Antologia - Orbite vuote

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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
SVEGLIA
Proprietario
Laura De Matteis , lettrice


Prezzo

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57000 €
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A proposito di questo oggetto...
Tre e Cinquantadue
di Laura De Matteis

Le tre e quaranta di notte. Lo sapevo perché, da quando si era trasferito nell’appartamento accanto al mio, quel tale alle tre e quaranta di ogni maledettissima notte faceva scorrere l’acqua in bagno per dodici minuti esatti. L’ho cronometrato non appena mi sono accorto di una certa regolarità nelle sue occupazioni notturne. È che io ho il sonno leggero, da vecchio insonne, e in quell’appartamento i tubi dell’acqua passavano proprio nel muro accanto al mio letto.
Fatico ad addormentarmi, è sempre stato così. Una volta prendevo gli ansiolitici, poi ho deciso di selezionare le mie dipendenze e, tra l’alcol, le sigarette e il benzodiazepam, ho stabilito che solo dei primi due non potevo fare a meno. Solo che dormivo male e la sveglia suonava sempre alla stessa ora, la mattina. Dovevo alzarmi alle sei per attraversare la città in autobus e raggiungere l’ufficio in orario. Di solito mi addormentavo intorno all’una. Ma da quando il tizio del 4/B si era trasferito da chissà dove – neanche la portinaia lo sapeva, gliel’ho chiesto – riuscivo a godermi un’ora e mezza di sonno, al massimo due, prima che cominciassero a tremare i muri. Non lo sopportavo più.
Così una sera provai a parlarci. Lo sentii rincasare alle otto e aspettai un po’ prima di andare a importunarlo: pensai che si volesse sistemare, magari andare in bagno (l’inequivocabile rombo dello sciacquone confermò l’esattezza della mia ipotesi), cominciare a prepararsi la cena… Alle otto e un quarto ero davanti alla sua porta e lui mi aprì senza levare la catenella. Rimasi in silenzio per un po’ ad aspettare che dicesse qualcosa – anche un sì interrogativo – ma nulla. Mi osservava dallo spiraglio della porta con addosso un paio di pantaloni da lavoro e un maglioncino marrone da cui non spuntava alcun colletto di camicia. Io non sono un fissato, ma certe cose le noto: basta una spanna tra lo stipite e la porta, il campo visivo consentito dalla catenella tesa, per accorgersi se uno è un tipo trascurato. Non sopporto quelli che non indossano la camicia sotto il maglione: è irritante e dà l’idea di sporco. Proprio come quel tale, irritante e verosimilmente poco pulito. Poi abbassai lo sguardo e incontrai il suo piede che spuntava laggiù in un angolino, avvolto da una ciabatta ‘da uomo’, come la chiamava mia madre, di quelle che le mogli comprano appositamente quando i mariti devono andare all’ospedale. Però non credo che lui fosse sposato. Viveva solo, come me e, dal suo appartamento come dal mio, non provenivano mai voci di persone diverse; inoltre, a differenza di me, lui non accendeva la tv o, se lo faceva, la teneva a un volume così basso da risultare impercettibile.
Attesi qualche istante, dunque. Lui sembrava guardare attraverso la mia testa per fissare qualcosa di molto più interessante sul muro del corridoio alle mie spalle. Forse non mi vedeva nemmeno, non lo so. Fatto sta che non parlava.
- Buonasera, - azzardai infine, - non vorrei disturbarla. Sono il suo vicino del 6/B, abito qui accanto.
Il suo sguardo retrocesse da quel punto misterioso oltre la mia testa e incontrò finalmente i miei occhi. All’improvviso, tutta la faccenda mi parve così idiota che mi sentii a disagio nel dovergli parlare del rubinetto aperto per dodici minuti ogni notte, dalle tre e quaranta alle tre e cinquantadue. Non riuscii a trovare il coraggio per esordire con le mie lamentele e me la cavai alla bell’e meglio con un’alternativa plausibile:
- Volevo fare la sua conoscenza, - stiracchiai un sorriso di circostanza mentre lui continuava a non mostrare la minima intenzione di rispondere, né tantomeno di togliere la catenella dalla porta - e, visto che è nuovo del palazzo, volevo offrirle la mia disponibilità per qualsiasi cosa avesse bisogno.
Non riuscii ad aggiungere altro. La mia gola era così tesa che quel poco di saliva che potei racimolare mi fece male, quando provai a deglutire: ero così a disagio che mi parve di percepire ogni muscolo del collo dilatarsi con dolore, in lentissima sequenza discendente, per un istante orribilmente esteso.
Poi rispose. Aveva una voce bisbigliante e roca, astiosa, quasi scricchiolante, come i cancelli sul retro che non vengono aperti per anni… Ecco, era una voce ‘in disuso’ quella che finalmente mi raggiunse:
- Grazie, - sussurrò in una via di mezzo tra un fischio asmatico e un colpo di tosse, - ma per il momento non mi occorre nulla. Arrivederla.
Rimasi esterrefatto mentre il tale sgusciava via chiudendo silenziosamente la porta. La catenella tintinnò lievemente contro lo stipite, poi più nulla. Da un certo punto di vista mi sentivo sollevato: finalmente l’esofago e i muscoli connessi mi si rilassarono un po’, ma il suo comportamento mi aveva lasciato di sale. Sgarbato, strafottente. E intanto ero io quello che veniva svegliato tutte le notti da più di un mese da quel suo dannato lavandino. Rientrai in casa di pessimo umore, sgranando insulti e maledizioni e dirigendomi automaticamente verso il frigorifero in cerca di una birra. Una confezione nuova, da quattro bottiglie, era appoggiata sul ripiano in alto ed erano rimaste due lattine nel vano dello sportello. Ovviamente finii con l’afferrare la confezione intera.
Ci misi più del solito ad addormentarmi, quella notte – credo per la spiacevole sensazione che l’ambiguo, scorbutico vicino mi aveva lasciato – e lo odiai perciò ancora più profondamente quando, alle tre e quaranta precise, fui svegliato dalle sue tubature gorgoglianti. Mi schiacciai un cuscino sulla faccia, ma avrei voluto schiacciarlo sulla sua che, ne ero certo, sarebbe rimasta impassibile e disinteressata anche durante una morte per asfissia. Alle tre e cinquantadue la casa piombò nuovamente nel silenzio. Sospirai cercando di scacciare il nervosismo, sistemai il cuscino e, con mio grande sollievo, non molto tempo dopo mi riaddormentai.
Sognai di essere a scuola, alle elementari, e di aspettare con impazienza il suono della campanella che, alla fine della terza ora, avrebbe dato inizio alla ricreazione. Eravamo tutti seduti ai nostri banchi, composti e silenziosi, ma si percepiva con chiarezza la smania irrequieta che l’intera classe sprigionava: l’aula era satura di elettricità, come se si fosse trattato di un vapore surriscaldato che i bambini stessi emanavano. Finalmente la campanella squillò – e squillò a lungo. Nel sogno, continuava a trillare anche dopo che tutti noi bambini eravamo usciti in cortile: mangiavamo le merendine, e lei suonava; giocavamo a pallone sul campetto erboso, e quella continuava a squillare. Mi svegliai e la campanella rimbombava ancora nella mia testa. Ci misi un po’ ad accorgermi che si trattava del telefono. Mi allungai verso il comodino per afferrare la cornetta e diedi un’occhiata all’orologio: mancavano otto minuti alle quattro. Un fiume di adrenalina mi attraversò lo stomaco insieme al pensiero che si potesse trattare di una brutta notizia dai parenti o dai miei amici più cari. Risposi con un filo di voce:
- Pronto?
All’altro capo nessuno parlava.
- Pronto! - ripetei agitato.
Percepivo che c’era qualcuno in linea, qualcuno che rimaneva volontariamente in silenzio. Attesi ancora qualche istante, poi riagganciai bestemmiando. Per quella notte rinunciai a dormire. Mi alzai, feci una doccia, fumai un numero imprecisato di sigarette e finii una caffettiera da sei, senza zucchero. Uscii all’alba e cercai di dimenticare il sonno e il desiderio brutale di vomitare lo stomaco così com’era concentrandomi sul lavoro per tutto il giorno. La sera mi sentivo distrutto e mi addormentai prestissimo, ancora mezzo vestito.
Le tre e quaranta.
Dodici minuti d’acqua scrosciante attraverso i tubi nel muro.
Dodici minuti di insofferenza e rabbia crescente. Poi di nuovo il silenzio della notte e, molto dopo, benedetto, il sonno.
Squillò il telefono. Ancora. Le tre e cinquantadue. Afferrai il ricevitore con furia e risposi in un sibilo, cercando di soffocare l’ira:
- Pronto.
Nessuna voce.
Tacqui anch’io, in ascolto. Lui era lì che tratteneva il respiro, lo sentivo. Trascorsi interi minuti in una battaglia silenziosa ma cruenta. Avrei voluto ucciderlo e sapevo che ne sarei stato capace. Chi era quest’uomo che entrava con una tale, discreta ed estenuante violenza nella mia vita? Cosa cercava? Perché? Non era più solo un lavandino, una tubatura rumorosa nel cuore della notte: Lui aveva attraversato il muro che ci separava strisciando nel cavo del telefono fino alla mia testa; mi guardava dormire come un demone sciatto e schifoso appollaiato sulle lancette della mia sveglia, paralizzate otto minuti prima delle quattro. Ma Lui era lì anche in qualsiasi altro minuto, ormai: io lo sentivo. Quel suo respiro trattenuto appestava tutta la mia casa.
Fu lui a riattaccare, con lentezza, come se temesse di spezzare qualcosa di estremamente prezioso appoggiando il ricevitore al suo supporto. Lo odiavo.
Non riuscii più a chiudere occhio.
La mattina dopo, in autobus, pensai a tutta la faccenda e cercai di trovare un metodo efficace per risolverla. Meditai di presentarmi a casa sua la sera stessa e di affrontarlo con irruenza e determinazione, ma a cosa sarebbe servito? Avrebbe potuto dire di non saperne nulla, avrebbe potuto denunciarmi per molestie. Non avevo prove che fosse lui a chiamarmi. Forse avrei potuto costringerlo a smettere di far scorrere l’acqua a notte fonda, ma sentivo che non avrei ottenuto altro se non l’inasprirsi delle persecuzioni telefoniche: lo sapevo. Risolsi di attendere ciò che sarebbe accaduto la notte seguente e di decidere il da farsi il giorno dopo.
Quella sera non riuscii a prendere sonno. Restai in attesa delle tre e quaranta. Fissavo la sveglia, immobile, mentre i secondi si dilatavano rimbombando cupi. Quel ticchettio mi entrava nel sangue, pulsava insieme alle mie vene: la stanza ne era invasa. Stavo perdendo la testa. Finalmente, la lancetta dei minuti scattò posizionandosi sull’otto con un click indifferente. Tre e quaranta.
Nessun rumore d’acqua nei tubi.
Niente.
Il silenzio inaspettato mi sconvolse. Mi sentii come tradito. Per un momento ebbi persino paura che gli fosse capitato qualcosa di grave e rimasi in ascolto con il volto accostato al muro. Poi mi irritai con me stesso per una simile, insensata preoccupazione e, dandomi dello sciocco, tornai sotto le coperte, speranzoso di poter finalmente riposare.
Il telefono squillò nel mezzo di un piacevole precipitare nel sonno. Con uno scatto mi misi a sedere e guardai l’ora, pur conoscendo già ciò che l’orologio mi avrebbe indicato: le tre e cinquantadue. Risposi, pronto a scagliare sul mio molestatore ogni genere d’improperi:
- Adesso basta! - feci in tempo a dire con voce ferma e severa.
Un urlo agghiacciante mi raggiunse dall’altro capo del telefono. Un grido che di umano aveva soltanto il profondo, sconvolgente terrore. A lungo si trascinò quell’ululato straziante, mi perforò i timpani inondando il cervello, travolgendo i miei organi uno ad uno e raggiungendo ogni angolo di me. Mi scovò l’anima lacerandola, la trama dilaniata della mia identità penzolava sanguinante dalle ossa. Quella voce, quel grido insensato si portarono via tutto ciò che ero stato e rimasi attonito ad ascoltare il segnale della linea interrotta, quando finalmente il mio carnefice decise di riagganciare.
Ero completamente sotto shock. Non ero nemmeno in grado di ricordare se avessi sentito l’urlo provenire anche dall’appartamento accanto: se fosse stato il mio vicino avrei dovuto sentirlo e, come me, tutti gli inquilini del nostro stesso piano, perfino se mi avesse chiamato dall’ultima stanza di casa sua avrei potuto sentirlo attraverso le pareti. Quel grido era impossibile da dimenticare. Mi risuonava nella testa interminabile, frenetico, folle. Vomitai sul pavimento. Con le mani che tremavano, mi accesi una sigaretta e aprii la finestra per respirare l’aria fresca della notte, ma nulla servì a calmarmi. L’urlo era dappertutto. Colava dalle pareti staccando brandelli di carta da parati ammuffita, si appiccicava agli oggetti come una patina untuosa e scura. Ogni cosa che fino a quel momento aveva fatto parte della mia quotidianità e che contribuiva a fare della mia casa un nido familiare e rassicurante – ogni soprammobile, ogni stoviglia, ogni libro – era come se fosse stata intinta nell’inchiostro dell’orrore e attraeva ora i miei incubi sulla sua superficie viscosa, strappandoli fuori dal mio inconscio con violenza.
Non potevo sopportare quel supplizio un istante di più. Mi vestii in fretta e uscii che albeggiava appena. Vagai per la città finché non mi sentii rincuorato dalla gente che cominciava ad animare i marciapiedi e dalle macchine che si incanalavano come insetti meccanici nel viale principale. Cercai un albergo e prenotai una stanza per tutta la settimana, poi entrai in un’agenzia immobiliare.
Non tornai più in quella casa. Pagai un’impresa perché si occupasse del trasloco. Ora vivo a due passi dall’ufficio, in un palazzo pieno di famiglie e qualche anziano. Di notte, spesso, mi sveglia il pianto del bambino della giovane coppia che abita sul mio pianerottolo e ad ogni suo singhiozzo disperato, ad ogni lamento capriccioso lo benedico. Non ho allacciato la linea telefonica, ma ancora, durante le mie notti agitate nonostante il Rohypnol, mi sveglio di soprassalto in un lago di sudore con quell’urlo lancinante nella mente. Allora rimango in attesa e ascolto il buio col respiro sospeso. Nel silenzio, la sveglia elettronica lampeggia i suoi numeretti rossi – e sono sempre gli stessi: 3 e 52.


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