Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
SITO WEB
Proprietario
Marco Montanaro, autore di "Sono un ragazzo fortunato" (Lupo Editore, 2009)


Prezzo

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33000 €
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A proposito di questo oggetto...
Tre racconti
di Marco Montanaro

113. la donna invisibile

erano a letto da due giorni. lui le parlava di felicità. l'esser felici, diceva, è roba psichedelica. pensaci, amore: è follia, bisogna esser visionari per esser felici, tutti i nostri sorrisi, le nostre carezze, il mondo impazzito, colorato... è allucinazione, una cosa inspiegabile. lei sorrideva al buio, lasciandosi abbracciare da dietro, nuda. il giorno dopo lui la lasciò – aveva un'altra da mesi – lei si fece invisibile.
avrebbe potuto combattere il crimine, avrebbe potuto diventare lei stessa il crimine; avrebbe potuto truccare le gare dei levrieri nel quartiere degli ossicini o spiare il presidente del consiglio; niente di tutto questo: ogni sera tornava da lui, senza neppure dover prendere l'ascensore, si fermava in camera da letto a guardare la nuova vita del suo vecchio uomo che scorreva, scorreva – felice, certo.
sedeva sulla panca su cui un tempo aveva gettato i suoi vestiti in preda alla passione; tratteneva il respiro per non farsi scoprire dai due nuovi amanti – comunque non l'avrebbero sentita, piuttosto presi dai loro affari; e osservava e ascoltava la nuova favola di cui lui era protagonista. c'era quasi da crederci, credere a quelle stesse parole che lui ora cantava – sì, sembrava cantare – per la sua nuova donna.
una sera la donna invisibile si presentò in camera prima del solito. sedette sulla panca e aspettò. a un certo punto lui aprì la porta e lasciò l'impermeabile sul letto, piegandosi per togliere le scarpe. la donna invisibile sospirò: non sono mai andata via. l'uomo si alzò di scatto e si guardò attorno. tornò a slacciarsi le stringhe delle scarpe. e tu?, chiese la donna invisibile. chi c'è?, disse l'uomo al muro. girò su se stesso, s'affacciò nel corridoio. niente. rispondimi, te ne prego, disse la donna invisibile. chi c'è?, urlò l'uomo, chi c'è? impugnò la pesante lampada in ottone che stava sul comodino e cominciò ad agitarla fendendo l'aria con colpi secchi. la donna invisibile non disse più nulla – nessuna musica da ascoltare – solo attese immobile il colpo.

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109. una famiglia normale

il pranzo è pronto, disse il papà dalla cucina, presto ragazzi, si fredda. martin e jorg abbandonarono subito il salotto dove stavano appesi ai joypad della console. sedettero a tavola. dov'è vostro fratello?, chiese poi il papà, sistemando le frittelle nei piatti dei due ragazzi. versò dell'acqua rossa nel bicchiere della creatura seduta tra martin e jorg e urlò: hans, vuoi sbrigarti?
i cinque erano seduti a tavola, adesso. mangiavano in silenzio. di tanto in tanto, hans alzava lo sguardo verso la creatura. la creatura sibilava qualcosa nella sua lingua. il ragazzo cominciava a intuire.
martin era il più piccolo. a un certo punto chiese: c'è qualcosa che non va, papà? la creatura sibilò qualcosa tra i piccoli tentacoli che coprivano la sua bocca. no, disse il papà asciugandosi le labbra col tovagliolo, no, zkarh, tocca a me. devo dirglielo io.
hans e jorg, esordì l'uomo, voi due siete più grandi e ricorderete come sono andate le cose. la mamma era morta da poco. era gennaio, quando trovammo zkarh e la sua navetta giù al lago. ve lo ricorderete, ricorderete la paura. ma insomma, adesso sono sette anni che zkarh è con noi e lui è stato bene con noi. ma adesso... be', adesso le cose sono cambiate. voi siete cresciuti. insomma, gli amici di zkarh sono venuti a riprenderselo. ecco tutto. zkarh tornerà sul suo pianeta.
subito dopo pranzo, in giardino. martin e jorg piangevano piano. hans stava dando una mano al papà a caricare la roba della creatura sulla giardinetta. in meno di mezz'ora, il papà e zkarh erano in superstrada. mentre guidava, l'uomo pensava a sua moglie e a quella creatura che portava lontano da casa dopo sette lunghi e pacifici anni.
adesso erano a piedi. erano nel mezzo della foresta, nei pressi del lago. il papà cercava qualcosa nel suo zaino. zkarh sibilò qualcosa. lo so, disse il papà, lo so che voi non mentite mai, che nella vostra lingua non esiste la menzogna. ma dovevo farlo, non ti avrebbero lasciato andare. non potevo dirgli che ti saresti trasferito qui. capisci, la mia famiglia... lascia perdere. a proposito, disse l'uomo, ho mentito anche a te.
tirò fuori la vecchia pistola a tamburo. il resto furono movimenti in automatico.
capisci. la mia famiglia. dovrà pur tornare ad essere una famiglia normale. l'uomo – ma non era più lui, riflesso nell'acqua del lago – piangeva da solo.

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95. il tempo ghiacciato


la mano del papà è immobile: sollevata a mezz'aria, pronta a colpire. per la verità, tutto è immobile in cucina. una delle molle con cui daisy stava giocando prima che il tempo si fermasse, ferma e tesa nell'aria. sarebbe finita nel lavabo. ecco, lì c'è la mamma, è di spalle e immobile coi piatti in mano. chissà che faccia starà facendo. daisy scende dalla sedia, saluta papà immobile alzando il dito medio e si dirige verso la mamma. le sfila i piatti sporchi dalle mani e li appoggia sul tavolo, prima che scivolino nel lavabo. quando tutto tornerà alla velocità giusta saranno guai.
la mamma ha la solita espressione annoiata di quando papà sgrida daisy. forse alla mamma non va bene che papà utilizzi le mani, con la piccola, ma la piccola ha sperimentato questo metodo da qualche mese: lei ghiaccia il tempo. ormai conosce l'espressione del papà quando si incazza, intuisce quali muscoli facciali muove quando ha intenzione di colpirla: la rabbia deforma il volto di quest'uomo giovane e irascibile. papà, pensa daisy, dovrai smetterla, prima o poi. sembri così scemo.
la piccola è davanti al papà che ha la bocca semiaperta, un occhio socchiuso, l'altro spalancato. scemo, scemo!, dice daisy. poi si sistema nella stessa posizione in cui era prima che il mondo si fermasse, sulla sedia. per la verità, lei non sa se il mondo là fuori è fermo. non ha mai avuto il tempo di controllare. in genere questa storia dura non più di dieci minuti.
daisy è in posizione. aspetta che il tempo torni a fare il proprio lavoro. chiude gli occhi. la sberla arriverà da un momento all'altro. prenderla così riduce il dolore, rende tutto più ridicolo nella sua lenta frammentazione. ma niente. daisy apre gli occhi, guarda il papà, ancora immobile. aspetta. niente. guarda l'orologio. passano cinque minuti. ancora niente. poi dieci, venti, quaranta, un'ora. daisy si aggrappa ai pantaloni del papà, urla che rivuole indietro la sua famiglia, l'orologio, gli schiaffi. in preda al panico, va sul divano, si stende, si addormenta (è pur sempre una bambina), si risveglia in piena notte e tutto è ancora fermo. piange, un po' rassegnata, corre fuori dall'appartamento per chiedere aiuto.
ferma sulla soglia, daisy guarda il buio attorno. è molto più del buio normale, di quello nella sua stanza e quello della notte: nero ovunque, nel quartiere, e nella città, e nel cielo, niente lampioni, alberi o strade. qualcuno ha rubato la luce, e pure il tempo. com’è che si dice?, "per sempre", chissà.

Il Malesangue - http://malesangue.tumblr.com/


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