Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
SACCHETTO DI FOCACCINI
Proprietario
Carlotta Borasio, lettrice.


Prezzo

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29 €
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A proposito di questo oggetto...
Focaccini
di Carlotta Borasio


Il focaccino deve essere bollente e salato. Se ti ustiona la lingua quando addenti il primo, solo così va bene. Questo è il posto in cui preferisco venirli a comprare perché sono perfetti: in più sono croccanti fuori e ben cotti dentro, ma non troppo unti. La commessa ormai mi conosce per nome e ogni tanto mi regala qualche focaccino in più, cosa che mi mette di buon umore (sempre che poi non mi trattenga con mille inutili chiacchiere). Questi sono i giorni in cui vado via contenta. Oggi non è uno di quei giorni.

C'è gente che quando è depressa mangia cioccolata (magari con una montagna di panna e una spruzzata di cacao) o che si abbuffa di gelato. Io no, anche perché alla forma ci tengo. Quando sono triste perché quello stronzo del capo mi ha di nuovo presa di punta, un cliente mi ha portata all'esasperazione, un collega... beh, ai miei colleghi basta essere presenti per infastidirmi. Dicevo, quando sono giù di corda vengo qui e mi prendo il mio adorabile, profumatissimo, succulento sacchetto di focaccini.

Oggi ad esempio. Quel becero di Devid (Davide all'anagrafe, ma Devid fa figo, dice lui. Bastasse quello). Dicevo, ho litigato con quel cretino di Devid che ha tentato di farsi bello davanti al capo a spese mie (ossia passando per suo un mio lavoro). Ma io sono: primo, una donna informata sui fatti, secondo, una donna di mondo. E si sa che se scopri certi vizietti di un tuo collega hai due scelte: a) dirlo subito a tutti, b) dirlo al momento giusto, alle persone giuste.
Quando Devid si è accorto che io sapevo è diventato umile, gentile, sottomesso. Io ho vinto, lui ha perso. E questo è un fatto.
Ma gli imbecilli mi mettono sempre di cattivo umore. Il peggio è stato arrivare qui e trovare tutto chiuso. Serranda tirata giù e nessun biglietto. Così, senza ragione. Buio, solitudine, immensa tristezza, rabbia che monta.
Stavo quasi per prendere a calci la serranda quando mi era parso di sentire un odore familiare. Mi è strisciato nelle narici lentamente, ci avevo messo un attimo a realizzare questa presenza quasi fisica che mi suggeriva di seguirla.
Ora, mi ritengo una donna raffinata e quindi posso immaginare che a vedermi da fuori sarei stata uno strano spettacolo. Una giovane donna in tailleur con il naso all'aria come un cane che fiuta le tracce.
Poi l'ho visto.
Svoltato l'angolo, in un vicolo buio c'era un chiosco, tipo quelli che si vedono alle sagre di paese con il tizio che ti sventola in faccia il formaggio tipico o il barattolo di miele, panacea di tutti i mali.
Avvicinandomi però ho notato che la struttura era di legno vecchio e che l'unica luce proveniva da una lanterna ad olio appesa in alto, a sinistra. Alla stessa altezza, a destra, c'era una strana bambolina di stoffa bianca che oscillava. Un po' inquietante a dire il vero.
E sul ripiano (oh meraviglia, a pensarci mi viene un'acquolina tale che mi morderei un braccio). Dicevo, sul ripiano c'era una cesta di vimini ripena di focaccini fumanti, appena tirati fuori dall'olio, spolverati di sale, dorati. Solo allora mi sono guardata intorno e ho notato che non c'era nessuno. Il banchetto sembrava abbandonato a se stesso. Ho aspettato un po', sempre più irrequieta. Volevo i miei focaccini e volevo tornarmene a casa. Dopo uno strabenedetto quarto d'ora mi sono stufata di aspettare, quindi ho cercato un sacchetto e ci ho cacciato dentro tutti i focaccini che sono riuscita a farci stare.
E cazzo, non puoi abbandonare il posto di lavoro così e pretendere che la gente stia lì ad aspettarti. Non c'è più rispetto.
Alla fine avevo fatto tre pacchetti, ho lasciato un po' di soldi sul bancone e poi me ne sono andata.
Qui nessuno ha voglia di fare nulla, ricordo di aver pensato.
Mi sono fermata, furiosa e poco incline al perdono. I focaccini che mi bruciavano in mano non mi erano di conforto.
Fatto sta che sono tornata al chiosco e ho spento la lanterna. Il chiosco è precipitato nel buio.
«Così impari, inutile cretino.»

Stamattina mi sono svegliata come sempre alle sette, puntualissima. Strano che mi senta così bene dopo essermi scofanata due sacchetti di focaccini (il terzo me lo tengo per oggi). Sento ancora l'odore che mi aleggia intorno. Neanche la doccia serve a eliminarlo.
Quando arrivo al lavoro, Luisa (uno degli esseri più stupidi del globo) mi guarda stranita.
«Ti sei fatta la lampada? Hai un colorito diverso.»
Ci pensa un po'.
«Sei... dorata.»
E tu sei completamente stupida. Sorrido e tiro dritto.
Solo quando mi siedo al computer e mi guardo le mani, mi rendo conto con orrore di cosa sta succedendo.
Penso ad un'allucinazione, penso che ho mangiato troppo pesante, penso che sto impazzendo.
Corro in bagno. Nessuno deve accorgersene. E soprattutto mi balena in testa l'idea che se mi libero dei focaccini forse tornerò normale.
Ma Devid mi blocca nel corridoio. Fa anche finta di essere preoccupato.
«Ti vedo strana»
Nego e cerco di defilarmi, ma lui si avvicina e mi mette spalle al muro.
«E hai anche uno strano odore.»
Adesso gli tiro un calcio (è troppo troppo vicino) ma le mie gambe sono molli come pasta frolla.
Sento il suo respiro nell'orecchio, poi i suoi denti affondano nel collo. Lo sento masticare e poi si allontana leggermente (il bastardo sorride).
«Adoro i focaccini» dice mentre mi morde un orecchio.
Un urlo, il mio urlo, rimbomba nel corridoio e tutto diventa nero. Quando riapro gli occhi quasi mi viene da ridere. Il mio capo, Luisa, e altri due colleghi sono davanti a Devid. Mi rincuora il fatto che stiano parlando tra loro. Forse hanno visto cosa stava facendo e l'hanno fermato.
Il sospiro di sollievo mi s'inceppa in gola quando si voltano verso di me. Il capo si sta leccando le labbra e Luisa ha un gocciolina di saliva che le scivola lungo il mento. Devid invece ha uno strano colorito dorato che mi fa venire l'aquolina in bocca nonostante la mia posizione, come dire, precaria. Gli sta proprio bene a quel bastardo: vorrei tanto vedere che faccia farà quando qualcuno gli staccherà un orecchio (o qualche altra parte del corpo) a morsi come lui ha fatto con me.
Riesco solo a pensare che Luisa non dovrebbe proprio mangiare roba fritta col fondoschiena che si ritrova. Poi il buio.

Fa molto caldo qui e sono piuttosto scomoda. Tento di girarmi ma sono troppo debole (riesco però a disincastrare la scapola, che rotola in fondo al cesto). Urto il gomito di Devid. O almeno credo che sia il suo gomito (qui non si vede niente).
Con la mia solita fortuna sono finita a metà quindi non sarò la prima ad andarmene.

E invece vedo la luce. Mi sento sollevare (o meglio sento sollevare qualche parte di me) e rotolo in un sacchetto.
«Ecco signora, i suoi focaccini sono pronti.»
Sono circondata di carta oleata. Vedo sagome sfumate, sento voci ovattate. Vorrei avere la forza di ribellarmi, ma sono bella che cotta e completamente a pezzi, quindi mi arrendo.
È tutta colpa/merito mio, non avrei dovuto spegnere la luce del chiosco, o forse non avrei dovuto mangiare quei focaccini. Sta di fatto che vicino alla cassa, mentre ci passo sopra, mi sembra di vedere una bambolina bianca di stoffa che mi sorride.


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