paese qualcuno mi aiuterà.

4. Epilogo

I carabinieri della stazione di Civitella mi fanno un sacco di domande che non comprendo. Sono sporco di sangue e di terra, pieno di graffi, le mie mani tremano per la paura e non riesco ad articolare bene le parole. Adesso voglio solo che vengano con me nel bosco, che vedano l’assassino di mia moglie davanti alla casa maledetta, quella vicino alla quercia che sporge i suoi rami verso il castello diroccato.
«Nel bosco non ci sono case e neppure querce. La macchia è composta da lecci e l’unica costruzione è il castello» dice il comandante.
I carabinieri mi seguono all’interno della macchia del Belagaio, percorriamo la discesa sino alla strada bianca che porta al castello, passiamo dal luogo dove abbiamo incontrato la donna con il bambino e adesso non c’è più nessuno, ci avviciniamo alla parte di foresta con la casa e la quercia, dove il folle assassino ha ammazzato mia moglie. Ma non vedo case e non vedo querce. Non ci sono persone intorno a me, a parte i carabinieri. Solo silenzio. Solo terrore e sgomento che mi prende alla gola in una smorfia di paura quando vedo di nuovo il corpo di mia moglie massacrato da colpi di coltello.
«Questa donna è stata uccisa da poche ore» dice uno dei carabinieri.
Piango. Mi dispero. Sento ancora dentro le orecchie le grida di terrore di mia moglie. Percuotono i ricordi come incubi che non fanno dormire. Il sapore della paura mi frena le parole in gola. Ho le mani sporche di sangue e di terra.
«È stato l’uomo che abita in quella casa maledetta. Lo abbiamo visto scendere dalla quercia, staccarsi il cappio dal collo e venire verso di noi. Io sono riuscito a scappare, ma lei no. Quel pazzo l’ha raggiunta e uccisa a colpi di coltello.»
Il comandante dei carabinieri mi guarda come si osserva uno che racconta cose incredibili, che si arrampica sugli specchi per nascondere la verità, l’unica verità possibile.
«Non ci sono case e non ci sono querce» dice.
«Ma io le ho viste!» grido.
«Qui c’è soltanto lei e le sue mani sono intrise di sangue.»
Vedo avvicinare i carabinieri che mi afferrano per le spalle e stringono un paio di manette ai miei polsi. Vedo qualcuno che copre il corpo di Paola con un lenzuolo bianco e lo ricompone. L’uomo impiccato alla quercia più alta del bosco è tornato a nascondersi insieme alla sua casa dell’orrore nel silenzio d’una fredda domenica di marzo. Mi portano via da quel posto maledetto, dalla casa comparsa dal niente e dai racconti dei pescatori. Non ho ucciso mia moglie in un pomeriggio di follia dentro la fitta macchia del Belagaio, ma soltanto un’assurda storia di tre pescatori lo può confermare.



[Foto: Flickr]




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