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Orbite vuote
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Marco Candida - Il mostro della piscina

Marco Candida

Il mostro della piscina








titolo horror
DVD
Proprietario
Marco Candida, autore del romanzo "La mania per l'alfabeto" (Sironi, 2007) e "Il diario dei sogni" (Las Vegas, 2008)


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A proposito di questo oggetto...
The Mist
di Marco Candida

Un mattino stavo pettinando mio figlio quando gli ho trovato due capelli bianchi sulla testa. Mio figlio`aveva dieci anni. Al tempo in cui ho fatto questa scoperta io ne avevo quarantadue. Mio marito trentanove. Credo di essermi trovata il primo capello bianco in testa a trentun anni. Dopo essermi consultata con mio marito riguardo cio' che era successo a nostro figlio, lui mi ha detto di essersi trovato in testa i primi capelli bianchi all'eta' di ventinove anni. Per di piu' entrambi i nostri genitori avevano ancora tutti i capelli in testa e nessuno tra noi in famiglia aveva avuto problemi particolari in questo senso. Naturalmente non ho dato molto peso alla cosa fino a quando due giorni dopo ho trovato altri capelli bianchi sulla testa di mio figlio. C'era un ciuffo di capelli completamente bianco dietro l'orecchio destro e c'erano altri tre o quattro capelli dello stesso colore sulla nuca. A quanto pareva la situazione stava peggiorando. Cosi' ho preso appuntamento dal medico generico. “In effetti – il medico mi ha detto – si tratta di un caso insolito. Le statistiche dicono che i capelli cominciano a diventare grigi a partire dai quattordici anni. Ecco, guardi, le mostro i dati”. Il medico mi ha passato un foglio che aveva fotocopiato apposta per me prima dell'incontro. Sopra c'era una tabella. Ricordo che i miei occhi hanno letto solo la prima colonna della tabella e da li' non si sono piu' mossi. Il medico aveva ragione. Mio figlio non rientrava nemmeno nelle statistiche. Il foglio infatti diceva che in un'eta' compresa tra i 14 e i 19 anni il 97% non ha nessun capello grigio, l'1% ha qualche capello grigio, mentre lo 0% ha capelli brizzolati, striati o bianchi. Percio' che cosa accidenti stava succedendo a mio figlio? Il medico generico mi ha rassicurata. Mi ha detto che probabilmente non era niente di cui preoccuparsi troppo. Mi ha anche raccontato di due casi illustri di imbiancamento precoce dei capelli. Quando fu catturato da Luigi XII a Ludovico Sforza i capelli diventarono bianchi dallo spavento e dallo spavento pure i capelli di Maria Antonietta si imbiancarono alla vigilia della sua esecuzione alla ghigliottina. A questo ho ribattuto al medico generico – un amico di famiglia dei genitori di mio marito – che in casa pero' al momento nessuno aveva ancora minacciato di ghigliottinare mio figlio. Il mattino dopo aver parlato col medico mio figlio presentava un nuovo ciuffo di capelli bianchi in testa – gli scendeva dalla fronte. Il giorno stesso pertanto sono scesa a comprare delle boccette di tintura per capelli allo scopo di mandarlo a scuola senza che diventasse lo zimbello dei compagni. Poi subito in mattinata ho fatto l'impegnativa per sottoporlo alle analisi del sangue presso l'ospedale della citta'. Lo stesso giorno, nel pomeriggio, l'ho accompagnato dal dermatologo. Per la verita' devo confessare di non essere stata tanto preoccupata per lo stato di salute dei suoi capelli quanto lo ero per il suo stato di salute integrale. Pero' anche se la visita mi e' costata molto, dal dermatologo l'ho portato ugualmente. Duranta la visita il dermatologo gli ha fatto scorrere tra due dita qualche ciocca di capelli. Poi gli ha staccato dalla testa alcuni capelli e li ha esaminati al microscopio. Dopodiche' mi ha parlato di “anagen”, “catagen”, “tricogen”, mi ha detto che il sebo era in salute e che almeno stando alle analisi non sembravano esserci problemi. Anche gli esami del sangue che sono stati eseguiti presso l'ospedale due giorni dopo la visita dal dermatologo sembravano a posto. Pero' mio figlio cinque giorni piu' tardi i primi due capelli bianchi adesso aveva ciuffetti e ciuffetti che gli spuntavano un poco da tutta la testa. Il nono giorno mio figlio ha cominciato a gridare nel sonno. Mio marito e io abbiamo cercato di capire se nostro figlio se ne rendesse conto. Abbiamo presto scoperto pero' che lui non aveva alcun ricordo dei sogni che faceva. Le grida notturne erano molto forti. Nel sonno mio figlio si lasciava sfuggire anche qualche parola. Era evidente che l'evento dello sbiancamento dei capelli e quello degli incubi notturni fossero collegati. Restava da stabilire in quale modo. Il subconscio di mio figlio era turbato dall'imbiancamento precoce e questo si stava manifestando attraverso incubi notturni e grida oppure qualche forma di terrore inconscio gli si stava aggirando per la psiche e gli stava cambiando il colore dei capelli e la notte lo tormentava con gli incubi? Quattro giorni piu' tardi mio figlio si e' svegliato con i capelli completamente bianchi. Allora ho deciso di tagliarglieli quei maledetti capelli. Ho acquistato un rasoio elettrico e l'ho fatto io. Magari facendo cosi' quei capelli maledetti sarebbero andati via per sempre e con loro anche gli incubi che aggredivano mio figlio nel sonno. Ricordo che quel giorno stesso superando le mie riserve (che devo ammetterlo in parte concernevano anche la quantita' di denaro che avrei dovuto spendere) ho chiamato uno psichiatra e ho fissato con lui un appuntamento per quattro giorni dopo. E' stato pero' il giorno prima dell'appuntamento con lo psichiatra che mio figlio si e' tolto la vita. Si e' impiccato a una delle travi che attraversavano il solaio del nostro appartamento. Ha usato una delle sedie della cucina - quella con il cuscino rosso a forma di rombo - e due cinture di cuoio di mio marito legate assieme. Tre giorni piu' tardi aver scoperto nostro figlio sul solaio – e' stato mio marito a scoprire il suo corpicino – sia a lui che a me hanno cominciato a spuntare i capelli bianchi. Sembrava quasi che ce li fossimo tinti per onorare in qualche modo il piu' grande regalo che il Signore ci aveva fatto fino a quel momento della nostra vita e che per qualche sua ragione imperscrutabile con un epilogo di devastante rapidita' ci aveva tolto. Ancora oggi che sono passati tre anni tengo i miei capelli bianchi e non li ho mai tinti. Ho anzi pensato che fosse stato quasi una mancanza di rispetto nei confronti di nostro figlio la volta che mio marito e' tornato a casa da lavoro con i capelli castano scuri. Poi ho capito che quello era soltanto il modo che aveva trovato per cercare di gettarsi alle spalle un evento che, come sapevamo bene entrambi, non avremmo mai potuto cancellare davvero. La cosa che ha distrutto me e mio marito piu' di tutte e' che non c'era proprio nessuna apparente ragione plausibile per la quale mio figlio in soli diciannove-venti giorni avrebbe dovuto arrivare a un tale stato psicotico-depressivo. A parte qualche piccola preoccupazione economica dovuta al mutuo della casa e al progressivo aumento dei costi della vita, non c'era niente di preoccupante nella nostra famiglia. Mio marito lavora in un'azienda privata. Ha una laurea in economia aziendale. Ha un ufficio tutto suo. Porta a casa uno stipendio piu' che dignitoso. Per fortuna l'azienda tratta discretamente i suoi dipendenti. Io sono laureata in filosofia e in pratica non ho mai lavorato veramente. Ho sempre lavorato sotto contratti a progetto ricoprendo mansioni le piu' diverse tra loro. Pero' la mia qualita' migliore probabilmente e' che non ho molti vizi e non ho particolari ambizioni e se non altro questo mi rende parsimoniosa. Abbiamo sempre fatto le vacanze estive e per i dieci anni che il Signore ha voluto donarcelo nostro figlio ha sempre trovato regali sotto l'albero. L'unica cosa che davvero non potevamo permetterci, e per me questo e' stato un dolore, era un secondo figlio. Mio marito e io non siamo persone molto litigiose. Mio figlio non ha mai dovuto assistere veramente a litigi furiosi. A scuola poi andava bene. Non destava particolari preoccupazioni e lasciava intravvedere un futuro pieno di possibilita'. I suoi compagni gli volevano bene. Mio figlio non e' mai tornato a casa lamentandosi di questo o quel compagno. Inoltre non mi pare di poter dire che abbia mai avuto inclinazioni strane o bizzarre. Era piu' il tipo avviato a seguire le orme del padre. Sembravano piacergli soprattuto le materie scientifiche. Tre mesi fa pero' nella sua stanza sotto al letto ho trovato una scatola da scarpe con dentro una serie di dvd di film dell'orrore. Per ragioni che si possono, credo, immaginare in seguito alla morte di mio figlio ho cercato di rimanere lontana il piu' possibile da quella stanza. Qualche volta ho provato a entrarci, ma ogni volta mi rendevo conto di non riuscire a stare li' dentro per piu' di cinque minuti. Dopo dovevo uscire. Sono piuttosto sicura che la stanza di mio figlio abbia rappresentato la misura del mio dolore per circa tre anni e la rappresenti, a dire il vero, ancora oggi. Per circa tre anni entrare in quella stanza significava per me entrare in un luogo pieno fino all'orlo di un gas o di un liquido che mi rendeva impossibile respirare, mi faceva lacrimare gli occhi, e insomma mi sconvolgeva in tutto e per tutto. Poco alla volta negli anni pero' la stanza si e' come svuotata e adesso per cosi' dire sono rimaste solo delle pozzanghere che io ho imparato a stare bene attenta ad evitare. In ogni caso quello che voglio dire e' che per circa tre anni poche volte sono riuscita a setacciare quel luogo in cerca di qualche indizio che mi chiarisse una volta per tutte per quale diavolo di motivo il mio unico figlio si fosse impiccato alla trave del solaio del nostro appartamento. Da circa quattro mesi tuttavia stando attenta a girare attorno alle pozze che ho appena detto (e delle quali non diro' di piu' perche' mi e' praticamente impossibile rivolgerci anche solo il pensiero) sono entrata parecchie volte nella stanza di mio figlio e ho aperto armadi, ho guardato dentro a scatoloni, ho aperto cassetti. Solo dopo un mese ho trovato la scatola da scarpe con dentro i dvd con i film dell'orrore. Come mai non mi fossi accorta della scatola rimane un mistero. Sono sicura di aver guardato diverse volte, almeno due, forse quattro volte, sotto il letto. C'erano diverse scatolette, barattoli con macchinine, cose cosi'. Non mi ero ancora accorta, pero', della scatola da scarpe. La cosa piu' sconvolgente di tutte, a ripensarci adesso, e' che dentro quella scatola c'erano soltanto tre dvd. Poi c'era un foglietto. Nel foglietto c'era scritto: "Questa roba e' paurosissima! Ti divertirai!". Seguiva la firma. Luca Maragnin. Luca era un compagno di scuola di mio figlio. Lui e mio figlio non erano amici per la pelle. Credo di averlo ospitato qui in casa nel pomeriggio a giocare con mio figlio soltanto un paio di volte o poco piu'. Comunque posso senz'altro affermare che non fosse uno di quei tipi che portavano mio figlio su cattive strade. Nell'idea che gli avesse consegnato una scatola da scarpe con dentro soltanto tre film dell'orrore non posso poi proprio dire di vederci nessun atto particolarmente scellerato. Quando mio figlio ha visto quei film deve averlo fatto caricando il dvx sul laptop che un anno prima mio marito gli aveva fatto trovare sotto l'albero di Natale – contrariamente al mio parere. Mio marito gli aveva regalato il portatile perche' familiarizzasse con un oggetto che riteneva indispensabile nella societa' di oggi (e su questo avevo trovato conferma anche parlando con le maestre di mio figlio). Pero' di fare l'allacciamento a Internet mio marito e io non avevamo nemmeno discusso. Sapevamo entrambi dell'esistenza dei sistemi di protezione, ma giudicavamo il tutto ancora troppo pericoloso, e anche superfluo. Mio figlio peraltro non si era ancora dimostrato interessato alla navigazione nell'Internet. Quando per qualche motivo andava a trovare suo padre in ufficio dove c'era la connessione alla rete entrambi avevamo notato che perdeva interesse per la navigazione gia' dopo pochi minuti. Questo puo' apparire abbastanza strano considerando invece che in genere mostrava inclinazioni e interesse per l'elettronica e le tecnologie. Non a caso infatti ho trovato nella valigetta del suo laptop un cavo per collegare il video del computer allo schermo del televisore. Come mio marito mi ha spiegato si tratta di una presa HDMI. Evidentemente mio figlio deve essersi fatto prestare quel cavo da qualcuno (magari dallo stesso Maragnin) oppure deve averlo acquistato in qualche negozio senza dirci niente. Interrogato da me a questo proposito mio marito ha negato di essere stato lui a fornirgli il cavo. Con l'HDMI mio figlio ha potuto vedere i film sullo schermo del televisore anziche' su quello del laptop passando da diciannove a circa settanta pollici. Se infatti avevamo deciso di tenere lontano mio figlio da Internet e dai videogames eravamo stati invece molto piu' elastici circa la televisione, e la ragione che ci ha portati a questo atteggiamento e' stata soprattutto che mio figlio non aveva fratelli o sorelle con i quali concedersi qualche momento di svago. Come precauzione nel televisore che avevamo messo nella sua stanza non gli avevamo pero' installato nessun lettore dvd ne' avevamo fatto l'abbonamento ai canali satellitari. Tant'e', mio figlio aveva trovato lo stesso il modo di fare il collegamento utilizzando il cavo HDMI. Non sono in grado di dire se guardasse film di frequente. Se e' cosi' non credo di essermi mai accorta di nulla. Rimango comunque dell'idea che si fosse concesso raramente la visione di un dvd o di un dvx nel lettore inserito nel laptop. Immagino del resto che questo particolare renda ancora piu' atroce quello che e' successo, almeno se si vuole accettare la versione per cui siano stati i film che ho trovato dentro la scatola da scarpe in gran parte i responsabili di quello che e' accaduto – cosa della quale io sono ormai totalmente convinta. So che puo' sembrare incredibile. D'altra parte non credo sarebbe la prima volta che i film dell'orrore provocherebbero danni alla psiche di taluni soggetti. A questo proposito non sono riuscita a trovare una bibliografia che metta in correlazione il genere dell'orrore al suicidio, ma l'horror e la pornografia non godono certo di una buona reputazione – specialmente certo horror a carattere occulto. Il caso di mio figlio e' pero' qualcosa di diverso e credo sia legato in gran parte al grado di alta definizione raggiunto dagli effetti speciali dei film di questi ultimi anni. Proprio come il film che ritengo il maggiore responsabile per quello che e' accaduto. The Mist e' una produzione statunitense del 2007 ed e' uscito in Italia nel 2008. Si tratta di una pellicola elaborata a partire da un racconto di Stephen King che si ispira alle storie dell'orrore inventate da H.P. Lovecraft. In questo film un supermercato viene preso d'assalto da creature mostruose. Ci sono vespe giganti. Ci sono ragni giganti. Ci sono uccelli preistorici. C'e' la nebbia. La presenza della nebbia e' fondamentale perche' i mostri rimanendo parzialmente coperti costringono la mente a un involontario lavorio di immaginazione che probabilmente moltiplica il loro aspetto mostruoso. Il fatto e' che raccontato in questo modo – mi rendo conto dei limiti della mia prosa che forse e' un po' troppo asettica e non e' molto pungente – non si capisce esattamente quale sia la reale forza d'impatto di quel film sullo spettatore. I mostri che si muovono sullo schermo con una naturalezza e una definizione tali da sembrare assolutamente reali, il ritmo relativamente blando delle sequenze cosi' che alla mente e' dato il tempo di assorbire perfettamente ogni dettaglio claustrofobico e raccapricciante, il montaggio delle sequenze scandite da una musica solenne e apocalittica, il tamburellante richiamo ai moniti del Vangelo da parte della donna che si trasforma in una predicatrice e il finale crudele e del tutto inaspettato sono gli elementi che fanno di questo film qualcosa che va oltre se stesso e le proprie aspettative di partenza. Non credo si possa esattamente dire che si tratti di un capolavoro. Pero' e' certamente un film studiato per colpire lo spettatore un poco a tutti i livelli – ed e' un film che rimane appiccicato addosso come una fastidiosa gelatina. Forse non sono la migliore spettatrice per dir questo. Comunque dopo aver visto quel film non ho piu' toccato cibo per diversi giorni e la notte ho avuto solo incubi popolati da mostri spaventosi. Dopo aver guardato il film piu' volte ho acquistato il libro Scheletri dove e' contenuto il racconto di Stepehen King dal quale il film e' tratto. Il racconto e' straordinariamente vivido. Il film e' straordinariamente fedele al racconto. Tuttavia l'impatto devastante non e' lo stesso. Ad esempio gli insetti giganti vengono descritti dall'autore, e sono raccapriccianti, ma in termini d'impatto niente hanno a che vedere con cio' che si materializza sullo schermo davanti agli occhi dello spettatore. Lo stesso dicasi per il mostro gigantesco che i protagonisti incontrano sulla loro strada alla fine del film. Nel libro si descrive questo incontro affermando che del mostro si riescono a vedere solo le gambe, lasciando cosi' intendere all'immaginazione le sue proporzioni immense. Nel film, invece, il mostro viene mostrato allo spettatore, ed e' un coso non solo immenso ma dotato di un numero altissimo di rivoltanti braccette, e fa rumori alieni impressionanti davvero. Non contenta, pero', non mi sono fermata qui, ma ho cominciato a leggere i racconti e i romanzi di H.P. Lovecraft. Forse mi sono detta che le immagini del film traevano la loro forza devastante da quelle dei racconti dello scrittore di Providence. Ed e' qui che mi sono resa conto della pericolosita' reale di quel film e probabilmente dei film simili a quello che in futuro verranno prodotti. Nei racconti di Lovecraft l'orrore poche volte viene mostrato veramente e invece viene piu' tenuto nascosto o tutt'al piu' suggerito. Per dare piu' forza a questa affermazione (che alle orecchie degli appassionati dello scrittore statunitense immagino suoni scontata) riporto qualche esempio qui di seguito. “Vidi ancora una volta la caverna in penombra e il porcaro con le sue bestie palli­de, abominevoli, che si rotolavano nella sporcizia e che ora sembrava­no più vicine, più chiare: tanto che potevo quasi studiarne i linea­menti. Lo feci, osservandone una in particolare, e mi svegliai con un urlo così terribile che Nigger-Man trasalì e il capitano Norrys - il quale non si era addormentato - scoppiò a ridere di cuore. Se avesse visto quel che mi aveva fatto gridare avrebbe riso forse di più... o di meno. Io stesso riuscii a ricordare qualche particolare solo in seguito, perché l'orrore totale possiede la misericordiosa facoltà di paralizzare la memoria. (I topi nel muro). No, non era affatto così... Era dappertutto, un fango, una gelatina... eppure aveva forma, mille forme orrende che non riesco a ricor­dare. Aveva occhi... e uno era coperto dalla cataratta. Era l'abisso, il maelstrom, l'estremo abominio. Carter, era l'innominabile!? (Innominabile). Sui geroglifici troneggiava una figura realizzata con palese intento pittorico, anche se l'esecuzione impressionista impediva di farsi una chiara idea della sua natura. Sembrava una specie di mostro, o un simbolo che rappresentasse un mostro, e l'aspetto era quello che solo una fantasia malata potrebbe concepire. Non sarò infedele allo spiri­to dell'icona se dico che la mia immaginazione, a volte un po' bizzar­ra, se la raffigurava contemporaneamente come una piovra, un drago e una caricatura umana. Una testa molle e tentacolata sormontava un corpo grottesco, scaglioso, con ali rudimentali; ma era l'aspetto com­plessivo che lo rendeva orribile. Alle spalle della figura s'intravedeva una struttura ciclopica. (Il richiamo di Cthulhu) Rendendosi conto che l'Essere avrebbe potuto raggiungere l'Alert facilmente, almeno fino a che il vapore non fosse andato a pieno regime, egli fece una scelta di­sperata, e, azionate le macchine sull'avanti tutta, corse come un ful­mine sul ponte e invertì il timone. Ci furono violenti spruzzi d'acqua e si creò un gorgo, ma mentre i motori acquistavano potenza il corag­gioso norvegese puntò l'imbarcazione sul gigantesco inseguitore che sorgeva dalla spuma impura del mare come la polena d'un demonia­co galeone. La spaventosa testa di piovra con i sensori che fremevano era ormai vicinissima alla prua, ma Johansen continuò ad avanzare senza paura. Ci fu come lo scoppio di una gigantesca vescica, il risuc­chio di una tenera mola che si squarciasse, il puzzo di mille tombe scoperchiate e un suono che il narratore non ha potuto assolutamen­te trascrivere. Per un attimo la nave fu insozzata da un'acre, accecan­te pioggia verdastra, poi non rimase che il ribollire delle acque a pop­pa. Ma i frammenti scoppiati dell'innominabile creatura stellare si stavano già ricombinando nella forma originaria, mentre la sua distan­za dalla nave aumentava a ogni secondo di più perché i motori mar­ciavano a pieno regime. (Il richiamo di Cthulhu) E Randolph Carter, ansimante e in preda alle vertigini, partì sul­l'orribile shantak in direzione del punto azzurro di Vega. Si guardò alle spalle una sola volta e ammirò l'ammasso di torri caotiche del­l'incubo d'onice: ancora splendeva la luce diafana della finestra da cui si dominavano il cielo e le nuvole del mondo dei sogni. Volando nello spazio sfiorò esseri immensi a forma di polipi e invisibili ali di pipistrello batterono intorno a lui in gran numero, ma il viaggiatore si teneva saldamente aggrappato alla criniera mostruosa dell'uccello scaglioso e ippocefalo. Le stelle danzavano beffarde, come se si muovessero e formassero pallidi segni di sventura, tanto che l'osservatore si chiedeva se non li avesse già visti e temuti prima. I venti dell'etere urlavano la solitudine dell'abisso che si stende oltre il cosmo. Poi dalla volta scintillante calò un silenzio portentoso, e i venti e i mostri si placarono come avviene alle creature della notte prima del­l'alba. Tremulo, affidato a vibrazioni che i vortici dorati di una nebu­losa rendevano assurdamente visibili, si levò l'accenno di una lontana melodia, un sordo brontolio formato da note sconosciute nel nostro universo. E mentre la musica cresceva lo shantak drizzò le orecchie e si tuffò in avanti; Carter lo imitò e cercò di afferrare lo stupendo motivo che era senz'altro una canzone, ma non il canto d'una voce. Ve­niva dalla notte e dalle sfere, ed era già vecchia quando nacquero lo spazio, Nyarlathotep e gli Altri Dei. Lo shantak volava più veloce e il cavaliere si piegava più basso, eb­bro di meraviglie nascoste nei cieli e avvinto dalle spire di cristallo della magia cosmica. Troppo tardi ricordò la raccomandazione del maligno, il beffardo avvertimento dell'emissario dei demoni che l'a­veva messo in guardia dalla follia della canzone. Nyarlathotep gli ave­va indicato la via della salvezza e della città meravigliosa solo per ten­tarlo; gli aveva rivelato il segreto degli dei indolenti solo per burlarsi di lui, perché certo poteva richiamarli a suo piacere. La follia e la ven­detta dell'abisso erano gli unici doni che il messaggero nero potesse fare a un presuntuoso, e benché Carter cercasse disperatamente di trattenere l'orribile uccello, quello si avventò nel vuoto con foga inaudita, battendo le ali immense con gioia e malvagità. Era diretto alle abissali profondità che nemmeno i sogni possono raggiungere, al crogiuolo della più terribile e assoluta confusione: là, al centro del­l'infinito, gorgoglia e bestemmia Azathoth, il demone-sultano di cui nessuno osa pronunciare il nome ad alta voce. (Alla ricerca drl misterioso Kadath) Poche forme erano del tutto umane, ma vi si avvicinavano a diversi livelli di approssimazione. Erano esseri rozzamente bipedi, in­clinati in avanti, con una forma vagamente canina. La pelle aveva un che di gommoso, ripugnante a vedersi. Ah! Li ho davanti agli occhi. Erano intenti... non chiedermi di essere troppo preciso... quasi tutti a nutrirsi... Non saprei dire di che cosa. A volte erano raccolti in grup­pi, in cimiteri o cunicoli sotterranei, spesso impegnati a contendersi la loro preda... anzi, il loro tesoro. (Il modello di Pickman) Gli esempi potrebbero essere molto piu' numerosi di questi. In citta' pero' ho trovato in biblioteca un saggio di teoria letteraria scritto dalla stesso Lovecraft dove in un passo si riassume quasi per intero il suo metodo di narrazione. “Il vero racconto sovrannaturale possiede qualcosa di piu' del delitto misterioso, delle ossa insanguinate o di un'apparizione avvolta in un lenzuolo che trascina rumorose catene secondo copione. Deve esservi presente una certa atmosfera di terrore inesplicabile e mozzafiato di forze estranee, espressa con una gravita' e un tono sinistro adeguato all'argomento, alla piu' terribile concezione del cervello umano: una maligna e peculiare sospensione o sconfitta di quelle immutabili leggi di Natura che costituiscono la nostra sola difesa contro gli assalti del caos e dei demoni dello spazio insondabile. (Teoria dell'orrore). Cio' che qui mi preme evidenziare e' che l'orrore non viene mostrato esplicitamente, anche perche' potrebbe essere troppo scioccante e condurre alla pazzia. Del resto, mentre stavo facendo le mie ricerche spostandomi nella biblioteca della Facolta' degli Studi di Lettere e Filosofia nella citta' di Pavia dove mi sono inutilmente laureata ho incontrato un mio vecchio professore di Linguistica teorica, applicata e delle lingue moderne e con lui ho disquisito su questo argomento. Dopo aver appreso della mia disgrazia, dandomi educatamente ragione, il professore ha aggiunto che riguardo alla mia giusta teoria esiste un elemento ulteriore dato dalla diversa tipologia dei mezzi espressivi. Una storia che si apprende da una combinazione di segni alfabetici su un plico di fogli di carta ha un impatto tutto diverso da una storia che si apprende invece attraverso immagini in movimento accompagnate da musiche, montate in modo sapiente e con effetti speciali che rendono perfettamente credibile (il professore ha fatto cenno anche al concetto di “iperrealta'”) qualunque cosa venga raccontata. Quando si legge una storia per iscritto si stanno leggendo una serie di simboli che rinviano per convenzione a una serie di immagini. Percio' per quanto vivida una narrazione scritta apparira' sempre come avvolta da una nebbia rassicurante. Pero' questa nebbia scompare quando si tratta di immagini visibili direttamente a occhio nudo. Il professore ha aggiunto che si potrebbe provocatoriamente affermare che se intendiamo in definitiva per effetto poetico un effetto di allucinatoria indefinitezza allora un qualsiasi testo scritto sara' sempre piu' poetico di un insieme d'immagini – le immagini diventano poetiche (ossia generano un effetto di allucinatoria indefinitezza) quando diventano simbolo e rinviano ad altro da se' ovvero quando diventano alfabeto e il supporto dove le immagini si trovano diventa testo. Dunque, stando a questa chiacchierata, puo' essere davvero possibile che mio figlio abbia visto quel film e sia impazzito di paura. Del resto, su questo punto la convinzione dentro di me e' granitica avendo io sentito mio figlio agitarsi nel sonno pronunciando alcune parole in preda al terrore totale e queste parole essendo state “tentacoli”, “vespe”, “ragni” e “piovra”. E' stato come in un film dell'orrore. Mio figlio sussurrava quelle parole oppure le gridava sussultando come percorso da corrente elettrica. Inorridisco all'idea che altri film come quelli possano in futuro essere realizzati cosi' come inorridisco alle immagini che circolano nell'Internet e che per dire esattamente come la penso potrebbero spappolare il normale sistema di filtri e percezione di chiunque al mondo. Il fatto e' che da profana dell'argomento quale sono dopo aver fatto alcune ricerche non mi pare di aver trovato nulla in tema di codice deontologico delle opere d'arte e quanto alla censura quella sembra ormai dormire sonni profondi da anni. I giornalisti, almeno, sono sottoposti a un codice, che pero' a un esame attento mi e' parso piuttosto fumoso e concede margini forse troppo larghi di discrezionalita'. In questo momento comunque dopo tre anni dei quali il primo e' stato per me un viaggio in una dimensione di puro dolore e gli altri due sono stati solo di poco meno terrificanti c'e' qualcosa dentro di me di sempre piu' rabbioso che sta montando e questa rabbia ringhiante ha sempre piu' bisogno di un bersaglio. Dopo la scoperta della scatola da scarpe ho trasformato questa rabbia nell'energia necessaria per condurre le mie ricerche, elaborare le mie teorie, scrivere lettere, iniziare anche un saggio breve sull'argomento. Adesso pero' questa rabbia ha bisogno di qualcosa di piu' concreto sulla quale scagliarsi. Forse potrei prendere un aereo, trasvolare l'oceano e bussare alla porta dei produttori e del regista del film che ha ammazzato la mia creatura. Tra le altre cose ho scoperto che i produttori di quel film sono gli stessi che hanno prodotto i film tra i piu' violenti e crudeli degli ultimi anni. Sto meditando da giorni di farlo. Ho anche guardato i prezzi dei biglietti. Ho fatto delle ricerche con l'Internet della biblioteca in citta' (un ferro vecchio che funziona ancora a carbone) e ho scoperto dove risiede uno dei produttori del film. La mia rabbia pero' mi spinge a pensieri anche piu' irrazionali di questo come ad esempio bussare alla porta della persona senza la quale tutta questa storia non sarebbe probabilmente nemmeno incominciata. Adesso questa persona frequenta felicemente il terzo anno di scuola media inferiore alla scuola media statale della citta'. Casualmente ieri intorno all'una l'ho vista scorazzare con alcuni compagni per una via della citta' di ritorno da scuola con uno zainetto arancione sul quale sono sicura di aver riconosciuto un paio di decalcomanie di teschietti verdi e rosa. Luca Maragnin.

[il testo si interrompe]

[Nota dell'autore. Ringrazio Mary Zed per avermi fornito alcuni testi. Ringranzio anche Matia Corradi, Michele Colla e David Baldanzi]


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